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LA MALEDIZIONE ITALIANA DI CEREGHINO E FASANELLA

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Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella ci offrono una nuova fatica da titolo “La Maledizione Italiana”, frutto di una nuova, lunga ricerca archivistica, che nei prossimi giorni sarà in tutte le librerie, grazie alla casa editrice FuoriScena e nelle edicole con Il Corriere della Sera.
 
Un libro che sicuramente desterà l’attenzione dei lettori, come si può evincere dalla introduzione, che di seguito si riporta e che generosamente gli autori hanno messo a a disposizione, unitamente all’indice,  dal quale si può comprendere la portata e lo spessore di questo lavoro.
 

INTRODUZIONE
 
De Gasperi e la maledizione italiana
Questo libro racconta l’uscita di scena prematura di Alcide De Gasperi, una narrazione basata su fonti archivistiche britanniche, americane e italiane. Il grande statista è costretto ad abbandonare la vita pubblica nel giugno 1954 sull’onda di alcuni scandali montati ad arte, costruiti interamente su fake news prodotte e diffuse da una “macchina del fango” dagli effetti letali. Due mesi dopo, il 19 agosto, si congeda anche dalla vita terrena. Se ne va in punta di piedi e in totale solitudine. Secondo alcuni, muore a causa di una puntura d’insetto. Altri parlano di flebite. Ma è probabile che il dolore immenso e insostenibile causato dalle umiliazioni sofferte nell’ultima fase della sua lunga carriera politica abbia contribuito e non poco a provocare il suo decesso.
De Gasperi scompare all’età di settantré anni. Cavour ne aveva impiegati dieci per fare l’Italia. Altrettanti ne sono serviti allo statista trentino per rifarla, tra il 1944 e il 1954. Compiuta l’opera, però, non riesce a vederne i frutti. Non tutti, almeno. Come era già accaduto al suo illustre predecessore nell’Ottocento. Per un curioso sortilegio, sono sempre stati costretti a farsi da parte gli uomini di Stato, i leader di partito, i capitani d’industria e i personaggi pubblici che incarnavano le ambizioni legittime della nostra nazione. Chi a causa dell’odiosa pratica del dossieraggio, chi attraverso le congiure di palazzo, chi ancora per morte violenta se non addirittura per l’intervento della Provvidenza. Un sortilegio che si è manifestato puntualmente nel corso della nostra storia unitaria ogni volta che l’Italia ha tentato di scrollarsi di dosso il ruolo avvilente di mera espressione geografica. (…)
(…)De Gasperi non sfugge a questa maledizione. Guida con mano sicura la trasformazione dell’Italia fascista in uno Stato democratico, affrontando i marosi di una transizione complessa e dagli esiti per niente scontati. A guerra finita, evita un nuovo bagno di sangue e la frammentazione territoriale del Paese. Attraverso il patto costituzionale – «il primo compromesso storico» secondo la definizione di Francesco Cossiga –, stabilisce insieme a Togliatti le regole della convivenza tra “opposti”, vincolando al giuramento democratico un partito comunista ancora influenzato da innegabili pulsioni filosovietiche. Aggancia saldamente la neonata Repubblica al campo atlantista e al processo di unificazione europea. E nella «gran bonaccia delle Antille» – l’atmosfera di pacificazione sociale descritta da Italo Calvino nella sua allegoria – crea le condizioni per il boom che nel giro di pochi anni proietterà l’Italia nel club delle grandi economie globali, trasformandola di fatto in una media potenza mediterranea. Troppo. De Gasperi ha osato troppo per una nazione oggetto di appetiti molteplici sin dall’armistizio del 1943.
Ma le novità non mancano. Perché sulla base di una estesa e variegata documentazione raccolta e analizzata negli ultimi dieci anni, composta per lo più da carte politico-diplomatiche in parte inedite, possiamo attestare con un ampio margine di certezza che tra il 1944 e il 1954 De Gasperi ha avuto nemici potenti e aggressivi soprattutto nell’establishment legato agli interessi strategici del Regno Unito. E fra questi Winston Churchill, lo statista che meglio di ogni altro ha incarnato la visione egemonica dell’Impero più vasto e influente della storia moderna. È molto radicata in quegli ambienti l’idea che sui possedimenti britannici nei cinque continenti non debba mai tramontare il sole. Dove il Rule, Britannia! è ritenuto quasi un esercizio divino, legittimato non solo da una storia secolare, ma ancor più dalla vittoria nel Secondo conflitto mondiale. E questo conferisce all’Inghilterra quasi un diritto di vita o di morte sull’intero genere umano.
