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LA VECCHIA E LA NUOVA GLOBALIZZAZIONE

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 L’accordo di Yalta nel 1943 definì la nuova struttura del mondo sulla base delle “zone di influenza”, dei due blocchi che pensavano di poter governare il mondo in maniera pacifica.

La guerra non era ancora finita e nell’ultimo scorcio si cominciò a capire che Stalin avesse idea di costruire qualcosa di più rigido: due blocchi totalmente impermeabili l’un l’altro e pronti ad un nuovo scontro. Churchill era molto scettico su una possibilità di pace ed avrebbe preferito, una volta finita la guerra e approfittando della nuova superiorità americana determinata dall’arma atomica, attaccare immediatamente la Russia e chiudere la partita. Roosevelt però, un po’ perché era ancora fiducioso delle buone intenzioni di Stalin, ma molto di più perché era indebolito dalla malattia che lo avrebbe portato presto alla morte, e per il fatto che in suo popolo non voleva sentir parlare di una nuova durissima guerra immediatamente, decise che il conflitto si sarebbe dovuto chiudere. La guerra finì quindi con la Germania totalmente distrutta e divisa fra le forze di occupazione, l’Italia anch’essa in rovina ma in una situazione nettamente migliore, ed il resto dell’Europa in pessime condizioni. In Oriente la situazione non era migliore: il Giappone era distrutto, ridotto a pezzi fisicamente e psicologicamente a causa delle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ma anche per il crollo di tutto il loro mondo, a partire dall’idea stessa dell’Imperatore, fino a quel momento ancora “divinizzato”, che fu costretto a parlare al suo popolo, e ad accettare una costituzione imposta dagli americani, oltre ad essere occupato e sorvegliato da forze militari americane. Iniziava in un certo senso il periodo della “pax americana”. L’impero britannico stava rapidamente scomparendo e l’Unione sovietica era “il nemico” da tenere isolato e strettamente sorvegliato. La Cina, dopo la tregua fra PCC e Kuomintang per fare fronte comune contro il nemico giapponese, era di nuovo sconvolta dalla guerra civile che sarebbe terminata alla fine del 1948 con la presa del potere di Mao Tse-Dong e la fuga di Chiang Kai-Shek, del suo esercito, e quasi 200.000 civili nell’isola di Taiwan, che considerava il punto di partenza per potere riprender il potere su tutto il Paese. L’Occidente nutriva quindi grandi e giustificati motivi per vedere un futuro roseo. Il Piano Marshall fu di grande aiuto per una rapida crescita. Il piano di Altiero Spinelli al confino di Ventotene cominciò lentamente a prendere forma: prima la CECA, poi l’Euratom, la Comunità Europea ed infine l’Unione Europea che a partire dai sei Paesi fondatori si allargò fino ai 27 di oggi. A livello mondiale nacque l’ONU con gli accordi di San Francisco e poco a poco arrivò alla struttura che ha oggi. Esso aveva già allora alcuni “peccati originali”, i cui effetti negativi vediamo oggi. Il più evidente è il Consiglio di sicurezza, unico organo ad avere potere decisionale vincolante per tutti, in caso di gravi problemi. Esso è costituito dai rappresentanti di 15 Paesi , di cui 10 eletti a rotazione fra tutti i Paesi rappresentati (oggi 192) , e solo cinque fissi: USA, UK, Francia, Russia, Cina. Il veto posto da uno solo di questi ultimi può bloccare e rendere nulla qualsiasi proposta portata in discussione. E’ del tutto evidente, e lo vediamo ogni giorno che, salvo pochissime eccezioni, la grandissima maggioranza delle risoluzioni è sistematicamente bloccata. Esso quindi si riduce a una semplice passerella, in cui i cinque “grandi”, espongono al mondo le loro posizioni sui più gravi problemi che turbano la pace mondiale. A parte questo però il sistema ha funzionato per moltissimi anni. Le sue organizzazioni periferiche: WHO, UNICEF, UNDP, UNESCO etc. hanno funzionato bene, ma oggi stanno soffrendo gli stessi problemi dell’ONU. Si crearono in maniera separata, ma coordinata, altre organizzazioni o accordi generali, come gli accordi GATT e successivamente il WTO, per regolare i commerci internazionali che in effetti ebbero una grande fioritura. Tutto quanto ho detto partiva da una regola non scritta, ma chiara ed efficientissima. Gli USA, come potenza di gran lunga egemone, stabilivano le regole, a partire dallo stesso atto fondativo, appoggiati dall’Europa che le condivideva sostanzialmente, ed il resto del mondo le accettava senza grandi commenti, a parte le problematiche di tipo militare che arrivavano al consiglio di sicurezza e lì si fermavano, a meno di un accordo fra i cinque membri permanenti. Questo schema conveniva a tutti: gli USA creavano un mondo “a loro immagine e somiglianza”, l’Europa condivideva senza problemi, l’URSS, risolti in maniera bilaterale i problemi legati alle “zone di influenza”, aveva tutto da guadagnare, e gli altri Paesi accettavano senza commenti. Anzitutto perché sarebbero stati ignorati e poi perché in fondo avevano anch’essi da guadagnare. Ovviamente l’ONU non era in grado di risolvere i problemi politici: Cuba, sotto embargo da circa 70 anni, il Sud America preda di frequenti colpi di stato, più o meno legati alla “dottrina Monroe” dal nome del Presidente americano che la lanciò a fine ‘800. Dall’altro lato le carneficine in Ungheria e Cecoslovacchia, provocate dall’URSS per ridurre alla “disciplina” i popoli di quei due Paesi, che tanto commossero tutti noi. Ciò che successe in Cile, Argentina, etc. non era meno grave, ma era lontano da noi e ci colpiva di meno. Questa è la vita e succede anche oggi. ERA LA PAX AMERICANA Sotto questo grande ombrello i commerci prosperavano, molti Paesi arrivarono a una certa prosperità, in primo luogo l’Europa che risuscitò dalle sue rovine e divenne un mondo prospero, poi il reale miracolo cinese che da una povertà estrema crebbe fino all’abolizione della fame e ad una relativa prosperità. Più lenta fu la crescita dell’America Latina. L’Asia centrale, in maniera più “traballante” crebbe anch’essa. L’unico mondo dimenticato, povero, dilaniato da guerre, carestie, desertificazione fu il Continente africano.

