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LABIRINTI E RETE

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di Carlo Di Stanislao

“Ancora una volta il serpente, immagine del potere ctonio di Gea, viene vinto. Lo possiamo scorgere nel python dei Greci, nei draghi e nei dragoni, nel serpente di Midggard del mondo germanico. Anche nel labirinto in cui penetra Teseo è sempre operante lo stesso potere”
Ernst Jünger
 
“Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta” 
Norberto Bobbio 
 
 
“Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore”
Haruki Murakami
 
Il labirinto è da sempre parte dell’immaginario culturale della nostra civiltà. Si può leggere di labirinti anche nei più antichi miti, come quello di Teseo e del Minotauro, e nei racconti di qualsiasi popolo del mondo. 
 
Molti eroi ne incontrano uno sul loro cammino, e dentro vi si perdono, trascorrendo un lunghissimo periodo a cercarne la via d’uscita. Quel che è certo è che una volta fuori saranno cresciuti spiritualmente, pronti ad affrontare l’impresa finale che li aspetta. Il labirinto è un intricato viaggio di formazione, alla fine del quale la persona sarà radicalmente cambiata rispetto a ciò che era prima. Ma oggi, cosa sono e come sono fatti i labirinti? Si tratta ancora di ingegnose prove da superare oppure di sofisticate prigioni senza via di scampo?
 
“Poi che i segreti d’ogni stanza bassa/ ha cerco invan su per le scale poggia;/ e non men perde anco a cercar sopra,/ che perdessi di sotto, il tempo e l’opra.” Così l’Ariosto descrive la situazione del paladino Orlando, persosi nel palazzo incantato del mago Atlante. Esso altro non è che una subdola trappola per molti eroi dell’ Orlando furioso: un intricato labirinto di stanze, di scale, di porte, dove i cavalieri, rincorrendo il miraggio dei loro desideri, finiscono per perdersi. “…e vi son molti, a questo inganno presi,/ stati le settimane intiere e i mesi”. Questo descritto dall’Ariosto è un labirinto molto moderno. Nel mondo attuale ne esiste un inquietante corrispettivo: la rete.
 
Emanuele Trevi, nel suo “La rete come labirinto”, scrive in proposito: “Si potrebbe definire la rete come un labirinto malato, e in ogni modo privo di una delle sue funzioni fondamentali, quell’inversione di marcia che consente di raggiungere l’uscita”. 
 
Infatti sono in molti ad essersi persi nella vita virtuale di Internet, dimenticandosi allo stesso tempo di quella reale. Ognuno di loro segue una chimera: chi cerca di affermarsi socialmente, non essendoci riuscito nella società reale; chi cerca vittorie facili per compensare i fallimenti della vita vera; chi cerca la fama dietro a un nickname, cosciente della reale inconsistenza della sua personalità. In questo vortice di effimere soddisfazioni e pesanti delusioni, in molti finiscono per perdersi. Per questo Internet si può considerare la versione moderna (ma reale) del palazzo di Atlante del Furioso.
 
Maze Runner (letteralmente “corridore del labirinto) è un popolare film per adolescenti tratto dall’omonimo romanzo. è ambientato in un gigantesco labirinto dove un gruppo di ragazzi (che non ricorda come ci è arrivato), insediatosi in una radura al suo centro, cerca ogni giorno di trovare l’uscita. Il problema è che di notte il labirinto cambia forma, ponendoli ogni volta di fronte a situazioni differenti. 
 
Alla fine i ragazzi scoprono che il labirinto è un ingegnoso esperimento nel quale loro sono le cavie. La popolarità di cui gode la pellicola tra gli adolescenti è un interessante indicatore. I giovani oggi vedono la società proprio come un grande labirinto, dove si trovano costantemente di fronte a bivi (e di conseguenza scelte da compiere), trappole e vicoli ciechi. 
 
Col tempo il nostro ambiente diventa sempre più complicato, è un fatto, ma del resto, come in Maze Runner, smettere di cercare l’uscita significa fare una brutta fine. Ancora cento anni fa la vita era semplice e decisa dalla nascita: il figlio del contadino diventava contadino a sua volta, e così per ogni classe sociale. Oggi ad ogni tappa della nostra vita abbiamo un’infinità di scelte, ma poche sono quelle vincenti. La vita è diventata un labirinto, e uscirne è estremamente difficile.
 
