
di Paolo Zanotto
In un precedente articolo ci siamo dedicati a illustrare l’intrinseca falsità della visione scientista. Il soggetto fautore di una simile visione si rivela un fanatico, che confonde il risultato transeunte di una ricerca con il metodo applicato per raggiungerlo. In tal modo egli s’invaghisce continuamente di nuove teorie, che soppiantano le precedenti, alle quali di volta in volta attribuisce un valore definitivo. Quel che conta per lo “scientista”, che generalmente non dispone degli strumenti cognitivi adeguati per una valutazione critica degli argomenti che tratta, è la presunta autorevolezza della fonte da cui proviene una determinata tesi e l’ampiezza del riscontro positivo che essa riscuote presso l’opinione pubblica. Il combinato disposto dell’ipse dixit con la supina accettazione da parte della massa è in grado di decretare il trionfo della più assurda e inverosimile fra le teorie. Il problema è che tutto ciò non ha assolutamente nulla di scientifico: la scienza moderna si è sviluppata proprio in contrasto con il fideismo aristotelico e, d’altra parte, la verità non si decreta a maggioranza. L’appello alla moltitudine costituisce una fallacia logica, altrimenti potremmo direttamente sostituire gli esperimenti con dei plebisciti, risolvendo così alla radice la questione. Ciò che conta in ambito scientifico, per contro, è il metodo adottato, non già i risultati provvisori che sono stati conseguiti.
L’epistemologo austriaco Paul Karl Feyerabend, d’altra parte, ha compiuto un passo ulteriore, spiegando nella sua opera principale che perfino il metodo nella scienza è stato sopravvalutato: «[…] le procedure “non scientifiche” non possono essere messe da parte mediante argomentazione. Dire: “La procedura che hai usato non è scientifica, quindi non possiamo fidarci dei tuoi risultati e non possiamo finanziare la ricerca” assume che la “scienza” abbia successo e che il suo successo dipenda dal ricorso a procedure uniformi. La prima parte dell’asserzione (“la scienza ha sempre successo”) non è vera, se con “scienza” intendiamo le cose fatte dagli scienziati, che comprendono anche una grande dose di fallimenti. La seconda parte – che i successi dipendono da procedure uniformi – non è vera perché non esistono procedure del genere»[1]. Per Feyerabend, «la conoscenza fa parte di un processo storico complesso; […] anche le culture, le procedure e gli assunti non scientifici possono reggersi sulle proprie gambe e dovrebbe essergli concesso di farlo, se questo è ciò che desiderano i loro rappresentanti»[2]. Pur scagliandosi contro la posizione privilegiata che la scienza possiede nella cultura contemporanea, d’altra parte, per Feyerabend il vero problema non era la scienza in sé, bensì «una filosofia, spesso chiamata “Razionalismo”, che usa un’immagine cristallizzata della scienza per terrorizzare chi non ha familiarità con la sua pratica»[3].
Analizzando i vari tipi di razionalismo esistenti, a suo tempo lo studioso austriaco Friedrich August von Hayek con l’espressione “costruttivismo” (constructivism) designò criticamente quell’atteggiamento mentale peculiare di Francis Bacon, Thomas Hobbes e René Descartes – ben illustrato dall’espressione pascaliana esprit géométrique – con cui s’intendeva una capacità della mente umana di giungere alla verità attraverso un processo d’inferenza deduttiva, prendendo le mosse da un nucleo di ridotte premesse “indubitabili”. Era tale “mentalità ingegneristica” che si poneva alla base del filone scientista, inaugurato da Claude-Henri de Saint-Simon e Auguste Comte[4]. Si tratta precisamente della mentalità oggi dominante in ambito scientifico. Dalle ricerche compiute, del resto, Hayek ha desunto che la moderna civiltà occidentale abbia indubbiamente ceduto all’inclinazione verso un vero e proprio “abuso della ragione”[5]. Il biologo e genetista Giuseppe Sermonti, nella sua trilogia anti-scientista, a sua volta ha criticato l’illusorio pregiudizio del primato scientifico, giudicato un falso mito, escludendo categoricamente che l’inclinazione nettamente riduttivistica e disumanizzata della scienza moderna possa offrire in alcun modo indicazioni etiche[6].
Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, poiché nella già rammentata prospettiva libertaria di tolleranza e di rispetto verso ogni forma di conoscenza, di ogni approccio allo studio e di ogni tradizione alternativa a quella occidentale moderna, Feyerabend ha decretato l’implicito autoritarismo della cosiddetta medicina “scientifica”, alla cui intrinseca violenza egli contrapponeva la maggior umanità di altre pratiche mediche – come l’agopuntura o l’omeopatia – che considerano i concetti di salute e di malattia in un’accezione assai più ampia di quella strettamente riduzionista tipica della medicina “scientifica”: «Una società libera è una società in cui a tutte le tradizioni dovrebbero essere concessi uguali diritti, indipendentemente da ciò che le altre tradizioni pensano di loro. […] Direi che la salute e la malattia devono essere determinate dalla tradizione alla quale appartiene la persona sana o malata e, all’interno di questa tradizione, ancora dal particolare ideale di vita che un individuo si è formato. Queste particolari forme di vita possono essere studiate scientificamente solo dopo essere state “apprese” e devono essere apprese come s’impara una lingua, tramite la partecipazione alle attività che la costituiscono. Qui emergono molto chiaramente i vantaggi del vecchio medico domiciliare che conosceva i suoi pazienti, che conosceva le loro idiosincrasie e le loro convinzioni: sapeva di cosa avevano bisogno e ha imparato a fornirglielo. Al suo confronto i moderni medici “scientifici” sono come dittatori fascisti che impongono le proprie idee di malattia e salute sotto la copertura di una terapia che nella maggior parte dei casi è solo un esercizio di futilità»[7].
I timori espressi da Feyerabend erano sostanzialmente condivisi anche da Ivan Illich, il quale si spinse fino al punto di ritenere che la corporazione medica fosse ormai diventata «una grande minaccia per la salute»[8]. Il pensatore austriaco definiva l’effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina, che a suo avviso già alla metà degli anni Settanta del secolo scorso aveva raggiunto le proporzioni di una vera e propria epidemia, con l’espressione “pandemia iatrogena”, ovvero una malattia originata proprio dal progresso della medicina stessa, per curarsi dalla quale bisognava cominciare «con una sistematica demistificazione di tutto ciò che riguarda la medicina», in quanto «la laicizzazione del tempio di Esculapio può portare a invalidare i dogmi religiosi su cui si fonda la medicina moderna, oggi sottoscritti da tutte le società industriali, di destra come di sinistra»[9]. Illich condivideva anche l’opinione che l’ultima parola in causa spettasse ai fruitori del servizio, non già a chi vi è coinvolto in prima persona e può essere accecato dai propri interessi economici o dai propri pregiudizi culturali: «La mia tesi è che il profano e non il medico ha la potenziale prospettiva e il potere effettivo per arrestare l’imperversante epidemia iatrogena. […] La guarigione dal morbo iatrogeno che pervade la società è un compito politico, non professionale»[10].
Ci avviamo a chiudere queste riflessioni con una lunga citazione tratta da Medical Nemesis, dove Illich effettua un conciso riepilogo storico sull’evoluzione delle maggiori epidemie che hanno flagellato l’umanità negli ultimi secoli: «Studiando l’evoluzione della struttura della morbosità si ha la prova che durante l’ultimo secolo i medici hanno influito sulle epidemie in misura non maggiore di quanto influivano i preti nelle epoche precedenti. Le epidemie venivano e se ne andavano, esorcizzate da entrambi ma non impressionate né dagli uni né dagli altri. Esse non vengono modificate dai riti celebrati nelle cliniche mediche più di quanto lo fossero dai tradizionali scongiuri ai piedi degli altari. Una discussione sul futuro dell’istituzione sanitaria potrebbe utilmente partire dal riconoscimento di questo fatto. Le malattie infettive dominanti all’inizio dell’era industriale illustrano in che modo la medicina si è fatta la sua reputazione. La tubercolosi, per esempio, raggiunse una punta massima nel corso di due generazioni. A New York, nel 1812, il tasso di mortalità era stimato superiore a 700 su 10.000; entro il 1882, quando Koch cominciava a isolare e coltivare il bacillo, era già calato a 370 su 10.000. Si era ridotto a 180 quando nel 1910 venne inaugurato il primo sanatorio, benché il “mal sottile” figurasse ancora al secondo posto fra le cause di decesso. Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando cioè gli antibiotici non erano ancora diventati d’uso comune, la mortalità per tubercolosi era scesa all’undicesimo posto con un tasso di 48. Il colera, la dissenteria e il tifo hanno avuto una curva analoga, indipendente dall’azione medica: quando si arrivò a comprenderne l’eziologia e ad applicare loro una terapia specifica, avevano già perso gran parte della loro virulenza e quindi della loro importanza sociale. Se si sommano i tassi di mortalità della scarlattina, della difterite, della pertosse e del morbillo nei ragazzi sotto i 15 anni, si scopre che quasi il 90% del calo complessivo della mortalità fra il 1860 e il 1965 era già avvenuto prima che si introducessero gli antibiotici e la vaccinazione di massa. In parte questa recessione si può attribuire alla diminuita virulenza dei microrganismi e al miglioramento degli alloggi, ma il fattore di gran lunga più importante è stato una maggiore resistenza individuale dovuta alla migliore alimentazione»[11].