Pippo uno

Alcune figure mostrano chiaramente come si svilupparono le esportazioni mondiali. In esse sono evidenti le varie crisi economiche che, nate in singoli Paesi o gruppi di Paesi, si propagarono poi in tutto il globo. Il sistema era sostanzialmente armonico e quasi tutti i Paesi ne trassero beneficio, anche se politicamente cominciavano a dividersi sempre di più. Negli anni ,70 Nixon, applicando la strategia ideata da Kissinger, riuscì ad allacciare rapporti con la Cina, rompendo l’alleanza forte anche se sofferta, fra quest’ultima e l’URSS, poi arrivarono le riforme di Gorbachev, il collasso dell’URSS. Quello fu il momento in cui fummo più vicini ad una pace globale, mettendoci alle spalle definitivamente i “lasciti” della seconda guerra mondiale. Gli USA e l’Europa non capirono la necessità assoluta di supportare il rinnovamento russo e preferirono invece affermare definitivamente la supremazia dell’Occidente liberal-democratico su tutto il resto del mondo. Arrivammo al 1989 ed al famoso libro di Francis Fukuyama in cui profetizzò l’imminente “fine della storia” riferendosi al fatto che, dopo gli avvenimenti appena trascorsi, la democrazia e il capitalismo avrebbero pervaso gradualmente tutti i Paesi della Terra. Le cose andarono in maniera molto diversa, lo stesso Fukuyama fu costretto ad ammettere di essersi sbagliato almeno parzialmente, e la Storia del mondo continuò a svolgersi in maniera diversa.

MA IL COMMERCIO E LO SVILUPPO ECONOMICO MONDIALE CONTINUARONO A CRESCERE.