“Vide davanti a sé un’infinità di esseri fatti com’era lui, e come si girò per non vederli più, un’altra infinità di esseri uguali a lui. Si trovava in un mondo pieno di esseri accovacciati senza sapere che quell’essere era lui. Era come paralizzato. Non sapeva dov’era né che cosa volevano quegli esseri accovacciati tutt’attorno, forse sognava soltanto, anche se non sapeva che cosa fosse sogno e che cosa realtà”.
 
Così scrive Dürrenmatt ne “Il Minotauro” e questa sembra essere la condizione dell’uomo post-moderno, costretto a specchiarsi nelle sue innumerevoli creazioni, ma incapace di riconoscervi pienamente se stesso. Della sua incessante attività demiurgica la rete e il labirinto paiono essere la cifra simbolica, i luoghi dove egli sta cercando e smarrendo al tempo stesso la propria natura e il significato dell’esistenza delle cose.
 
Questo accade perché l’avvento della Rete ha insensibilmente e progressivamente modificato, negli ultimi decenni, tutti i modelli cognitivi con i quali ancora fino a qualche tempo fa si faceva fronte al reale, si affrontava quel che ci sta intorno. Fino a mettere in pericolo la stessa memoria della memoria, senza la quale non può esservi intelligenza. E ciò va inteso alla lettera: abbiamo smesso quasi ogni rapporto frontale con le cose che ci circondano, abbiamo quasi cancellato l’esistenza degli oggetti, termine che in tedesco si dice proprio con una parola che significa quel che frontalmente si erge davanti a noi. 
 
Di qui ad esempio il perdurante (ma soltanto perché archeologico) fascino del calcio di rigore nel gioco della palla, paradigma della postura frontale che discende direttamente dal duello tra Teseo (il calciatore) e il Minotauro a guardia della soglia (il portiere), secondo la forma archetipica della relazione tra soggetto e oggetto.
 
Ha scritto Louis Dumont che la modernità nasce quando al rapporto tra un essere umano e l’altro si sostituisce quello dell’essere umano con le cose. Lo spazio è l’intervallo, metricamente calcolabile, che si spalanca appunto tra l’oggetto e il soggetto concepiti come a metà Seicento Cartesio stabilisce, l’uno irriducibile e perciò irrimediabilmente discosto rispetto all’altro.
 
Senza tale frattura lo spazio moderno non sarebbe mai nato. E ancora oggi il linguaggio reca la traccia del “mondo di ieri” in cui il dato oggettivo e quello soggettivo, la cosa e la persona, quel che è inanimato e quel che invece è animato non sopportavano invece scissioni: ad esempio diciamo ancora “una ridente cittadina”, e in tal modo ci riferiamo senza più saperlo all’epoca in cui gli edifici di cui le città si compongono non avevano ancora una facciata ma avevano invece una vero e proprio viso, un’espressione umana.
 
Con la Rete il soggetto e l’oggetto tornano invece a far l’un l’altro corpo, risultano non più off line ma on line tra loro, e in duplice modo. Da un lato tutte le macchine contengono al proprio interno un pensiero, dentro ogni hardware vi è un software, un programma di manipolazione simbolica, che è il nome che, dopo Turing, si dà all’intelligenza.
 
E tale configurazione, retta dall’equivalenza e dall’assenza di ogni soluzione di continuità tra soggetti ed oggetti, si è tradotta nella ripresa del paradigma cognitivo di natura estetica chiamato paesaggio, che da tempo ha sostituito (anche se vi si fa scarso caso) la moderna idea di territorio, secondo il tragitto che dal materiale conduce all’immateriale.
 
Sulla ragione profonda di tale mutazione non si dice nulla, ma è evidente: il paesaggio funziona esattamente come la Rete, nel senso che si tratta di un modello fondato sull’assenza di ogni mossa spaziale cioè metrica, e sulla fusione invece che la separazione tra il soggetto e tutto ciò che lo circonda, sull’immedesimazione di quello in questo all’interno di un’unica totalità. 
 
Era questo lo scopo degli arconti, perderci nel labirinto senza uscita e senza spazio. E ci sono riusciti. 

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  • Redazione

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