Home Opinioni La disumanizzazione del maschio – Parte II

La disumanizzazione del maschio – Parte II

0
La disumanizzazione del maschio

La narrazione di genere terreno fertile per una parte della politica che si avvantaggia del silenzio e promulga leggi antimaschili senza obiezioni

Una narrazione di genere al maschile serve non per alimentare antagonismi insensati, ma per rimettere al centro la verità.

Non esiste in Occidente un sistema unidirezionale che opprime le donne a beneficio degli uomini. Ciò che è esistito, e in parte esiste ancora, è un sistema di ruoli di genere che danneggia e avvantaggia entrambi i sessi in diversi ambiti.

Agli uomini veniva attribuito uno status più elevato e alle donne una maggiore protezione. Questo spiega, tra l’altro, perché gli uomini siano stati sempre arruolati per la guerra, comandati a lavori forzati e pericolosi, o perché costituiscano la maggioranza dei senza casa, dei morti e degli invalidi sul lavoro, dei suicidi.

Un sistema concepito a beneficio degli uomini non li manderebbe sistematicamente a morte. I problemi di genere che colpiscono gli uomini non solo esistono, ma la loro portata è paragonabile a quella che soffrono le donne.

È innegabile che queste continuino a subire aggressioni e discriminazioni da combattere con intransigenza, ma anche gli uomini sono vittime di mutilazioni genitali, lapidazioni, aggressioni sessuali e altre forme di violenza. Eppure, questi fenomeni ricevono scarsissima attenzione mediatica.

Gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi e degli assassinati, tre quarti delle vittime civili nei recenti conflitti armati, il 93% della popolazione carceraria. Per lo stesso reato gli uomini subiscono condanne più lunghe del 63% rispetto alle donne.

Sono 947 i decessi annui causati da rituali di circoncisione in Sudafrica, 71 gli uomini lapidati a morte per adulterio in Iran, un numero che, contrariamente alla credenza popolare, supera quello delle donne.

Maschile è la mattanza degli operai edili, degli autotrasportatori, dei consegnatari di cibo.

Il silenzio avvantaggia i settori politici che hanno individuato nella narrazione di genere un terreno fertile per i propri interessi elettorali, promulgando leggi antimaschili senza obiezioni.

Prospera nelle istituzioni una numerosa burocrazia professionale che vive sulla discriminazione antimaschile e ha interesse a perpetuarla.

Gli organi di stampa si allineano al discorso dominante perché andare controcorrente allontana sponsor e inserzionisti.

Infine, una parte della società può indirizzare il proprio odio verso un gruppo demografico senza condanne morali, ostentando, al contrario, una posizione di superiorità etica.

Riconoscere i problemi degli uomini non diminuisce minimamente quelli delle donne. Non è una gara: è il concetto di guerra tra i sessi che va respinto.

Mentre problemi come il suicidio, l’insuccesso scolastico e gli incidenti sul lavoro sono diffusi soprattutto tra gli uomini, i media si attardano a strologare di uomini, anzi “maschi”, che occupano troppo spazio in metropolitana per l’abitudine di sedere a gambe aperte, etichettandoli con neologismi grotteschi in globish: manspreading, mansplaining, manterrupting.

Mentre i tassi di suicidio maschile sono tre o quattro volte superiori a quelli femminili e oltre il novanta per cento degli incidenti mortali sul lavoro riguarda gli uomini, i media preferiscono importare termini stranieri dall’intenzione antimaschile.

Vengono finanziate campagne contro il famigerato manspreading. Nessuno lancia una campagna istituzionale sul tasso di suicidio maschile dopo il divorzio, otto volte superiore al corrispondente femminile nelle stesse circostanze.

Il messaggio implicito è chiaro: se un uomo si suicida, fallisce nella famiglia o nella professione, muore sul lavoro, è una tragedia individuale.

Ma se occupa quattro centimetri in più su un sedile della metropolitana, diventa un aggressivo ambasciatore della cultura maschilista.

È la vittima “indegna” le cui sofferenze non interessano la narrativa dominante e possono essere ignorate in perfetta coscienza.

Tutto trasmette l’idea che i problemi delle donne siano legati al genere/sesso, mentre quelli degli uomini siano questioni personali.