Pippo due

Nel 1980 arrivò Deng Xiaoping. In realtà non era un uomo nuovo, la sua carriera politica aveva conosciuto una serie di su e giù durante i turbolenti anni dell’ultimo periodo di Mao. La sua salvezza politica ed anche fisica fu dovuta a Zhou Enlai, la vera mente politica di quegli anni, che vide in lui il futuro. Comunque Deng fu l’autore della nascita della Cina di oggi. Io ebbi la fortuna di conoscere da vicino quegli anni e di vedere nascere la Cina odierna. Arricchirsi non era più un peccato e cominciarono a vedersi e fiorire i commerci privati. Ricordo una lite fra due giovani, uno dei quali cercava di vendere pettini artigianali di legno, e l’altro alcune scope di varie fogge, ostacolandosi l’un l’altro per richiamare la folla che si raggruppava intorno a loro. Non è questa la sede appropriata per parlarne, ma la strategia di Deng funzionò. La Cina crebbe, nascondendosi agli sguardi del mondo e quella di oggi è la figlia di quella di allora. Essa sopravvisse alla crisi del ’79. I fatti di piazza Tien Anmen rischiarono di far precipitare la Cina in un altro baratro inarrestabile e fu di nuovo Deng a prendersi la responsabilità di sedare con la violenza una rivolta che avrebbe potuto provocarne un collasso definitivo. Pensate che egli non era più né Presidente e neppure segretario del Partito, ma di fatto li esautorò entrambi. Deng restò al potere oltre dieci anni. Questo diagramma indica la crescita delle esportazioni per singoli Paesi e per le varie aree geografiche fra l’anno 2000 e il 2015 E arrivò Xi Jinping, portando la Cina sul proscenio del mondo. Appena andato al potere, incontrò Putin e gli fece un discorso che più o meno suonava così “caro collega, Cina e Russia hanno avuto due storie diverse e due culture che non hanno niente in comune. Noi siamo stati nemici più volte, ci siamo fatti la guerra, la Siberia orientale fino a Vladivostock era nostra e ce l’avete sottratta. Siamo però costretti ad andare d’accordo perché voi avete una quantità immensa di idrocarburi che potreste fornirci via terra superando ogni possibile blocco del nostro avversario comune: gli Usa. Noi abbiamo (ed avremo ancora di più in futuro) i soldi per pagarvi, e la forza e la volontà di resistere all’America. Siamo quindi obbligati ad andare d’accordo”. La storia contemporanea e la “nuova globalizzazione“ di oggi nasce da quell’incontro. Kissinger lo aveva previsto quando in una lettera a Nixon al termine della sua presidenza gli scrisse “Mi auguro che i tuoi successori non faranno mai la sciocchezza di far tornare insieme Russia e Cina che noi abbiamo faticosamente diviso”. Era stato profetico. Xi Jinping comparve sulla scena in una maniera sempre più sorprendente ed alla fine presentò il suo “manifesto” in un memorabile discorso fatto al consueto meeting annuale di Davos nel 2017. Ve lo riassumo perché è fondamentale. Viviamo in un mondo di contraddizioni. Da una parte con la crescita della ricchezza e l’avanzare della scienza e della tecnologia. Dall’altra con frequenti conflitti regionali, il terrorismo e i rifugiati, ma anche con la povertà, la disoccupazione e l’alto divario di reddito…Alcuni accusano la globalizzazione del caos mondiale, e la comunità internazionale dibatte sulla globalizzazione economica. Le cause sono ben altre. Smettiamola di dare la colpa dei problemi del mondo alla globalizzazione. Essa ha portato alla crescita della produzione … ha alimentato la crescita globale e la circolazione agevolata di merci e capitali, ai progressi nel campo della scienza, della tecnologia e della civiltà, e le interazioni tra i popoli. Ma essa è un’arma a doppio taglio. Quando l’economia globale subisce una contrazione, è difficile ingrandire la torta e questo peserà negativamente fra crescita e redistribuzione…. Sia i Paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo hanno accusato il colpo….< eravamo ancora nell’onda della grande crisi del 2009> Si sono levate voci contro la globalizzazione. La Cina ha avuto molti dubbi sulla globalizzazione economica ma oggi l’integrazione dell’economia globale è una tendenza storica. Per far crescere la sua economia la Cina deve avere il coraggio di nuotare nel vasto oceano del mercato globale… Qualsiasi tentativo di interrompere il flusso di capitali, tecnologie, prodotti, industrie e persone tra le economie per canalizzare le acque del mare nuovo in laghi isolati e torrenti è impossibile…Dobbiamo agire in modo pro attivo e governare la globalizzazione economica in modo da liberare il suo impatto positivo e riequilibrare il processo. Dobbiamo trovare un equilibrio fra equità ed efficienza al fine di garantire che i diversi Paesi, i diversi strati sociali ed i diversi gruppi di persone possano condividere i benefici della globalizzazione