Quell’ambizione non tiene conto, però, di uno scenario che sta mutando radicalmente nel dopoguerra. La Gran Bretagna non è più quella della fulgida era vittoriana. La sua economia è al limite del collasso a causa dello sforzo bellico sostenuto contro le potenze dell’Asse negli anni 1939-1945. Nel nuovo quadro internazionale, dominato dal nascente bipolarismo Usa-Urss, l’Impero di Sua Maestà è ormai destinato a un tramonto inesorabile. Un dato che viene percepito innanzitutto nelle sue tradizionali aree d’influenza, dove comincia a perdere terreno sotto la pressione dei fermenti anticolonialisti. Stando così le cose, per il Regno Unito il controllo politico dell’Italia diventa una necessità strategica. Perché attraverso la Penisola è in grado di mantenere il controllo del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, le aree più ricche di materie prime. A cominciare dall’oro nero, il petrolio. Così, a Jalta, Churchill ha preteso e ottenuto che alla Gran Bretagna sia riconosciuto una sorta di diritto di supervisione sull’Italia. Ma non ha messo nel conto le aspirazioni delle nuove classi dirigenti che si stanno formando nel ciclo degasperiano. Sono costituite da uomini che hanno riscattato il passato fascista della nazione partecipando attivamente alla lotta di Liberazione. Di conseguenza, subiscono malvolentieri i vincoli imposti dagli Alleati alla fine della guerra. Li considerano un’ingiustizia e, nei limiti del possibile, sono fermamente intenzionati ad aggirarli.
Churchill, a ogni modo, commette soprattutto l’errore di sottovalutare l’America. Continua infatti a pensare che sia soltanto il braccio armato delle ambizioni britanniche, mentre l’apporto bellico dagli Yankees ha finito per rivelarsi determinante per l’esito finale del conflitto. La vittoria del 1945 su tutti i fronti di guerra rafforza le aspirazioni statunitensi, ampliandone l’orizzonte strategico. A Washington matura la consapevolezza che il cuore e il cervello della nuova leadership occidentale sia ormai la Casa Bianca. Un ruolo che gli americani possono rivendicare a buon diritto. Contano sull’efficienza di un poderoso apparato militare e sulla vitalità di un’economia in forte espansione in tutto il globo. Senza dimenticare la superiorità tecnologica dei prodotti Made in Usa e il fascino che l’American Way of Life è in grado di esercitare sul mondo intero attraverso il cinema e la musica. La spartizione in aree d’influenza decisa a Jalta, oltre a fissare la linea di demarcazione tra l’Est e l’Ovest dell’Europa, esaspera il conflitto sotterraneo tra Washington e Londra all’interno del campo occidentale. De Gasperi ha intuito da tempo che la rivalità tra inglesi e americani, presente sottotraccia già durante il Ventennio, finirà per acuirsi nel dopoguerra. E la sfrutta con abilità e intelligenza politica per ricavarne un sicuro vantaggio strategico. Stabilisce quindi un asse privilegiato con Washington sin dalla fine degli anni Trenta. Sotto l’ala protettiva degli Stati Uniti, completa poi la difficile transizione verso la Repubblica, sigla il patto costituzionale con il Pci e blinda il Paese contro eventuali minacce sovietiche. E nei limiti del possibile affranca l’Italia anche dalle pretese egemoniche britanniche. Non è un processo indolore. Il sangue scorre in abbondanza anche nel dopoguerra. Perché il sentiero lungo il quale è costretto a muoversi il Presidente del Consiglio è angusto e irto di ostacoli.
Certo, è impossibile cancellare con un colpo di spugna gli orrori del fascismo, a cominciare dalla dichiarazione di guerra del 1940. Le colpe rimangono ed è giusto che sia così. Londra e Washington, nondimeno, manifestano vedute alquanto differenti sull’«Italian Issue». Per non dire contrapposte. Per Churchill, l’Italia è una nazione che si è arresa nell’estate del 1943 con la firma dell’armistizio di Cassibile. Una nazione sconfitta e soggetta, quindi, ai duri vincoli imposti dai vincitori. Per Roosevelt, invece, il Paese ha contribuito alla propria liberazione combattendo al fianco degli Alleati. L’Italia è diventata infatti una nazione «cobelligerante» con la dichiarazione di guerra alla Germania nazista pronunciata dal governo Badoglio nell’ottobre 1943. De Gasperi riesce insomma a infilarsi sapientemente nelle crepe che si stanno aprendo tra inglesi e americani, ritagliandosi un margine di iniziativa autonoma. Ma tanto basta per entrare in rotta di collisione con Downing Street.
