Home Opinioni LA RISURREZIONE DI PIERO DELLA FRANCESCA

LA RISURREZIONE DI PIERO DELLA FRANCESCA

0

di Carlo Di Stanislao

La Resurrezione di Piero Della Francesca

L’Alba Segreta Della Pasqua Tra Teologia, Simboli E Pittura

“Cristo è risorto dai morti, con la morte calpestando la morte, e donando la vita a coloro che giacevano nei sepolcri.”
– Inno pasquale bizantino

Nel cuore della Toscana quattrocentesca, tra silenzi di pietra e geometrie rinascimentali, un’immagine si staglia come epifania eterna: La Resurrezione di Piero della Francesca. Non è solo un affresco. È una soglia. Un varco spirituale dove il tempo si arresta, la materia tace e lo spirito si manifesta.

Quando Piero della Francesca lo dipinge, intorno al 1460, ha circa quarantotto anni. È ormai artista maturo e celebrato, reduce da commissioni importanti tra Arezzo, Rimini, Ferrara e Urbino. È un pittore, sì, ma anche un matematico e un filosofo. Scrive trattati come il De prospectiva pingendi e il Libellus de quinque corporibus regularibus, in cui dimostra che la pittura è scienza della luce e dello spazio, non solo imitazione della natura. A Borgo San Sepolcro, la sua città natale, riceve l’incarico di affrescare una sala civica. Ma lui non dipinge una scena politica o storica: crea un’immagine teologica assoluta.

L’icona del risorto: teologia della presenza

Nel centro dell’affresco, Cristo emerge dal sepolcro con una solennità che spezza il tempo. Un piede poggia sulla lastra tombale, l’altro è già sollevato: è fermo, ma in potenza di cammino. Il suo corpo è verticale, frontale, ieratico. Lo sguardo, fisso e immobile, trafigge lo spettatore con la forza di una coscienza infinita. Non c’è moto, non c’è narrazione: c’è presenza. Cristo non “ritorna alla vita”: è la Vita.

Questa postura – ferma ma incipiente – rappresenta la verità cristologica del Risorto come “primogenito di tutta la creazione” (Col 1,15). Il sepolcro è ancora aperto, i soldati ancora addormentati, ma il tempo della morte è già finito. L’eternità ha già fatto irruzione nel mondo.

Attorno a lui, i soldati giacciono inermi, travolti da un sonno più spirituale che fisico. Ognuno è diverso, ritratto con cura: c’è chi si ripara il volto, chi si piega, chi dorme in pace. Sono l’umanità ancora inconsapevole della luce, i sensi chiusi alla rivelazione. Cristo si erge non solo sopra di loro, ma per loro. È il centro immobile del mondo che si desta.

Simboli della rinascita

Tutto nell’affresco è simbolo, linguaggio spirituale incarnato nella forma.

  • Gli alberi sullo sfondo – spogli a sinistra, frondosi a destra – indicano il passaggio dall’inverno alla primavera, dalla morte alla resurrezione, dall’ignoranza alla grazia.
  • Il sepolcro quadrato richiama la terra, la materia, il mondo delle forme. Cristo, che lo oltrepassa, è lo Spirito che domina la carne.
  • Il vessillo crociato che tiene nella mano destra è la Croce gloriosa dell’Apocalisse: la vittoria definitiva sulla morte. È anche lo stendardo dell’anima risvegliata, che ha attraversato la notte.
  • I colori sono sobri, quasi austeri, dominati da toni terrosi, rosa carnicini, ocra, azzurri profondi. Non c’è teatralità: c’è sacralità.

Persino la luce è simbolo. Non ha una fonte visibile: è diffusa, spirituale, come se provenisse da dentro Cristo stesso. L’intera scena è immersa in una calma metafisica, dove il tempo è sospeso e la natura tace.

Confronto con Mantegna e Masaccio

Il Cristo di Piero acquista ulteriore forza se confrontato con due grandi opere coeve: Il Cristo Morto di Andrea Mantegna e la Trinità di Masaccio.

Nel dipinto di Mantegna, il corpo di Cristo è steso, livido, piagato, visto in scorcio dal basso: un punto di vista che obbliga lo spettatore a confrontarsi con la morte nella sua crudezza. È un’opera straziante, umana, terrena. Il Cristo è morto. L’assenza di Dio pesa.

Masaccio, nella Trinità di Santa Maria Novella, costruisce invece un’immagine mistica della Croce, dove il Padre sostiene il Figlio e lo Spirito Santo aleggia tra loro. È la salvezza come struttura architettonica, come pensiero visibile. Masaccio rappresenta la fede razionale.

Piero va oltre entrambi. Il suo Cristo è risorto e già trasfigurato. Non c’è sangue, non c’è dolore: c’è la verticalità dell’eterno. È il Cristo cosmico, il Cristo della teologia paolina, che attraversa la morte e la dissolve. Mentre Mantegna mostra il lutto e Masaccio la dottrina, Piero offre la rivelazione.

Il respiro del silenzio: Piero e il  cinema di Kurosawa

Non sorprende che La Resurrezione abbia ispirato anche i linguaggi dell’arte contemporanea, in particolare il cinema. Akira Kurosawa, maestro del cinema giapponese, citava Piero tra i suoi riferimenti visivi. In opere come Kagemusha (1980) o Ran (1985), il colore, la composizione e soprattutto la postura ieratica dei personaggi richiamano direttamente il Cristo di San Sepolcro.

In Ran, la figura del cieco che avanza verso l’orlo del precipizio evoca – per contrasto – la Resurrezione: là dove Cristo si erge sicuro nella luce, il cieco cammina verso l’abisso. Ma la composizione è la stessa: assialità, frontalità, immobilità carica di senso. Anche nei momenti più solenni di Trono di sangue, i samurai fermi nella nebbia sembrano statue vive, sospese nel tempo come il Cristo di Piero.

Piero ha offerto al cinema una grammatica della sacralità: come costruire un’immagine che trattenga lo spirito.

Pasqua come metamorfosi

La Resurrezione non è una scena evangelica: è un’icona eterna. Cristo non sale per stupire: si manifesta perché è il principio stesso della vita nuova. Ogni elemento – colore, gesto, forma, luce – parla della Pasqua come metamorfosi interiore. È l’uomo vecchio che muore, e l’uomo nuovo che nasce. È l’albero secco che torna a fiorire.

Piero ci interroga: dormiamo ancora, come i soldati? O siamo pronti a sollevarci, come il Cristo? La sua pittura non racconta un evento passato: incarna una possibilità presente.

Poesia

Alzati, pietra
di Italo Nostromo

Cristo non cammina —
spacca il silenzio come lama,
sale dal marmo come respiro trattenuto
troppo a lungo.

I dormienti non sognano
ma affondano —
radici nel buio,
pesanti d’oblio e ferro.

E tu, al centro del tempo,
occhio spalancato sull’invisibile,
non hai trionfo
ma assenza di caduta.

Bandiera in pugno,
non marci:
leviti,
scandendo l’ora zero del mondo.

Tutto è diviso —
alberi nudi, alberi vivi,
carne dormiente, luce sveglia.
Tutto sei tu
che non torni,
ma cominci.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui