
di Carlo Di Stanislao
La calma in Siria è una priorità per la Turchia. Un concetto ribadito dal portavoce del ministero degli Esteri, Oncu Keceli, che ha lanciato un appello alla “fine immediata” degli scontri tra i militari del regime di Damasco sostenuti da Russia e Iran e i ribelli guidati da Hayat Tahrir al Sham. Questi ultimi hanno raggiunto il centro di Aleppo, importante centro della Siria che si trova ad appena 60 km dal confine turco.
“Questi attacchi devono finire immediatamente. Stiamo assistendo a una escalation regionale che nessuno vuole. Seguiamo con attenzione gli sviluppi della situazione e gli attacchi nei confronti dei civili. I gruppi terroristici a Tal Rifat e Manbij (curdi Ypg, ndr) potrebbero trarre vantaggio da questa situazione e attaccare le nostre truppe”, ha detto Keceli, che ha sottolineato l’importanza dell’integrità territoriale della Siria.
La Turchia ha un contingente militare schierato sia nella regione di Idlib che nelle province di Afrin e Kobane, tutte nel nord della Siria. Principale preoccupazione della Turchia e’ evitare flussi di profughi verso il proprio confine e contrastare i separatisti curdi siriani di Ypg, attivi nel nord est della Siria.
L’esercito siriano ha confermato che i ribelli sono entrati in “gran parte” della città settentrionale di Aleppo, denunciando decine di soldati uccisi e feriti in scontri su larga scala. “Organizzazioni terroristiche armate” hanno lanciato “un ampio attacco da più assi sui fronti di Aleppo e Idlib”, si legge in un comunicato delle forze armate, che segnala feroci battaglie “su una striscia di oltre 100 chilometri”. “Decine di uomini delle nostre forze armate sono stati uccisi e altri feriti”, aggiunge, perché “le organizzazioni terroristiche sono riuscite nelle ultime ore a entrare in gran parte dei quartieri della città di Aleppo”.
L’offensiva militare delle forze filo-turche è diretta contro il bastione governativo russo e iraniano della città nord-occidentale del Paese. L’Onu denuncia: “Già 300 morti e più di 15mila sfollati”
L’esercito regolare parla di “ritiro tattico” e l’aeronautica militare russa ha effettuato raid sulla città siriana per la prima volta dal 2016, come afferma la ong osservatorio siriano per i diritti umani Shor)
Il governo incarnato dal presidente Bashar alAssad, ha detto di aver “eliminato centinaia di terroristi”, tra cui numerosi mercenari stranieri. Nei diversi video pubblicati sui social dai miliziani jihadisti filo-turchi si vedono combattenti siriani accanto ad altri turcomanni e uiguri dello Xinjang. Questi avevano trovato una discreta resistenza nelle campagne occidentali di Aleppo da parte di forze governative e dai loro alleati stranieri, tra cui Hezbollah libanesi, sciiti afgani filo-iraniani, Pasdaran iraniani. Un generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniana è stato ucciso proprio alla periferia di Aleppo.
Ma nell’ingresso in quella che per secoli è stata la più importante città di tutto il Medio Oriente le forze jihadiste, clienti della Turchia, non hanno incontrato quasi alcuna resistenza. La periferia occidentale, settentrionale e meridionale di Aleppo si è svuotata delle già sparute truppe regolari siriane e dei pochi ausiliari filo-iraniani in fuga e si è popolata invece di nuovi miliziani siriani, molti dei quali increduli e festanti di poter “tornare” ad Aleppo dopo esser stati cacciati durante il sanguinoso assedio russo-iraniano-governativo dei quartieri orientali e conclusosi nel dicembre del 2016 dopo quattro anni di aspre battaglie e bombardamenti a tappeto della città.
“Siamo vostri fratelli! Non abbiate paura!”, hanno ripetuto insistentemente i capi delle milizie jihadiste ai civili di Aleppo rimasti rintanati nelle loro case in attesa di capire gli sviluppi di una situazione inaspettata. In serata, il leader jihadista, Abu Muhammad Jolani, capo dell’ex ala di al Qaida in Siria, ha chiesto ai suoi combattenti di rispettare gli abitanti di Aleppo, “di tutte le confessioni” religiose. Ad Aleppo il sentimento è misto di chi saluta “i rivoluzionari” e chi teme vendette. “Nessun rinforzo militare è giunto dal governo”, affermano testimoni in fuga verso Damasco. Ma l’autostrada verso sud è interrotta all’altezza di Saraqeb, snodo chiave nella regione di Idlib, preso dagli jihadisti che hanno interrotto l’asse viario Damasco-Aleppo.
