Home Opinioni LA FINANZA NON PUO’ ESSERE CENTRALE, C’E’ ANCHE CHI LAVORA E PRODUCE

LA FINANZA NON PUO’ ESSERE CENTRALE, C’E’ ANCHE CHI LAVORA E PRODUCE

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di Giuseppe Augieri

Il compagno Pietro Imberti, che stimo moltissimo, mi da l’occasione – con le sue considerazioni – di chiarire alcune mie posizioni. Partendo dalla mia risposta alle sue osservazioni, che è la seguente:
“….Che vi sia una cappa sul mondo costituita dal potere finanziario non è una novità: è storia antica. Se si parte dalla rivoluzione industriale inglese, la finanza ha sempre avuto un qualche ruolo: ma sino alla degenerazione del capitalismo manteneva un ruolo di comprimario. Poi invece è diventato il soggetto principale. Marx lo aveva lucidamente compreso, ma non si soffermò su questo fenomeno. Che questa cappa oggi raccolga i frutti di un lavoro secolare, essendosi la finanza infiltrata continuamente in ogni spazio possibile ed avendo forgiato filosofie e destini – e ovviamente uomini per realizzare entrambi, quelli che tu chiami ottimati – io lo do per scontato. La mia domanda di sempre è: abbiamo la forza per contrastare questo strapotere? Se si, come? L’alternativa è quella di contrattare – non mi vergogno nel dirlo, contrattare – un minimo di spazio per le istanze sociali o rifiutiamo questo percorso? In verità nessuno mi risponde, forse giustamente perché le mie sono domande retoriche.
Io non credo nelle rivoluzioni. In politica e nel Sindacato, per come ho vissuto entrambi, alla chimera della “lotta di classe” rivoluzionaria in occidente ho sostituito lo sforzo per rendere vero, agevole, allargato il più possibile l’ascensore sociale. Per questo sarei in contraddizione con me stesso se, riconoscendo il tradimento della storia del socialismo, pensassi che è possibile ribaltare tutto. Quegli uomini che hanno fatto grande il socialismo hanno operato quando il monopolio del potere della finanza non c’era ancora: quel potere li ha tutti distrutti nell’indifferenza generale ed anzi con l’applauso di molti che si pensavano “migliori”.
De Masi ha ricordato più volte le parole di Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo: “La lotta di classe esiste, ma sono i ricchi che la stanno conducendo e soprattutto che la stanno vincendo”. La sinistra è la maggiore responsabile di non averne preso atto: e nello scontro – ma tentato solo a parole – ha compromesso ogni possibile difesa del contratto sociale il cui significato – da Rousseau in poi – si è ormai perso.
Come vedi, caro Pietro, mi sento vicino a te nell’analisi. Ma se diciamo questo, non possiamo poi dire che occorre cancellare chi a questo ci ha fatto arrivare. Non è possibile.”
Sostengo insomma, e mi ripeto, che occorre una strategia diversa di quella che confusamente oggi si propone. Se è vero che “la classe” dei ricchi si è data un’alternativa al capitalismo con l’attività finanziaria (dove il denaro è merce che si acquista e si vende come in ogni altro mercato, che però in questo caso non ha regole, ha controlli approssimativi, sconta una assoluta mancanza di vera contrapposizione, e dove controllori e controllati sono gli stessi) è pur vero che, senza la produzione, questa ricchezza non avrebbe modo di sopravvivere.
Il mondo del lavoro resta un incrocio ineludibile: il focus di ogni attività politica sulla quale, senza piatire improbabili ed improvvidi interventi governativi, occorre concentrare sforzi, progettualità, ricerca di uomini da preparare professionalmente, strategie e tattiche di azione. E su quelle trascinare la politica ed i politici.
Non intendo esprimere polemiche con Landini e Bombardieri: ma quello che ho sentito proporre mi sembra un ritorno al passato che non serve a nulla. Si è capito bene cosa dice invece Sbarra?
La lenta deriva che ha portato la sinistra a privilegiare i diritti civili sui diritti sociali, e quindi a guardare, oltretutto con qualche sospetto, ai ceti medi tecnico-impiegatizi, urbanizzati e istruiti, abbandonando i due grandi segmenti popolari, poco istruiti e periferici, del lavoro autonomo e del lavoro dipendente esecutivo, questo errore non può diventare lo stesso dell’ azione del sindacato. Ma non può esserla neanche il “recupero” del lavoro più povero, fatto riesumando le filosofie dei Cipputi, figure oggi in estinzione in attesa di essere definitivamente soppiantati dalla AI.
La ripresa di una rappresentanza vera di tutto il lavoro, in tutte le sue forme, in tutte le sue specificità (ma non del “lavoro” come è ancora nell’immaginario del gruppo dirigente attuale e che origina strane nostalgie, bensì del lavoro come è diventato oggi e dei suoi aggiornati bisogni) è condizione indispensabile. Le forme, i contenuti, gli obiettivi di questa rappresentanza devono parimenti essere nuovi del tutto. E la struttura culturale del corpo dirigente anche.
Dal mondo del lavoro, e solo di lì, pur senza alcuna concessione a tentazioni pansindacaliste o di supplenza, può partire la ricerca – e poi la successiva coerente formazione di competenze professionali e politiche di alto livello – della nuova dirigenza che dovrà poi dialogare con chi oggi non ha veri contraddittori. Contrattare, perché ogni altra ipotesi diversa dal confronto sarebbe pura follia, un ritorno ad una nuova stesura del contratto sociale. E quel quadro politico ipotetico che ho immaginato, con un centro-sinistra proiettato sul riformismo più che sullo scontro, sarebbe il brodo giusto.
 

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  • Redazione

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