L’ostilità di Churchill nei suoi confronti emerge non appena il leader cattolico si affaccia sulla scena politica da protagonista, tra il 1943 e il 1944. Non è lui che il premier inglese vuole alla guida dell’Italia, bensì un “fascista buono” riciclato opportunamente o, alla peggio, un monarchico ossequioso verso la Corona dei Windsor. L’astio di Sir Winston verso De Gasperi cresce sempre più, man mano che si sviluppa il processo di democratizzazione del Paese secondo gli accordi definiti tra Washington e Roma e, in parallelo, tra la Dc e il Pci. Le discrepanze tra inglesi e americani influiscono anche sulle dinamiche politiche del Vaticano. Dove si formano due cordate in lotta tra di loro: quella filoinglese di Pio XII e dei gesuiti, nemica dello statista trentino; e quella filoamericana di monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, che appoggia invece la politica del compromesso costituzionale promossa dal leader democristiano. È raro che Londra e Roma stiano dalla stessa parte in tutte le fasi dell’ardua transizione italiana: dai governi Badoglio, Bonomi, Parri e De Gasperi sino al referendum istituzionale, all’Assemblea costituente e alla Conferenza di Parigi, per arrivare agli anni dell’assestamento degli equilibri politici interni in seguito alle elezioni del 1948.
I governi inglesi di quegli anni – i due presieduti da Churchill e quello del laburista Clement Attlee – ci provano sempre a umiliare De Gasperi. A mettere in fila tutti i punti di attrito tra Roma e Londra, il colpo d’occhio è impressionante: l’assetto dei confini orientali, con al centro il nervo scoperto di Trieste; il futuro delle forze armate italiane, in regime di «custodia» da parte del Regno Unito dal settembre 1943; i destini della Somalia, dell’Eritrea e della Libia, le ex colonie africane; la revisione del trattato di pace siglato nel febbraio 1947; l’opposizione britannica all’ingresso di Roma negli organismi internazionali più influenti come l’Onu, la Nato, la Comunità Europea di Difesa (Ced) e la Middle East Defense Organization (Medo). Su ognuno di questi temi Londra esercita un’azione ostile costante, tesa unicamente a sabotare il profilo strategico e geopolitico dell’Italia. Costi quel che costi.
Il conflitto anglo-italiano, in incubazione sin dalla liberazione di Roma nel giugno 1944, raggiunge vette di asprezza inusitata all’inizio degli anni Cinquanta, quando Sir Winston torna a Downing Street dopo aver battuto i laburisti nelle elezioni dell’ottobre 1951. A innescare la crisi è la “guerra del petrolio” che esplode proprio allora e che proseguirà drammaticamente nei decenni successivi. Le ambizioni neoimperiali di Churchill subiscono un’improvvisa battuta d’arresto con le rivoluzioni laiche e nazionaliste in Egitto e Iran. Al Cairo, i “Liberi ufficiali” di Nagib e Nasser rovesciano la monarchia filoinglese e mettono in discussione il controllo britannico sul Canale di Suez, mentre a Teheran il nuovo leader Mossadeq espropria la Anglo Iranian Oil Company. Il governo italiano non solo non aderisce alle sanzioni di Londra contro i nuovi regimi nei due Stati chiave dell’area, ma arriva a dichiarare apertamente la propria simpatia nei loro confronti. Tanto da essere accusato di averli armati, istruiti e aizzati contro la Gran Bretagna. Un’onta che l’anziano Sir Winston non può e non vuole perdonare. Come se non bastasse, nel 1953 De Gasperi autorizza Enrico Mattei a fondare l’Eni, concedendogli un’assoluta libertà d’azione sia in patria sia all’estero. Un atto di disobbedienza esplicita ai diktat di Londra, dove si aspettavano invece che l’Italia rinunciasse a lanciare un ente energetico pubblico. Con la sua politica corsara, tra l’altro, l’Eni si presenta subito come una minaccia insidiosa alle compagnie petrolifere britanniche, oltre che uno strumento di penetrazione dell’influenza italiana nei possedimenti mediorientali e africani dell’Impero di Sua Maestà.
