Prima blocca l’elio, poi si assicura petrolio, uranio e litio in Africa
Nel giro di poche ore Pechino ha compiuto due mosse che, lette insieme, raccontano con chiarezza la direzione della sua strategia geopolitica e di “guerra” ibrida.
Da una parte ha sospeso le esportazioni di elio, una materia prima indispensabile per la produzione dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale approfittando delle problematiche delle metaniere del Qatar nello Stretto di Hormuz, dall’altra ha firmato ben otto accordi strategici con la Namibia, assicurandosi un accesso privilegiato a petrolio, uranio e litio.
Le due notizie sembrano apparentemente lontane ma in realtà rispondono alla stessa logica, mettere in sicurezza le filiere industriali, controllare le materie prime critiche e arrivare prima degli altri dove si giocherà la competizione economica e tecnologica dei prossimi decenni.
Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sul Medio Oriente, sull’Ucraina e sull’Indo-Pacifico, la Cina consolida con discrezione la propria presenza in Africa.
Il presidente Xi Jinping ha rafforzato il rapporto con la presidente Netumbo Nandi-Ndaitwah, otto accordi di cooperazione che spaziano dall’energia alle infrastrutture, dal commercio allo sviluppo minerario.
La Namibia rappresenta oggi uno dei Paesi africani con il maggiore potenziale energetico e minerario.
Le recenti esplorazioni offshore nel bacino di Orange hanno portato alla scoperta di circa 2,6 miliardi di barili di petrolio recuperabili, trasformando il Paese in una delle nuove frontiere energetiche dell’Africa.
A questo si aggiungono importanti riserve di gas naturale, tra le più grandi miniere di uranio al mondo e giacimenti di litio sempre più richiesti dall’industria delle batterie e della mobilità elettrica.
Per la Cina vuol dire garantirsi forniture stabili per decenni.
Petrolio, uranio e litio sono tre pilastri della nuova competizione globale, il primo alimenta ancora l’economia mondiale, il secondo sostiene il ritorno del nucleare civile, il terzo è diventato indispensabile per batterie, accumuli energetici, veicoli elettrici e tecnologie avanzate.
Pechino conosce perfettamente il valore strategico della Namibia anche dal punto di vista geografico.
Affacciata sull’Atlantico meridionale, rappresenta un punto di accesso privilegiato alle rotte marittime che collegano l’Africa con Europa, Americhe e Asia. Assicurarsi oggi una presenza economica significa costruire anche un’influenza politica e logistica destinata a durare nel tempo.
È la stessa logica che la Cina applica ormai da anni attraverso la Belt and Road Initiative non limitarsi a comprare risorse, ma investire in porti, ferrovie, infrastrutture, energia e cooperazione industriale, creando rapporti di lungo periodo che rendono sempre più stretti i legami economici con i Paesi partner.
La differenza rispetto all’Occidente è soprattutto nei tempi. Pechino non aspetta che una risorsa diventi critica per iniziare a negoziare.
Arriva prima, finanzia, costruisce relazioni politiche e industriali e consolida la propria presenza quando il valore strategico di quei giacimenti deve ancora esprimersi pienamente.
Gli otto accordi firmati con la Namibia dimostrano ancora una volta questa capacità di pianificazione.
Mentre il dibattito internazionale è concentrato sulle crisi del presente, la leadership cinese lavora già sugli equilibri del prossimo decennio.
È per questo che il blocco delle esportazioni di elio e gli accordi con la Namibia non sono due notizie separate. Sono due tasselli della stessa strategia.
È una forma di competizione, una strategia che però sa giocare in anticipo e che non si misura soltanto con eserciti e flotte, ma con il controllo delle catene di approvvigionamento, delle materie prime critiche e delle infrastrutture strategiche.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


