Quel che serve all’uomo è una maggiore consapevolezza
Ci sono epoche in cui l’uomo cerca risposte. E ce ne sono altre in cui cerca profezie. La differenza è sostanziale.
Le risposte richiedono studio, esperienza, conoscenza e, spesso, non c’è la capacità di accettare che non tutto possa essere compreso immediatamente. Le profezie, invece, offrono qualcosa di più seducente, l’illusione della certezza.
Durante la pandemia il mondo aveva scoperto quanto la paura potesse alimentare il bisogno di qualcuno capace di indicare una direzione; oggi, a distanza di anni, quello stesso meccanismo non è scomparso, si è semplicemente trasformato.
Viviamo in un tempo attraversato da conflitti che rischiano di assumere dimensioni globali, da rivoluzioni tecnologiche che stanno ridefinendo il concetto stesso di lavoro e conoscenza, da mercati finanziari sempre più interconnessi e da una quantità di informazioni senza precedenti nella storia umana.
Eppure, paradossalmente, mai come oggi è diventato difficile distinguere la conoscenza dal rumore.
In questo scenario prosperano nuove figure che si presentano come guide, coach, mentori, consulenti spirituali o interpreti del futuro. Alcuni possiedono effettivamente competenze ed esperienza, molti altri, invece, hanno soltanto accumulato nozioni che non riescono a tradurre e vivere nella propria esistenza.
Eppure, il sapere autentico è sempre stato riconoscibile proprio da questo, dalla coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si è.
Già nel mondo bizantino si riteneva che il comportamento dell’uomo rivelasse aspetti profondi della sua natura. Oggi la cinesica e gli studi sulla comunicazione non verbale confermano quanto gesti, posture, espressioni e atteggiamenti costituiscano una parte essenziale del linguaggio umano.
Il corpo, spesso, racconta ciò che le parole tentano di nascondere. Per questo, prima di affidarci a chi promette consapevolezza, successo o persino verità, dovremmo domandarci se ciò che insegna coincide realmente con il modo in cui vive.
Questa è la differenza tra chi possiede conoscenza e chi si limita a recitarla. La differenza tra nozione e conoscenza è la stessa che esiste tra possedere una mappa e aver realmente attraversato il territorio.
La nozione può essere acquisita e capita in poco tempo, la conoscenza richiede anni per essere compresa, per farla divenire parte della nostra quotidianità. La prima si memorizza, la seconda si conquista giorno per giorno.
Il problema emerge quando concetti appartenenti a tradizioni filosofiche, spirituali o sapienziali millenarie vengono estratti dal loro contesto, semplificati, trasformati in slogan e, infine, commercializzati come strumenti per promettere successo, benessere o persino capacità predittive.
In un’epoca caratterizzata dall’ansia collettiva, questo processo diventa particolarmente pericoloso.
Le persone cercano stabilità, cercano qualcuno che spieghi loro ciò che sta accadendo in quest’epoca sempre più accelerata. Cercano rassicurazioni in un mondo che sembra aver smarrito i propri punti di riferimento ed è una dinamica profondamente umana.
Ma proprio questa fragilità rischia di diventare terreno fertile per chi utilizza il linguaggio della saggezza senza possederne la sostanza. Per questo motivo il termine resilienza, pur diventato estremamente popolare, abusato dai “guru del benessere” è inadeguato a descrivere l’esperienza umana.
La resilienza appartiene ai materiali, indica la capacità di assorbire un urto e tornare alla forma originaria. L’essere umano, invece, non può rimane identico a sé stesso dopo ogni prova. Ogni caduta lascia un segno, ogni esperienza modifica qualcosa.
Ci si frammenta, talvolta, per poi ricomporsi in una forma diversa. Non si ritorna mai esattamente come prima, perché la crescita autentica non consiste nel restare intatti, ma nel lasciarsi trasformare da ciò che si è vissuto.
È proprio in questa trasformazione che risiedono la forza interiore, la maturazione e la capacità di proseguire il cammino, non nell’illusione di attraversare ogni tempesta senza esserne cambiati.
Ogni concetto può diventare un prodotto, ogni paura può trasformarsi in un mercato, ogni insicurezza può essere convertita in una strategia di marketing. È qui che emerge la responsabilità individuale.
La storia insegna che i periodi di maggiore trasformazione generano sempre nuovi profeti. Alcuni autentici, altri improvvisati. I primi invitano a pensare, i secondi chiedono soltanto di credere.
Lo aveva intuito Gianni Rodari con i suoi personaggi: «Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: buon viaggio». Non una profezia, ma un auspicio. Non una certezza, ma un invito a procedere.
La rete è diventata un immenso archivio e veicolo per il bisogno psicologico che le alimenta. Le falsità che circolano si moltiplicano a una velocità impressionante. Il rischio è che le persone finiscano per affidarsi a qualsiasi sentenza, purché accompagnata dal nome di un filosofo, di uno scrittore, di uno scienziato o di un presunto profeta, non importa che sia vera ma che rassicuri.
La psicologia conosce bene questo meccanismo attraverso il cosiddetto Effetto Pigmalione, il cui nome richiama un celebre episodio narrato nelle Metamorfosi di Ovidio.
Pigmalione era uno scultore che realizzò una statua così perfetta da innamorarsene profondamente. Giorno dopo giorno iniziò a trattarla come se fosse viva, fino a quando, secondo il mito, la dea Afrodite le donò realmente la vita.
Al di là del racconto mitologico, il significato simbolico è rimasto attuale, le aspettative, le convinzioni e le immagini che costruiamo possono influenzare il nostro comportamento e, indirettamente, contribuire a plasmare la realtà.
È questo il principio che la psicologia ha definito Effetto Pigmalione. Secoli dopo, George Bernard Shaw riprenderà quel mito trasformandolo in una riflessione sul potere delle aspettative e sulla capacità di modificare il comportamento umano e, proprio da questo concetto, nascerà la corrente politica del Fabianesimo, con il simbolo del lupo travestito da agnello.
Fu, però, la ricerca scientifica a fornire una spiegazione concreta. Lo psicologo Robert Rosenthal dimostrò come le aspettative influenzino profondamente le relazioni e i risultati individuali. In altre parole, ciò che crediamo possibile, inevitabile o imminente può orientare le nostre decisioni e, in alcuni casi, contribuire a plasmare la realtà stessa.
La vera conoscenza non pretende di essere verbo ma di accompagnare, cerca di comprendere il presente, non alimenta la paura, ma sviluppa il discernimento. Non costruisce dipendenza da un interprete privilegiato della realtà, ma rafforza la libertà di giudizio dell’individuo.
In un tempo in cui l’informazione è sempre più abbondante e la conoscenza autentica sempre più rara, la sfida consiste nel diventare individui più consapevoli, capaci di distinguere tra sapere e suggestione, tra autorevolezza e autorità apparente, tra chi aiuta a comprendere il mondo e chi sfrutta le inquietudini del proprio tempo per trasformarle in consenso, potere o profitto.
Abbiamo bisogno di maggiore consapevolezza.
Perché il futuro, come ricordava Rodari, non è una destinazione già scritta. È un viaggio.
E possiamo soltanto augurarci, di tutto cuore, buon cammino.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