economica. L’economia globale è rimasta stagnante per un bel po’ di tempo. Il divario tra ricchi e poveri e tra il sud e il nord si sta allargando. Esistono tre criticità: in primo luogo Negli ultimi sette anni la crescita del commercio mondiale è stata più lenta della crescita del PIL globale per la mancanza di robuste forze trainanti. E’ necessario dispiegare riforme strutturali. In secondo luogo I mercati emergenti e in via di sviluppo già contribuiscono all’80% della crescita dell’economia globale. Tuttavia il sistema di governance globale non ha abbracciato i nuovi cambiamenti ed è quindi inadeguato in termini di rappresentanza ed inclusione. In terzo luogo l’irregolare sviluppo globale rende difficile soddisfare le aspettative della gente per una vita migliore. Questa rivoluzione industriale produrrà impatti di vasta portata come la crescente disuguaglianza, in particolare la possibilità di un crescente divario tra rendimento del capitale e quello sul lavoro. Oltre 700 milioni di persone nel mondo vivono ancora in condizioni di estrema povertà. Questa è la sfida più grande di fronte al mondo di oggi. Dobbiamo sviluppare un modello innovativo e dinamico di crescita. L’innovazione è la forza primaria di guida dello sviluppo. A differenza delle precedenti rivoluzioni industriali la quarta rivoluzione industriale si sta svolgendo a un ritmo esponenziale piuttosto che lineare. Avendo ciò presente i leaders del G20 hanno raggiunto ad Hangzhou un consenso importante che è quello di fare dell’innovazione un fattore chiave per favorire una nuova forza trainante per la crescita, sia per i singoli Paesi che per l’economia globale. Dobbiamo cogliere le opportunità offerte dal nuovo ciclo di rivoluzione industriale e dall’economia digitale. Dobbiamo affrontare le sfide del cambiamento climatico e l’invecchiamento della popolazione. Dobbiamo affrontare l’impatto negativo della IA e dell’automazione dei posti di lavoro. Oggi l’umanità è diventata una comunità molto unita nel futuro condiviso. Tutti i Paesi godono del diritto allo sviluppo. Essi però dovrebbero astenersi dal perseguire i propri interessi a scapito di altri. Dobbiamo impegnarci a far crescere un’economia globale aperta per condividere le opportunità e gli interessi attraverso l’apertura, e ottenere risultati vincenti. Dobbiamo impegnarci a sviluppare il libero scambio e l’investimento globale, promuovere il commercio, la liberalizzazione degli investimenti e la facilitazione attraverso l’apertura per dire no al protezionismo. Per ottenere ciò bisogna sviluppare un modello di governance giusto ed equo in linea con l’evoluzione dei tempi. E’ necessario riformare il sistema di governance economica globale. Nel 2010 la riforma delle quote del FMI è entrata in vigore ed essa dovrebbe essere sostenuta. La Cina è diventata la seconda economia del mondo perché ha tracciato un percorso di sviluppo che si adatta alle condizioni reali della Cina ed è un percorso basato sulla realtà della Cina… Nessun Paese dovrebbe vedere il proprio percorso di sviluppo come l’unica via praticabile, tanto meno dovrebbe imporre il proprio percorso di sviluppo sugli altri. Lo sviluppo interconnesso fra la Cina e un gran numero di altri Paesi ha reso l’economia mondiale più equilibrata. Come ultima parte dl suo discorso Xi Jinping elenca i dati dell’economi a e dello sviluppo del suo paese ed i risultati raggiunti nell’arena internazionale. Cita inoltre i risultati ottenuti nei primi tre anni di vita della BRI e la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che allora stava per nascere, ma tutto ciò fa parte di un altro discorso che esce dall’argomento di oggi. In quest’altro diagramma si vede la crescita del commercio internazionale fra il 2015 e il 2024. Tante cose sono successe in questi 25 anni, gli attori sono cambiati, le alleanze anche, nuove organizzazioni internazionali hanno affiancato quelle esistenti, ma la crescita globale non si è mai arrestata. Anzi l’Africa ha smesso di essere solamente un Paese esportatore di materie prime, ma ha cominciato ad esportare prodotti, come ad esempio i tessili realizzati in Etiopia sfruttando il basso costo della mano d’opera. E’ ciò che successe in Italia nel dopoguerra, poi in Cina ed oggi si va spostando nei Paesi più poveri, grazie ad investimenti stranieri. Vi propongo però un’altra tabella, che fa notare, forse in maniera più chiara quanto siano cambiati i commerci mondiali in questo inizio sconvolgente del millennio che vedranno i nostri figli e i nostri nipoti. Ho ritenuto essenziale dilungarmi su questo discorso perché è fondamentale per capire la realtà di oggi. E’ la prima volta che un leader cinese lancia un programma liberal-capitalistico di tipo internazionalista nella storia del Paese.