La Russia, un alleato chiave di Assad, ha promesso a Damasco aiuti extramilitari per contrastare i ribelli, hanno affermato due fonti militari, aggiungendo nuovi materiali che inizieranno ad arrivare nelle prossime 72 ore.
Syriana film del 2006 parla della Siria come “stato caniglia” e soprattutto della ambigua politica estera degli Stati Uniti che probabilmente finanziano gli stessi ribelli jihadisti in funzione antirussa e tanti-iraniana.
Lo scorso 15 marzo ha segnato il tredicesimo anniversario dall’inizio della guerra civile siriana. Nel 2011 infatti, la rivoluzione contro il regime di Bashar al Assad, che ha coinvolto persone provenienti da diverse classi sociali ed etnie, è stata violentemente repressa dal governo. In una recente dichiarazione, il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha esortato tutte le parti coinvolte a “fare tutto il necessario per raggiungere una soluzione politica autentica e credibile”, sottolineando l’importanza di “proteggere i civili”. Guterres ha anche evidenziato che le detenzioni arbitrarie, le sparizioni forzate, la violenza sessuale e di genere, la tortura e altre violazioni dei diritti umani continuano a costituire un ostacolo significativo per il raggiungimento di una pace sostenibile in Siria.
Bashar al Assad assume la presidenza nel 2000, quando succede al padre Hafez. Già prima dell’insorgere del conflitto, numerosi cittadini siriani lamentavano l’alto tasso di disoccupazione, la diffusa corruzione e la mancanza di libertà politica nel Paese.
Tuttavia, la situazione si complica quando, nel marzo 2011, manifestazioni pro-democratiche scoppiano nella città meridionale di Deraa sull’onda delle Primavere Arabe, sorte in gran parte del mondo arabo. Il governo siriano però, cerca prontamente di sopprimere con la forza il dissenso popolare: come risposta, in tutto il Paese nascono proteste per chiedere le dimissioni del presidente Assad.
La violenza delle proteste si inasprisce rapidamente, conducendo la Siria, in pochi mesi, in una delle guerre civili più sanguinarie del ventunesimo secolo. Con il passare del tempo però, il conflitto si evolve da una guerra civile ad una complessa serie di guerre sovrapposte e combattute simultaneamente tra potenze regionali e internazionali.
Potenze straniere iniziano infatti a prendere posizione, inviando denaro ed armi: la Russia e l’Iran emergono come principali sostenitori del governo, mentre la Turchia, le potenze occidentali e diversi stati arabi del Golfo, hanno sostenuto l’opposizione durante il corso del conflitto. La situazione si complica ulteriormente quando organizzazioni estremiste jihadiste, come il gruppo dello Stato Islamico (ISIS) e al-Qaeda, intervengono per perseguire i propri obiettivi. Questo ha fortemente allarmato la comunità internazionale che le ha immediatamente considerate la minaccia maggiore. La terza dimensione del conflitto, infine, è rappresentata dai curdi siriani che desiderano il diritto all’autogoverno e all’indipendenza e che, durante la guerra in Siria, hanno assunto un ruolo cruciale nella lotta contro l’ISIS.
Nel febbraio 2023, la già grave situazione umanitaria nel nord-ovest del Paese è stata ulteriormente aggravata dal grande terremoto che ha colpito vicino alla città turca di Gaziantep, a circa 80 km dal confine siriano. Entro la metà del 2023, oltre il 90% dei siriani viveva al di sotto della soglia di povertà, almeno 12 milioni non potevano accedere o permettersi cibo di qualità sufficiente e almeno 15 milioni necessitavano di qualche forma di aiuto umanitario per sopravvivere.
Nonostante numerosi programmi volti all’assistenza dei rifugiati e dei civili siriani siano stati implementati, una soluzione politica a lungo termine che possa portare a una pace duratura in Siria sembra ancora essere irraggiungibile. Il processo politico riguardante l’attuazione della risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2015, che richiede un cessate il fuoco e una soluzione politica in Siria, rimane in stallo. Questo documento delineava una tabella di marcia per la transizione politica in Siria, un obiettivo delineato anche nel Geneva Communiquè del 2012, che prevedeva la formazione di un organo di governo transitorio “formato sulla base del consenso reciproco”.
Nonostante nove round di colloqui per la pace mediati dall’ONU, non si è registrato alcun progresso, con il presidente Assad riluttante a negoziare con i gruppi di opposizione politica. Parallelamente, nel 2017, Russia, Iran e Turchia hanno avviato negoziati politici noti come processo di Astana, anch’essi senza successo.
Mentre il Consiglio di Sicurezza ha di recente sottolineato la necessità che Damasco riprenda il dialogo con il Comitato Costituzionale verso una soluzione duratura, la crisi umanitaria siriana continua a peggiorare.





