Ha solo cambiato nome
Tra le 75mila e le 120mila persone vendono il proprio corpo in Italia. Un mercato che sfiora i cinque miliardi di euro l’anno, con oltre tre milioni di clienti.
Il 60%è di nazionalità straniera. Non sono numeri. Sono la radiografia di un sistema schiavistico che opera alla luce del sole nel cuore dell’Europa, nel 2026.
Dietro questa catastrofe si nascondono tre fallimenti che si tengono l’uno con l’altro: un linguaggio che ha cancellato il fenomeno dal dibattito pubblico per non offendere nessuno.
Un femminismo che si preoccupa di cambiare i nomi e gridare al patriarcato italiano chiudendo però entrambi gli occhi su quello di importazione e ignorando la più grande emergenza di genere del continente. Infine, un Paese che non ha il coraggio di regolamentare la prostituzione perché il Vaticano è dall’altra parte del Tevere.
Nel 1899, a Londra, il primo congresso internazionale sulla “tratta delle bianche” mobilitò governi, diplomazie, trattati. L’Europa scopriva con orrore che migliaia di giovani donne venivano reclutate con l’inganno e vendute. Poi quella definizione è scomparsa dal vocabolario pubblico.
Conteneva un aggettivo scomodo – il colore della pelle – e nessuno ha osato sostituirla con qualcosa di altrettanto potente.
“Trafficking”, “tratta di esseri umani”, “sfruttamento sessuale”: formule burocratiche che non scuotono nessuno, non mobilitano nessuno, non disturbano nessuno. Il politicamente corretto ha fatto da anestetico.
E sotto l’anestesia le schiave sono diventate invisibili.
Ma invisibili a chi?
A novembre 2025 ventuno arresti fra Roma e la Romania: giovani donne reclutate col metodo del “lover boy” e piazzate su viale Togliatti. A marzo 2025 smantellata a Roma la “Maphite”, confraternita nigeriana: ragazze portate attraverso Niger e Libia, affidate a una “madame”, incatenate a un debito di cinquantamila euro sigillato da un rito juju.
Una di loro, in stato di gravidanza, fu costretta ad ingerire farmaci abortivi al solo scopo di rimetterla in strada. Rischiò di morirne.
A settembre 2024, nel Verbano, sette centri massaggi cinesi chiusi: le ragazze vivevano segregate nei locali stessi, prigioniere della barriera linguistica e dell’isolamento totale. I carabinieri ipotizzano riduzione in schiavitù.
Tre operazioni, tre continenti di provenienza, un unico meccanismo identico a quello che il Comitato Italiano contro la Tratta denunciava nel 1906: inganno al reclutamento, violenza nel trasferimento, schiavitù nella destinazione.
Sono cambiate le rotte – non più Genova – Buenos Aires ma Lagos – Pozzallo, Bucarest – Viale Togliatti, Pechino – Verbania – ma la sostanza è la stessa.
Tutto questo accade adesso e le piazze tacciono.
Dov’è il femminismo militante che riempie le strade per il gender pay gap e l’asterisco al posto della desinenza?
Dov’è quando una ragazzina nigeriana di sedici anni viene venduta o una giovane rumena ceduta dal suo “fidanzato” a un racket di strada?
Il paradosso è feroce: mai nella storia si è parlato tanto di diritti delle donne e mai tante donne sono state ridotte a merce sul suolo europeo. Nel 2024, secondo Eurostat, oltre diecimila vittime di tratta registrate nell’Unione. Il 63 per cento donne e ragazze.
Save the Children stima in cinquanta milioni le persone intrappolate in forme moderne di schiavitù nel mondo. Ma evidentemente queste schiave non rientrano nel perimetro ideologico giusto. Non sono vittime fotogeniche, non portano voti. Sono solo corpi.
E qui si arriva al nodo che l’Italia rifiuta da sessant’anni di sciogliere. La prostituzione non è reato. Non lo è mai stata. Non lo è nella Bibbia, dove Rahab la prostituta salva le spie di Giosuè a Gerico. Non lo è nel codice penale, dove a essere puniti sono il favoreggiamento, lo sfruttamento, il reclutamento.
La legge Merlin nel 1958 chiuse le case chiuse – Totò ci fece un film – e il Parlamento si congratulò con se stesso. Il risultato concreto fu spostare la prostituzione dal chiuso alla strada.
Dal controllo sanitario al nulla. Da allora l’Italia finge che il problema non esista e il problema cresce: il giro d’affari quasi raddoppiato in quindici anni, le persone coinvolte da 70mila a oltre centomila, i clienti da due milioni e mezzo a tre milioni. Ogni cifra in aumento, ogni anno, senza eccezioni.
Il motivo del silenzio ha un indirizzo: Città del Vaticano, 00120. L’Italia è l’unico grande Paese dell’Europa occidentale dove la regolamentazione della prostituzione resta tabù. In Germania è legale dal 2002: contratti di lavoro, tasse, accesso al sistema sanitario.
In Olanda le case chiuse operano con controlli medici e fiscali. In ventuno Paesi dell’Unione su ventisette la prostituzione è legale, con gradi diversi di regolamentazione. Ma a Roma, con la cupola di San Pietro sullo sfondo, nessun governo ha mai avuto il coraggio nemmeno di avviare la discussione.
Ecco il passaggio che nessuno vuole compiere: dalla tratta alla prostituzione regolare. Regolamentare non significa promuovere. Significa distinguere chi sceglie da chi è schiava. Significa sottrarre decine di migliaia di donne al ricatto dei racket offrendo un’alternativa legale, trasparente, tassata e controllata.
Significa fare ciò che la Merlin si proponeva – proteggere le donne – con gli strumenti del ventunesimo secolo anziché con l’ipocrisia del ventesimo.
Soprattutto significa accendere un faro sul sommerso: nel momento in cui esiste un mercato legale, chi resta fuori è per definizione vittima di sfruttamento.
Le indagini diventano più mirate, le denunce più facili, le condanne più pesanti.
Oggi accade il contrario: le inchieste per tratta dimezzate in quattro anni – da 84 a 42, certifica il Consiglio d’Europa – mentre il fenomeno esplodeva.
Si abbia dunque l’onestà di guardare la realtà senza il filtro del moralismo e senza quello dell’ideologia. Le schiave del 2026 non aspettano un hashtag né l’ennesima operazione di polizia dimenticata nel giro di un telegiornale.
Aspettano che qualcuno decida se questo Paese vuole continuare a lucrare sull’ipocrisia o vuole affrontare il più grande mercato schiavistico del continente. Con una legge, non con una preghiera.





