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LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

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di Gianvito Caldararo

Contro la Riforma del ministro Nordio, arrivano oltre 500 ex magistrati in pensione. Sono tutti nomi molto noti, per essere stati in servizio protagonisti di pesanti inchieste giudiziarie ed autorevoli esponenti dell’ANM – Associazione Nazionale Magistrati -, come Francesco Greco, Armando Spataro, Piercamillo Davigo, Giovanni Salvi, Marcello Maddalena, Nello Rossi, Gian Carlo Caselli, Federico Cafiero De Raho e tanti altri. Hanno sottoscritto un documento ricco di considerazioni al fine di bloccare la riforma proposta dal ministro Nordio, in ordine alla separazione delle carriere.
Nell’appello, ripreso dal sito dell’ANM, le ex toghe sostengono, con toni a dir poco apocalittici, che la separazione delle carriere “stravolgerebbe l’attuale architettura istituzionale che prevede l’appartenenza di giudici e Pm ad un unico ordine giudiziario, indipendente da ogni altro potere, ma anche da un unico CSM – Consiglio Superiore della Magistratura”. Nel documento gli ex giudici sostengono che ” i giudici guardano alla rispondenza degli atti e alla logica degli argomenti delle parti, e non certo alla posizione di chi li propone: se fosse fondato questo sospetto, anche il giudice dell’impugnazione non dovrebbe far parte della stessa carriera del giudice del precedente grado di giudizio”.
Nel documento sottoscritto si fa presente che “siamo magistrati in pensione che sentono il bisogno di intervenire contro l’annunciata riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri ” anche se i promotori di questa riforma, sostengono nel documento “dicono che non vogliono attentare alla autonomia del pubblico ministero e che il mutamento ordinamentale sarebbe necessario per garantire la terzietà del giudice, che deve essere completamente separato dalle parti in causa per essere completamente imparziale”. Non vi è dubbio, dicono i sottoscrittori del documento, “che il processo, come recita l’articolo 111 della Costituzione, si deve svolgere nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità”; ma questo- sottolineano nel documento – “già avviene anche oggi, con pubblico ministero che proviene da un unico concorso per giudici e pubblici ministeri; che può passare da una carriera all’altra (ora con molte limitazioni, tant’è che il passaggio riguarda solo pochissimi casi)”.
Di fronte alla importanza della decisione da prendere, in qualsiasi causa, “non conta assolutamente nulla l’appartenenza alla stessa categoria, essendo ben distinte le funzioni. Per contro, viene evidenziato nel documento, “è essenziale che il pubblico ministero abbia in comune con il giudice la stessa formazione e la stessa cultura della giurisdizione, godendo anche della stessa indipendenza, perché la sua azione deve mirare all’accertamento della verità, in difesa della legge, e deve poter essere rivolta nei confronti di chiunque, senza alcun timore di possibili ritorsioni”.
Gli ex magistrati nel loro appello non mancano di sottolineare che “oggi il pubblico ministero, proprio perché organo di giustizia, è obbligato a cercare anche le prove favorevoli all’indagato e non di rado chiede l’assoluzione dell’imputato, se le risultanze non lo convincono della sua colpevolezza”. A questo punto pongono la seguente domanda: “avverrebbe lo stesso con un pubblico ministero che si è formato nella logica dell’accusa ed è del tutto separato dalla cultura del giudice? Oggi, affermano gli ex magistrati, “il pubblico ministero è valutato dal CSM per il suo equilibrio e non certo per il numero di condanne che è riuscito ad ottenere. Ci sorprende, dicono i sottoscrittori del documento, “che i fautori delle carriere separate non vedano i pericoli di un corpo specializzato nel sostenere l’accusa che, secondo i promotori della riforma, agirebbe senza essere sottoposto ad alcun controllo”.
Sempre secondo gli ex magistrati, la riforma della separazione delle carriere farà perdere all’Italia una peculiarità dataci dai Padri Costituenti che molti colleghi all’estero ci invidiano, vale a dire avere realizzato una vera autonomia dell’ordine giudiziario, perchè solo con un pubblico ministero indipendente si ha la garanzia che potrà essere portato davanti al giudice qualsiasi persona che abbia commesso un reato. Tra l’altro, la riforma in programma, oltre ad essere contraria alle risoluzioni europee che hanno raccomandato agli stati membri di garantire l’autonomia del pubblico ministero, avrebbe effetti deleteri anche sotto l’aspetto organizzativo, in quanto stravolgerebbe gli attuali assetti, nei quali giudice e pubblico ministero lavorano a fianco a fianco, con un assiduo controllo del primo sul secondo.
Come reagisce la politica di fronte a tale documento? Il primo ad intervenire è stato Tommaso Calderone, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia a Montecitorio, il quale ha detto: “la separazione delle carriere è un punto fondamentale del programma di Forza Italia, una riforma fondamentale per avere, finalmente, una giustizia efficiente, giusta e trasparente. In quanto parlamentare devo rendere conto a decine di milioni di italiani che vogliono questa riforma”. E’ intervenuto il senatore Gasparri, dichiarando: “Un grave atto di intimidazione nei confronti del Parlamento il documento sottoscritto dagli ex magistrati, che sarà respinto e la riforma s’ha da fare”.
Critiche all’appello sono arrivate anche dal consigliere del CSM Andrea Mirenda, magistrato noto per essere contro le correnti e per essere favorevole alla separazione delle carriere. Mirenda, dopo essere stato esponente di punta della sinistra di Magistratura Democratica, si dimise quando rilevò che anche Magistratura Democratica era coinvolta nel famoso sistema delle correnti ovvero del sistema Palamara.
In tutta la vicenda della riforma della giustizia, quello che sorprende è il silenzio di Fratelli d’Italia, cioè il partito di Giorgia Meloni, che in Parlamento non ha presentato alcuna proposta di legge in tale direzione. Infatti, le proposte di legge sulla separazione delle carriere sono quelle di Forza Italia, Azione, Italia Viva e della Lega.
Il rischio è che la riforma vada a finire su un binario morto.

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  • Redazione

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