La risposta non si fa attendere. Churchill sta ultimando la riorganizzazione dei nuovi Servizi d’intelligence avvalendosi dei veterani dello Special Operations Executive, da lui considerato la sua «creatura». Perché il Soe – creato nel luglio 1940 per «appiccare il fuoco all’Europa» occupata dalle truppe hitleriane – non è mai stato sciolto alla fine della guerra, come si voleva far credere all’opinione pubblica. A partire dal 1945, in realtà, si è trasformato in uno strumento della «guerra politico-economica» da combattere in tempo di pace nei cinque continenti. Senza esclusione di colpi. Contro il nemico comunista, certo, ma anche contro le nazioni «riottose» come l’Italia, benché sulla carta figurino come amiche e alleate del Regno Unito. Nei manuali del nuovo Soe sono previste operazioni coperte, illegali e rigorosamente clandestine. Anche azioni selettive contro «singole personalità» giudicate «ostili agli interessi» globali dell’Impero. Tramite la fabbricazione di fake news, ad esempio, per screditare un determinato personaggio di fronte all’opinione pubblica del suo Paese. Attività, va da sé, che non devono essere mai riconducibili alla casa madre britannica. Per nessun motivo. È la “macchina del fango”. Ed è proprio questo il trattamento criminale riservato dagli inglesi ad Alcide De Gasperi tra il 1953 e il 1954.
Mentre i Servizi britannici allestiscono segretamente i colpi di Stato militari che dovranno rovesciare Mossadeq a Teheran e i “Liberi ufficiali” al Cairo, due bombe mediatiche esplodono quasi in simultanea a Roma contro De Gasperi e Attilio Piccioni, il suo erede designato: lo “scandalo Montesi” – il caso della giovane romana trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica all’indomani di un’orgia avvenuta in una tenuta di caccia a Capocotta – e l’affaire delle false lettere pubblicate dal settimanale «Candido» diretto dallo scrittore Giovannino Guareschi, missive del 1944 attribuite al Presidente del Consiglio. Sono i primi scandali politico-giudiziari della storia repubblicana. Il loro effetto è devastante perché finiranno per decapitare il governo e il gruppo dirigente della Democrazia Cristiana, obbligando così lo statista che aveva rifatto l’Italia ad abbandonare la vita politica. Appena due mesi prima di trovare la morte nella sua casa tra le montagne del Trentino. Su entrambi gli episodi sono stati versati fiumi d’inchiostro negli ultimi settant’anni, narrandoli come eventi a sé stanti, separati l’uno dall’altro e comunque mai in un ambito che non fosse quello interno italiano. Ma oggi è possibile inquadrare il tutto sotto una luce diversa. Grazie principalmente ai documenti inglesi declassificati, a quelli consultabili nell’archivio personale di Giulio Andreotti e alle fonti americane. Riannodare i molti fili di queste storie, evidenziandone le connessioni, è quello che abbiamo fatto nell’arco dell’ultimo decennio. Con metodo e pazienza. Per comprendere in buona sostanza perché De Gasperi dava fastidio e a chi. E perché occorreva liquidarlo.
SOMMARIO
-Introduzione. De Gasperi e la maledizione italiana
-Fonti e sigle
-Il pretesto
-Gli inglesi e il “Fascismo buono”
-La “malattia” di Mussolini e il golpe del 25 luglio
-Un “americano” a San Pietro
-«Gli inglesi credono di poter fare in Italia tutto quello che vogliono»
-Il limite da non superare. La tenaglia Churchill-Pio XII e l’inizio della “macchina del fango”
-De Gasperi e l’ombrello americano
-De Gasperi agli inglesi: «Togliatti potrebbe dare un nuovo nome al Pci, Partito del Lavoro»
-De Gasperi nella guerra della propaganda tra America e Inghilterra
-Churchill e la guerra del petrolio al tramonto dell’Impero
-«Un disastro se dovesse capitare qualcosa a De Gasperi»
-Andreotti: «I Lords del Mare non ammettono che si possa essere scottati dall’Italia»
-Churchill: «Deve pur esserci un modo per far capire agli italiani quanto ci disturbano certe iniziative»
-La fine di De Gasperi
-«Il rischio di una Weimar italiana»
-Post scriptum. Inizia un’altra storia, il ciclo di Enrico Mattei
-Ringraziamenti
-Indice dei nomi

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