In conclusione: «La medicina iatrogena rafforza una società morbosa nella quale il controllo sociale della popolazione da parte del sistema medico diventa un’attività economica fondamentale; serve a legittimare ordinamenti sociali in cui molti non riescono ad adattarsi; definisce inabili gli handicappati e genera sempre nuove categorie di pazienti»[12]. Alla luce di quanto detto, emerge con chiarezza una rappresentazione distorta e caricaturale, in cui «[l]a medicina organizzata professionalmente è venuta assumendo la funzione di un’impresa morale dispotica tutta tesa a propagandare l’espansione industriale come una guerra contro ogni sofferenza»[13]. Ma la visione meccanicistica che sottende alla pianificazione di un ambiente pan-igienico costituisce, ipso facto, un’aberrazione: «Una civiltà che attribuisca a pochi il compito e il diritto di determinare quanto a lungo gli uomini possano vivere e cosa debba andare distrutto per prolungare la loro vita non può essere detta salutare. Dà infatti più potere a pochi, ma al prezzo di castrare le potenzialità di tutti»[14].
[1] «[…] “non-scientific” procedures cannot be pushed aside by argument. To say: “the procedure you used is non-scientific, therefore we cannot trust your results and cannot give you money for research” assumes that “science” is successful and that it is successful because it uses uniform procedures. The first part of the assertion (“science is always successful”) is not true, if by “science” we mean things done by scientists – there are lots of failures also. The second part -that successes are due to uniform procedures- is not true because there are no such procedures»: Paul K. Feyerabend, Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge, London-New York, Verso, 1993 [1ª edizione: London-New York, New Left Books, 1975], “Introduction to the Chinese Edition”, p. 2 (corsivo originale).
[2] «[…] knowledge is part of a complex historical process, […] non-scientific cultures, procedures and assumptions can also stand on their own feet and should be allowed to do so, if this is the wish of their representatives»: Ivi, p. viii.
[3] «[…] a philosophy, often called “Rationalism”, that uses a frozen image of science to terrorize people unfamiliar with its practice»: Ivi, p. 2.
[4] Cfr. Friedrich A. Hayek, Kinds of Rationalism, in Id., Studies in Philosophy, Politics and Economics, Chicago, University of Chicago Press, 1978 [1ª edizione: London, Routledge & Kegan Paul, 1967], cap. 5, pp. 82-95, trad. it. Tipi di razionalismo, in Id., Studi di filosofia, politica ed economia, prefazione di Lorenzo Infantino, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 1998, pp. 167-188.
[5] Cfr. Friedrich A. Hayek, The Counter-Revolution of Science: Studies on the Abuse of Reason, Indianapolis (IN), Liberty Press, 1979 [1ª edizione: Glencoe (IL), The Free Press, a corporation, 1952], trad. it. dalla prima edizione L’abuso della ragione. Studi sulla controrivoluzione della scienza, Prefazione di Dario Antiseri, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 2008 [1ª edizione: Firenze, Vallecchi editore, 1967].
[6] Cfr. Giuseppe Sermonti, Il crepuscolo dello scientismo. Critica della scienza pura e delle sue impurità, Genova, Nova Scripta Edizioni, 2002 [1ª edizione: Milano, Rusconi Editore, 1971]; Id., La mela di Adamo e la mela di Newton, Genova, Nova Scripta Edizioni, 2006 [1ª edizione: Milano, Rusconi Editore, 1974]; Id., L’anima scientifica. Simbolismo e funzione nella scienza, Chieti, Edizioni Solfanelli, 1994 [1ª edizione: Roma, Dino Editori, 1982].