Pippo trePippo 4

Ne aveva già fatto cenno l’anno prima alla consueta riunione dei Paesi dell’Opec ma era rimasto abbastanza inosservato. Come era passato inosservato il fatto che, appena arrivato al potere aveva creato una collaborazione con Putin che, messe da parte le inimicizie e le incomprensioni storiche, si focalizzasse sugli interessi comuni. Ed era passato anche inosservato qualche anno dopo il lancio del Piano di sviluppo “China 2025” che ha permesso oggi alla Cina di essere il Paese più avanzato nello sviluppo delle moderne tecnologie (studio australiano finanziato dal Dipartimento di Stato americano). Non c’era niente di segreto. Bisognava evitare di vedere la realtà solamente “guardando il nostro ombelico” ed osannandoci per i nostri ideali. Molti anni fa il chairman del gruppo multinazionale per cui lavoravo mi chiese “Nino, non temi che i Cinesi con cui proponi di collaborare, facciano come i Coreani che ci hanno copiato per anni e poi ci hanno fatto concorrenza?” La mia risposta fu “Egregio ingegnere, noi non avremo niente da temere se saremo capaci di essere sempre dieci anni avanti a loro; anzi in questo modo potremo essere noi a trarre vantaggio dalla loro forza propulsiva internazionale”. E infatti la Cina imparò subito. Si rese perfettamente conto che non avrebbe mai raggiunto l’Occidente in settori come la petrolchimica, i motori a combustione interna etc. settori nei quali aprì le porte a invertitori occidentali a condizioni favorevoli. Si dedicarono anima e corpo alle nuove tecnologie, e oggi ne vediamo le conseguenze. Ancora oggi però la filosofia cinese è sempre la stessa. Infatti BMW ed un altro gruppo tedesco, non ricordo quale, hanno deciso di sviluppare e costruire in Cina i loro modelli di punta di auto elettriche (oltre 100.000 €), e viceversa BYD, la più grande fabbrica cinese di EV sta già producendo EV e batterie in Ungheria, quindi in piena UE, superando tutte le barriere che si possono immaginare, ed analogamente sta sorgendo una fabbrica in Austria di un altro costruttore. Il cuore della filosofia economica occidentale “ non è possibile fermare i mercati” è stato oggi perfettamente studiato e messo in opera dal mondo cinese. Di tutto ciò purtroppo abbiamo preso coscienza proprio nel momento peggiore: quando l’amministrazione Trump sta sfruttando la potenza economica e politica del suo Paese per assoggettare al suo volere ed ai suoi obiettivi politici i Paesi alleati che oggi non esito a definire “vassalli”. Mi rendo conto però di cadere nel solito errore Euro-Americano: considerare il mondo intero come una rivalità culturale, una lotta di civiltà in cui c’è da una parte un blocco costituito da USA e UE, circa 800 900 milioni di abitanti ed un’economia sicuramente più forte di quella cinese. Ma la popolazione mondiale supera gli 8 miliardi. E gli altri? Non esistono, sono scartine da convertire alla nostra civiltà. Stiamo parlando di oltre 7 miliardi di individui fra cui blocchi enormi, come l’India, la Cina, il Brasile etc. Anche da questo punto di vista le nostre idee erano buone. Sono state create grandi istituzioni bancarie: la Banca Mondiale, il FMI, la Banca Asiatica di sviluppo etc. tutte allo scopo, giusto, di supportare lo sviluppo delle economie del terzo mondo. Anche la Cina usufruì di questi crediti internazionali. Nel 1980 la società per cui lavoravo sfruttò la “cooperazione allo sviluppo” per realizzare stabilimenti grandi per quei tempi che contribuirono alla crescita dell’economia cinese e allo stesso tempo arricchivano i nostri esportatori. Un classico esempio di proto-globalizzazione. Oggi, purtroppo, tutte queste istituzioni che veramente crearono un grande sviluppo, ed anche ricchezza, si sono burocratizzate e sclerotizzate. Non solo, esse, per esempio il FMI e la Banca Mondiale o la Banca asiatica di sviluppo non rispecchiano più nella distribuzione delle loro quote etc. il mondo di oggi. Non solo. Noi, il blocco USA-UE, abbiamo due “peccati originali”. Il primo un imperialismo violento che ha sfruttato e rapinato interi continenti. L’Europa sin dall’ ‘800 si è focalizzata sull’Africa con il pretesto di portare la civiltà, poi affiancata dagli USA seguendo l’odore del petrolio. E questo è un argomento che conosciamo bene. Lo stesso accadde negli USA dalla fine dell’ ‘800 con la “dottrina Monroe” a cui si devono innumerevoli colpi di stato in tutta l’America Latina. Oggi ciò avviene in maniera molto più ridotta, ma per aiutare specialmente il mondo africano richiediamo una “conversione” alla democrazia di Paesi a struttura tribale e sistemi di governo autocratici. Ciò non potrà avvenire ancora per molti secoli, se pure mai avverrà, e crea diffidenza e ostilità. Cito solo due esempi positivi, che ci riguardano da vicino. Il primo Enrico Mattei che proponeva accordi equi per lo sviluppo dell’estrazione petrolifera, e fece la fine che conosciamo. L’altro il gruppo ENI che non esitò a fare accordi con Gheddafi senza storcere il naso sulle sue idee politiche e sociali. Ciò portò ricchezza ad entrambi i Paesi ed un’amicizia che in un certo senso ancora esiste. Ovviamente la cosa non piaceva alla Francia e parte della situazione odierna il Libia è dovuta alle conseguenze di ciò. L’espansione cinese ha dilagato nel mondo proprio sulla base di uno studio profondo dei nostri errori. Certamente essa ha perseguito e persegue i propri interessi; in un certo senso possiamo dire che sfrutta la manodopera a basso costo, ma persegue tutto ciò in maniera molto diversa e più accettabile. Innanzi tutto essa mostra al mondo un caso unico nella storia: un Paese che negli anni ’50 del ‘900 era al livello dei Paesi africani più poveri, con 20 milioni di morti dovuti alla carestia del “grande balzo in avanti”. In soli 50 anni ha tolto dalla fame 700 milioni di persone. “se ci siamo riusciti noi, potete farlo anche voi” è lo slogan, ed è difficile non crederlo. In secondo luogo poi noi siamo arrivati in Africa con gli eserciti per portare “la civiltà”. Ricordate la canzone che finiva con le parole “Faccetta nera, bell’Abissina, sarai italiana … noi ti daremo il nostro Duce e il nostro Re” e le stragi del Maresciallo Graziani?. Anche questo non si dimentica. Cosa fanno i Cinesi? Arrivano e costruiscono infrastrutture senza mandare un solo soldato. “li incastrano nella trappola del debito!” diciamo noi. Ciò è vero in teoria, ma se il Paese debitore si rifiuta di pagare cosa possono fare? Non possono portar via una ferrovia o demolire un ponte. E non possono neanche ricorrere ai militari o alle corti internazionali perché il mondo euroamericano li ostacolerebbe. E allora? Si chiama rischio imprenditoriale e qualche volta può anche andar male. Ciò è successo in Venezuela dove avevano iniziato investimenti colossali all’epoca di Chavez. Dopo la sua morte, con l’avvento di Maduro, di ben altra pasta, gli USA cominciarono a fare la voce grossa e la Cina si ritirò, perdendo quasi 100 miliardi di dollari. La società per cui lavoravo aveva acquisito dei contratti finanziati dalle banche cinesi in JV con un contractor cinese. Conosco molto bene quella storia. Sfruttando delle sottigliezze contrattuali che ci impedivano di agire direttamente per recuperare il credito, la mia ex azienda chiese di essere pagata dal nostro partner, ed essi ci pagarono anche se con qualche mugugno. Come dicevo: qualche volta va male ma di solito non succede. Non solo, per supportare i governi locali al potere realizzano alcune infrastrutture che danno come “doni”, finanziano le scuole locali, ed offrono borse di studio in Cina ai più meritevoli di essi, che dopo un certo numero di anni torneranno in patria “fidelizzati” da quel Paese di cui conoscono lingua e cultura. Non è una novità: i Francesi insegnarono lingua e cultura francese alla popolazione del Vietnam che era la loro colonia più importante in Asia. Tuttora sussidiano nelle scuole lo studio della lingua francese, gli edifici del centro di Hanoi hanno una tipica architettura francese e l’ufficio postale fu progettato da Eiffel. Stessa strategia, ma con una differenza fondamentale: i Francesi furono cacciati via dopo una guerra sanguinosa e violentissima. Oggi i due popoli commerciano fra di loro ma il passato non si dimentica. Vorrei mostrarvi un’ultima tabella che mostra la distribuzione nel mondo delle importazioni/ esportazioni della UE. Noi esportiamo in USA solamente un quinto del totale. Dire che una loro riduzione sarebbe per noi un disastro, impossibile da recuperare nel resto del mondo, mi pare eccessivo, se solo volessimo impegnarci.

Pippo 5

E torniamo quindi alla globalizzazione OGGI. Esistono due poli, USA e Cina, che sono sostanzialmente ostili l’uno all’altro. Sanno di dover collaborare ma la cosa è resa impossibile dall’incapacità di capirsi. Troppo diverse sono le loro culture, e se all’epoca di Clinton la cosa era possibile, già Obama la vide come un pericolo al ruolo americano nel mondo. Trump uno e Biden perseguirono in fondo la stessa linea e con Trump due come si suol dire “saltò il banco”. In quest’ultima analisi mi baso quasi esclusivamente su fonti americane e prevalentemente su articoli di Foreign Affairs, una delle più accreditate riviste di politica estera, espressione della destra moderata USA. Per alcuni aspetti specifici mi riferisco invece al South China Morning Post. Fino al 2016 i dibattiti sull’ordine mondiale vertevano sulla sua struttura e sull’ipotetico ritiro parziale degli USA da alcuni dei loro impegni internazionali. Al giorno d’oggi invece la politica internazionale occidentale prende le mosse dal populismo che ha preso piede quasi ovunque sia in America che in Europa. Esso è diverso da Paese a Paese ma il suo segno distintivo è la convinzione che ogni Paese abbia un autentico “popolo”, che è limitato dalla collusione di forze straniere e di élite egoiste in patria. Un leader populista cerca quindi di indebolire o distruggere le istituzioni nazionali o internazionali e di liberarsi dalle restrizioni esterne, in difesa della sovranità nazionale. Tali istituzioni (parlo di quelle internazionali) possono essere l’ONU, la UE, il WTO, le principali alleanze come la NATO, e tutte le organizzazioni e trattati ad esse legate, come ad esempio gli accordi sul clima. Dalla fine della guerra mondiale queste istituzioni hanno evitato anzitutto il riarmo nucleare di Germania, Giappone Corea del Sud e Arabia Saudita, hanno garantito una sostanziale pace fra le grandi potenze e l’aumento del commercio internazionale, globalizzato, che ha creato ricchezza in tutto il mondo. Le elites economiche però hanno progettato le istituzioni in modo da renderle funzionali ai propri interessi, ma nel fare ciò hanno creato grandi disparità proprio fra i cittadini dei loro Paesi, mentre avrebbero dovuto assicurarsi che coloro che sono svantaggiati dalle forze di mercato non rimanessero troppo indietro. Proprio negli USA tra il 1974 e il 2015, il reddito familiare medio reale per gli americani senza diploma di scuola superiore è diminuito di quasi il 20%, e il reddito di quelli con il diploma di scuola superiore ma non laureati è sceso del 24%. Solo i laureati hanno visto il loro reddito crescere del 17%. Ciò ha indebolito il senso di solidarietà della vita civile americana e le classi sociali sono diventate estranee l’una all’altra. E’ anche vero che secondo alcuni i benefici economici dell’integrazione globale sono e saranno così schiaccianti che i governi nazionali troveranno la strada per tornale ad un capitalismo liberale indipendentemente dall’atteggiamento populista così pervasivo, ma oggi, in occidente siamo molto lontani da questa visione. Per il presidente Trump, sostiene Adam S. Posen il 9 aprile scorso su F.A., le battaglie economiche sono buone e facili da vincere, perché crede di avere in mano le carte vincenti, ma nei confronti della Cina ciò non è così sicuro, perché la Cina esporta in USA beni che non possono essere costruiti in USA o importati altrove se non a costi altissimi. “Dato che l’economia USA dipende dalla Cina per beni vitali, chip elettronici a basso costo, minerali critici etc. – sostiene l’autore – è veramente sconsiderato non garantire fornitori alternativi o un’adeguata produzione interna prima di interrompere il commercio”. Molto più pessimista è Foreign Affairs nel numero di maggio/giugno 2025 della rivista. Essa vede in maniera critica le decisioni prese da Trump all’inizio del suo mandato, fra cui una ridefinizione del ruolo USA nella NATO e delle regole dell’alleanza Five-Eyes, ma anche l’uscita dall’accordo sul clima e dall’Organizzazione mondiale della sanità. La prospettiva è ancora peggiore a dar conto al “Progetto 2025” fatto in preparazione delle elezioni USA, ma non ancora diventato legge, che prevede l’uscita dal FMI e dalla Banca Mondiale, vale a dire le organizzazioni che hanno retto il mondo fino ad oggi, sotto l’egida del governo americano. Secondo l’idea corrente, le relazioni internazionali richiedono sempre una potenza egemone quindi un ritiro degli Stati Uniti causerebbe un collasso dell’ordine internazionale, per cui gli USA possono oggi permettersi di ri-plasmarlo secondo i loro nuovi interessi. Ma è vero quest’assioma? Potrebbe non esserlo e prova ne sia che molti Paesi sostengono oggi varie forme di cooperazione multilaterale senza un Paese egemone. Essi pensano infatti che, in assenza di un egemone ciò possa creare un baluardo contro l’unica alternativa: accordi One-to-One in cui la potenza egemone può imporre il proprio potere. Quest’idea fa ipotizzare la possibilità di un nuovo ordine senza gli Stati Uniti. Questa soluzione (accordi senza un egemone) non è nuova: già il Concerto d’Europa istituito subito dopo il Congresso di Vienna creò un certo ordine, distrutto poi dopo la guerra di Crimea con l’unificazione della Germania e dell’Italia che turbò l’equilibrio. Un altro esempio fu la Lega Anseatica nel XIII secolo, e ancora oggi il blocco economico della UE, che ormai si regge su istituzioni stabili come la Banca Europea. L’ultimo esempio è l’OPEC ed oggi l’OPEC+ che proprio durante l’invasione dell’Ucraina è riuscito a regolare le quote di produzione per stabilizzare i prezzi del petrolio. Una forma meno rigida di organizzazione è oggi costituita dai BRICS che, fondata nel 2009 è arrivata oggi a 10 membri. Essa è tenuta in piedi dal comune timore che la dipendenza dal dollaro USA e dalle istituzioni internazionali guidate dagli USA li renda vulnerabili a coercizioni e sanzioni. Come si vede questa paura nasce ben prima dell’avvento dell’era Trump.

