La riforma costituzionale Meloni-Casellati un primo obiettivo lo ha raggiunto ed è quello rappresentato dal fatto che ne parlano tutti, nel mentre sono passati in secondo ordine e addirittura accantonati, problemi come la riforma della giustizia, la riforma fiscale, il PNRR, la crescita economica, la ratifica del Mes, la ratifica del trattato commerciale Ceta tra l’Unione Europea e il Canada, il salario minimo, l’inflazione, la legge di bilancio e il debito pubblico.
Tutti concentrati sui 5 articoli della riforma costituzionale approvata in Consiglio dei ministri. La discussione sulla riforma costituzionale di Giorgia Meloni e della ministra Casellati è divenuto l’argomento del giorno, che impegna ogni esponente politico e ogni mezzo di comunicazione di massa. L’analisi della forma di governo ha mobilitato l’esercito dei costituzionalisti e dei numerosi commentatori dei quotidiani italiani.
D’altro canto, l’elezione diretta del Capo del governo, come sosteneva l’ex presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante, ” è sicuramente foriera di stabilità, ma non necessariamente di efficienza della forma di governo e di buon Governo “. Coloro che sono contrari alla riforma costituzionale in parola, sostengono che se l’elemento plebiscitario insito nella elezione diretta del Capo dell’esecutivo sembra essere accettabile e tollerabile a livello comunale e provinciale, ove le assemblee elettive non esercitano la funzione legislativa, e a livello regionale, ove le ampie competenze legislative riconosciute alle Regioni si estendono alla produzione dei servizi propri dello stato sociale, piuttosto che – quanto meno non in misura rilevante – all’imposizione fiscale, ai diritti e alle libertà fondamentali – tale percorso appare decisamente inopportuno con riferimento all’arena politica nazionale in cui, peraltro, sono da tempo comparse forti tendenze alla personalizzazione della politica e alla concentrazione di potere economico e mediatico, che sconsigliano l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato o del Capo del Governo.
I contrari alla riforma Meloni-Casellati fanno rilevare che tale riforma comporta l’alterazione dell’equilibrio dei poteri, perchè con un premier eletto direttamente dal popolo, pur conservando un capo dello Stato dotato dei poteri di gestione delle crisi è pressoché impossibile provvedervi. In realtà con la elezione diretta del Capo del Governo, il presidente della Repubblica si indebolisce notevolmente, perché il Capo del Governo con la elezione diretta ha una più forte legittimazione del presidente della Repubblica. E il rischio che si corre, nella migliore delle ipotesi, è la paralisi del sistema, e nella peggiore dei casi ad un conflitto permanente.
I sostenitori della riforma hanno chiamato in causa l’intervento del costituente Piero Calamandrei del 5 settembre 1946, il quale fu tra i pochi a sostenere “l’idea di una Repubblica presidenziale e sottolineò come il problema fondamentale delle democrazie sia quello di avere un governo stabile; egli ,infatti, affermò che “se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato”.
Le principali obiezioni a Calamandrei si fondarono sugli assunti, ancora oggi diffusi, che un governo forte al comando, espressione di una elezione diretta del premier e di una maggioranza compatta, possa aprire la strada alla dittatura e che il modello presidenziale non sia adeguato al contesto politico italiano, caratterizzato dal multipartitismo oggi multimovimenti. A queste opinioni Calamandrei obiettò che proprio dalla debolezza del Governo Facta, non appoggiato da una maggioranza solida, sorse il fascismo, perché “le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”.
Molti sono convinti che il centrodestra porterà avanti la sua modesta riforma, che non conseguirà i 2/3 dei voti in Parlamento, ma che potrà affrontare positivamente il referendum avendo il consenso degli elettori, orientati da tempo alla elezione diretta. Di tanto ne è convinto il ministro Calderoli, il quale afferma: ” Non raggiungeremo i due terzi in Aula, ma il popolo ci darà il consenso”. La via maestra sarebbe quella di un serio confronto in Parlamento e di apportare le giuste correzioni ad un progetto che mostra diversi limiti e contraddizioni, che suggerirebbero che il testo sia sicuramente migliorato.
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