[7] «A free society is a society in which all traditions should be given equal rights no matter what other traditions think about them. […] I would say that health and sickness are to be determined by the tradition to which the healthy or sick person belongs and within this tradition again by the particular ideal of life an individual has formed for himself. These particular forms of life can be studied scientifically only after they have been ‘learned’ and they must be learned as one learns a language, by participation in the activities that constitute it. Here the advantages of the old house physician who knew his patients, who knew their idiosyncrasies and their beliefs emerge very clearly: he knew what they needed and he has learned to provide it. Compared with him modern ‘scientific’ doctors are like fascist dictators who impose their own ideas of sickness and health under the cover of a therapy which in most cases is just an exercise in futility»: Paul K. Feyerabend, Three Dialogues on Knowledge, Oxford (UK) and Cambridge (MA), Basil Blackwell, 1991, Second Dialogue (1976), p. 75.
[8] «The medical establishment has become a major threat to health»: Ivan Illich, Limits to Medicine. Medical Nemesis: The Expropriation of Health, London, Marion Boyars, 1976 [1ª edizione: Medical Nemesis: The Expropriation of Health, London, Calder & Boyars, 1975], p. 11, trad. it. Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2004 [1ª edizione: Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1977], p. 9.
[9] «The disabling impact of professional control over medicine has reached the proportions of an epidemic. Iatrogenesis, the name for this new epidemic, comes from iatros, the Greek word for “physician”, and genesis, meaning “origin”. Discussion of the disease of medical progress has moved up on the agendas of medical conferences, researchers concentrate on the sick-making powers of diagnosis and therapy, and reports on paradoxical damage caused by cures for sickness take up increasing space in medical dope-sheets. […] Thoughtful public discussion of the iatrogenic pandemic, beginning with an insistence upon demystification of all medical matters, will not be dangerous to the commonweal. […] The laicization of the Aesculapian temple could lead to a delegitimizing of the basic religious tenets of modern medicine to which industrial societies, from the left to the right, now subscribe»: Ivi, pp. 11-12, trad. it. pp. 9-10.
[10] «My argument is that the layman and not the physician has the potential perspective and effective power to stop the current iatrogenic epidemic. […] The recovery from society-wide iatrogenic disease is a political task, not a professional one»: Ivi, p. 12 e p. 13, trad. it. p. 10 e p. 12.
[11] «The study of the evolution of disease patterns provides evidence that during the last century doctors have affected epidemics no more profoundly than did priests during earlier times. Epidemics came and went, imprecated by both but touched by neither. They are not modified any more decisively by the rituals performed in medical clinics than by those customary at religious shrines. Discussion of the future of health care might usefully begin with the recognition of this fact. The infections that prevailed at the outset of the industrial age illustrate how medicine came by its reputation. Tuberculosis, for instance, reached a peak over two generations. In New York in 1812, the death rate was estimated to be higher than 700 per 10,000; by 1882, when Koch first isolated and cultured the bacillus, it had already declined to 370 per 10,000. The rate was down to 180 when the first sanatorium was opened in 1910, even though “consumption” still held second place in the mortality tables, After World War II, but before antibiotics became routine, it had slipped into eleventh place with a rate of 48. Cholera, dysentery, and typhoid similarly peaked and dwindled outside the physician’s control. By the time their etiology was understood and their therapy had become specific, these diseases had lost much of their virulence and hence their social importance. The combined death rate from scarlet fever, diphtheria, whooping cough, and measles among children up to fifteen shows that nearly 90 percent of the total decline in mortality between 1860 and 1965 had occurred before the introduction of antibiotics and widespread immunization. In part this recession may be attributed to improved housing and to a decrease in the virulence of micro-organisms, but by far the most important factor was a higher host-resistance due to better nutrition»: Ivi, pp. 23-24, trad. it. pp. 21-23.
[12] «Iatrogenic medicine reinforces a morbid society in which social control of the population by the medical system turns into a principal economic activity. It serves to legitimize social arrangements into which many people do not fit. It labels the handicapped as unfit and breeds ever new categories of patients»: Ivi, p. 51, trad. it. p. 51.
[13] «Professionally organized medicine has come to function as a domineering moral enterprise that advertises industrial expansion as a war against all suffering»: Ivi, p. 133, trad. it. p. 139.
[14] Ivan Illich, The Illusion of Unlimited Health Insurance, in CIDOC Documenta I/V, Julio 1971-Agosto 1972, Hipótesis – Sociedad convivencial, Seminarios 1971-1975, “CIDOC Cuaderno No. 82”, 1973, pp. 71/5, 1-13, trad. it. L’illusione di un’assistenza sanitaria illimitata, in Id., Celebrare la consapevolezza. Scritti 1951-1971. Opere complete Vol. I, A cura di Fabio Milana, Prefazione di Giorgio Agamben, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2020, pp. 697-707 (in particolare: p. 699).