Se si guarda, infatti, al passato gli USA cominciarono a costruire l’assetto odierno a Bretton Woods nel 1944, in cui già s’ipotizzava la creazione del FMI e della banca mondiale, e in seguito la designazione del dollaro come valuta di riserva mondiale. Oggi Trump pensa di “ribaltare” ciò che il suo Paese ha creato alla nascita del cosiddetto “secolo americano” che ha stabilizzato il mondo, ma anche servito gli interessi americani. Queste istituzioni infatti, non entgro nei dettagl, prevedono quote che, valide all’epoca, non rispettano più i reali rapporti fra le economie dei vari Paesi. Inoltre la percentuale di riserve valutarie detenute in dollari è diminuita da circa il 71% nel 1999 al 57% nel 2024 poiché molti Paesi cercano rendimenti in valute più facili da negoziare. Inoltre tale slittamento potrebbe accelerare se Trump lanciasse l’idea, di cui si è parlato in passato, di “costringere” gli stranieri a convertire i loro buoni del tesoro a cinque e 10 anni in titoli a 100 anni con bassi tassi di interesse

Già quando Trump pubblicò la lista dei Paesi a cui applicare dazi stratosferici in molti ipotizzarono che il suo reale obiettivo fosse di barattarli in cambio di una riduzione dei tassi. Infatti, oggi il problema drammatico per l’economia USA è la quantità esorbitante di debito pubblico, i cui interessi costituiscono un costo eccessivo per il bilancio federale>

.Infine un sistema per “sganciarsi” dal dollaro è costituito dall’uso crescente di swap di valute. Fino al 2024 la banca centrale cinese aveva firmato 40 accordi bilaterali di wap di cui 31 in vigore per un valore di 586 miliardi di $. Il Brasile ne ha firmato con l’Argentina e con la Cina, Allo stesso modo si sono create una serie di associazioni regionali che sostanzialmente replicano il FMI. Foreign Affairs va oltre ed ipotizza come dovrebbe costituirsi un gruppo capace di sostituire l’attuale. Il punto di partenza dovrebbe essere un gruppo simile al G20 di oggi, includente Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Giappone Saudi Arabia, Sud Africa, Sud Korea e UK. Esso dovrebbe impegnarsi a sostenere le istituzioni multilaterali esistenti, escludendo Russia e USA. Ovviamente la Cina potrebbe costituire un ostacolo per il rischio che si arrivi a sostituire un’egemonia, quella americana, con un’altra egemonia, quella cinese. Il motivo di tutto ciò è ciò che si legge in un altro articolo di Foreign Affairs. “Non c’è modo di annullare l’interdipendenza globale. Continuerà fino a quando gli esseri umani saranno mobili e inventeranno nuove tecnologie di comunicazione e trasporto.” Dopo tutto, la globalizzazione attraversa i secoli, con radici che risalgono alla Via della Seta e oltre. E la Cina dal suo punto di vista ha anticipato ciò che oggi sostengono, o paventano, gli osservatori occidentali. Infatti, già pochi mesi dopo l’inizio del suo mandato Xi Jinping andò ad Astana (Kazakhistan) e lanciò una proposta di collaborazione estesa proprio nell’area di cooperazione economica russa. Subito dopo allargò il tiro e lanciò un progetto grandioso: la nuova via della seta terrestre e marittima. Si trattava di un immenso progetto infrastrutturale che doveva congiungere l’Asia Orientale con l’Europa per via terrestre, attraversando con vari rami, tutti i Paesi compresi nell’area che iniziava ai confini orientali dell’Asia, tutto il sud est asiatico e andava verso ovest fino all’estremità occidentale del Portogallo. Ad essa si aggiungeva la via marittima che avrebbe dovuto coinvolgere tutti i porti più importanti di Asia ed Europa. In origine le due vie si sarebbero dovute congiungere a Venezia, sede dell’antica via della seta. In seguito però si cambiò idea e quella marittima attraversò il Mediterraneo, e poi, via Gibilterra, raggiunse i principali porti dell’Europa continentale. Quella terrestre invece ebbe capolinea nell’enorme interporto di Duisburg in Germania. Ad esso arrivano oggi tutte le merci provenienti via treno dall’Asia. Queste sono poi instradate verso il resto d’Europa, e ovviamente viceversa. Via mare invece il capolinea mediterraneo è il Pireo, da cui le merci vengono istradate nell’Europa del sud. Le navi poi proseguono nell’Atlantico come ho detto, e attraccano nei principali porti del nord Europa dove società cinesi hanno importanti partecipazioni. Quasi tutte le opere sono state finanziate da capitali cinesi ed hanno indubbiamente dato un grande contributo all’aumento dei commerci. Nel 2017 ci fu il discorso di Davos di cui vi ho parlato e siamo arrivati ad oggi. La Cina si rese conto subito che la globalizzazione creata nel dopo guerra avrebbe prima o poi compresso il suo sviluppo, e aderì a tutte le organizzazioni internazionali, cercando poco a poco di adattarle alla realtà dei nuovi rapporti economici mondiali che si avviavano a diventare profondamente diversi rispetto a quando esistevano pochi “paesi ricchi” che fissavano le regole del commercio mondiale, ed una massa di “paesi poveri” che ne accettavano le regole. Nacquero quindi una serie di organizzazioni internazionali “parallele” in cui il secondo gruppo poteva avere più voce in capitolo. Non mi dilungo per raccontarvi queste organizzazioni ma vi faccio solo un cenno della situazione odierna. La SCO, organizzazione per la cooperazione di Shangai, include oggi, considerando anche gli stati partner di dialogo, 27 membri in rappresentanza di Paesi dell’Asia centrale e sud Orientale, oltre a Cina, India, Russia, Iran ed altri. Essa ha avuto la sua riunione annuale a Tianjin, il 1° settembre scorso ed è stata occasione per il vertice congiunto Xi, Putin, Modi, che si può definire realmente storico. Essa è stata paragonata all’incontro di Yalta fra Roosevelt, Stalin e Churchill, salvo il fatto che non è stata preceduta dagli accordi di Bretton Woods, ed è un fatto importante. Nei comunicati ufficiali di questa riunione si enfatizza in più punti l’aspirazione di un ordine mondiale multipolare basato sulla legge internazionale e con un ruolo centrale dell’ONU. Si sostiene di adattare l’ONU alla realtà odierna per assicurare una rappresentanza adeguata ai paesi in via di sviluppo, conferma della visione dello SCO come elemento fondante nell’architettura della sicurezza in Eurasia. Da un punto di vista economico si conferma il supporto alla BRI e gli sforzi per allinearla allo sviluppo dell’Unione Economica euroasiatica, l’opposizione a misure economiche coercitive unilaterali che contraddicono la carta dell’ ONU e le regole del WTO Ritengono necessaria una riforma dell’architettura finanziaria internazionale per migliorare il ruolo dei Paesi in via di sviluppo, incrementare l’utilizzo delle valute nazionali negli scambi, L’organizzazione decide la creazione della SCO Development Bank.Si esprime infine supporto al Summit regionale sul clima che si svolgerà in Kazakhistan nel 2026 con il supporto dell’ONU. Come si vede, la proposta, oggi, non è quella di creare un nuovo sistema mondiale, ma di adattare le strutture esistenti ad una realtà profondamente diversa da quella esistente, basata su una situazione politica ed economica del tutto diversa rispetto al passato. Ho parlato della mancanza di un nuovo accordo di Bretton Woods Credo che sia evidente la sua necessità storica in un mondo in cui il governo del dollaro non è ancora finito ma sta volgendo al termine proprio perché le condizioni in cui esso fu stabilito sono profondamente mutate. Sarebbe un bene per tutti se se ne prendesse atto, piuttosto di muoversi, come sta succedendo oggi, con una serie di iniziative regionali concorrenti. I BRICS, l’altra grande struttura, ora è arrivata ad includere 10 membri con l’inclusione di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi uniti. Essi rappresentano un terzo del PIL mondiale, superiore a quello del G7. Non mi dilungo su questo partenariato perché è ben noto, e valgono più o meno le stesse considerazioni fatte per lo SCO. Le conseguenze sono visibili in Africa dove la Cina nell’ambito di un allargamento della BRI, è coinvolta in progetti infrastrutturali in Angola, repubblica Democratica del Congo, Kenya, Nigeria, Tanzania e Zimbabwe,. Più o meno lo stesso accade in America Latina. Come ha detto Samantha Power, ex amministratore dell’agenzia americana per lo sviluppo internazionale “Non importa dove vado, non importa quale continente, non importa quale comunità, il messaggio è lo stesso: vogliamo commerci, non aiuti. E questo è ciò che sostengono anche tutti i Paesi del Sud Est asiatico che vengono posti dagli USA di fronte al dilemma “Con noi o contro di noi” e cercano in qualche modo di barcamenarsi, perché i loro interessi sono in linea con ciò che ha detto l’India che ha però la forza per farlo. Modi, di fronte al ricatto di Trump che cercava di impedirgli di comprare il petrolio russo, si è rifiutato, ed ha accettato dazi stratosferici per salvaguardare la propria sovranità e indipendenza. Purtroppo oggi gli USA, con la UE al seguito, non sono capaci di rinunziare ai presupposti ideologici e in un certo senso “suprematisti” che hanno caratterizzato la Guerra Fredda, e rischiano, non dico di essere marginalizzati, ma di essere costretti in una struttura ideata da altri mentre sarebbero certamente capaci di prendere la guida ancora una volta di un ammodernamento radicale dei rapporti internazionali più adatto al mondo di oggi e capace di reggere fino alla fine di questo secolo.

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