Per non parlare dell’abuso di termini come patriarcato, decontestualizzati come se fossero un debito storico imprescrittibile.

La scelta delle parole non è mai innocente.

“Patriarcato” è usato oggi in un senso che l’antropologia classica non riconoscerebbe, oltreché smentito dall’etimologia.

Originariamente il termine patriarcato significava “potere dei padri” (il pater familias romano), e solo con Kate Millett la teoria femminista lo ha riutilizzato come sinonimo generico di dominio maschile.

Eppure, nelle società democratiche odierne, nelle rotture familiari i padri perdono regolarmente la custodia dei figli. Potremmo azzardare che furono gli uomini a porre fine al patriarcato, modificando la dinamica simbolica padre – figlio tra monarca e sudditi in un modello egualitario o fraterno: la triade rivoluzionaria libertà, uguaglianza, fraternità.

Definire patriarcale la società attuale in Occidente è un esercizio retorico, non descrittivo. Attribuire i problemi degli uomini al patriarcato o al maschilismo, parole caricate di disprezzo, ha l’effetto perverso di rendere gli uomini responsabili della propria sofferenza, dunque immeritevoli di riconoscimento o empatia.

Il concetto di “debito storico maschile” è un altro costrutto sottoculturale. Presuppone che gli uomini collettivamente decisero di opprimere le donne, ma nelle società premoderne le decisioni erano appannaggio di una ristretta élite, dalla quale quasi tutti, uomini compresi, erano esclusi.

Quanto ai maltrattamenti subiti in ambito familiare o lavorativo, si insiste sul fatto che le denunce false sarebbero pochissime, ma si sorvola sull’evidenza che, nonostante il clima sociale e giuridico prevalente, la maggioranza delle accuse naufragano alla prova dei tribunali.

In Spagna, anni fa, il partito centrista Ciudadanos – oggi estinto – tentò di prendere le distanze – in nome dell’uguaglianza dinanzi alla legge – da legislazioni orientate contro gli uomini. Fallì, scoprendo che la macchina politica, mediatica e culturale li massacrava senza pietà.

La narrazione di genere agisce simultaneamente come establishment e anti-establishment e questa duplice natura la rende praticamente inattaccabile.

La macchina della disumanizzazione maschile funziona h.24, come la mitologica officina di Vulcano.

Gli studi di genere vengono commissionati e lautamente pagati da istituzioni affini, condotti da accademici affini, pubblicati senza contraddittorio da organi di stampa altrettanto schierati, finendo per diventare senso comune e proposte legislative.

Il circolo si completa con la visibilità mediatica abnorme di gruppi di pressione il cui ruolo è la diffamazione rituale dei dissidenti, utilizzando al meglio – ossia al peggio – le reti sociali, su cui vengono fomentate, alimentate, costruite ad arte le cosiddette “bufere mediatiche” contro chi eccepisce. Persino alcuni giudici hanno denunciato pressioni.

La macchina funziona senza intoppi non perché convinca tutti, ma perché il costo del dissenso aperto è proibitivo. Chi cade in questa spirale non ha che l’autocritica staliniana, il silenzio o l’ostracismo, mentre la società è privata del necessario dibattito nonostante le quotidiane profferte di libertà, pluralismo, democrazia.

Anche nella concessione del dubbio status di rifugiato politico prevale il pregiudizio femminista. Maglie larghissime per le donne, mentre gli uomini devono soddisfare vari criteri.

Impressionante è il doppio binario della narrazione dominante: nel suo Paese d’origine, l’uomo viene presentato come un despota (l’odioso patriarca della sinistra, il barbaro della destra). Non appena varca il confine, si trasforma in una figura gentile e onorevole, da accogliere senza riserve.

I suoi comportamenti – non di rado davvero antifemminili – vengono automaticamente giustificati con l’alibi delle tradizioni culturali, negate ai cittadini maschi bianchi.

Il caso marocchino è emblematico. Il piano di regolarizzazione finanziato dall’Unione Europea prevedeva che a tutte le donne, insieme ai figli, venisse automaticamente concesso lo status legale di rifugiati.

Agli uomini sarebbe stato concesso solo se avessero soddisfatto criteri di età avanzata o malattia. Un uomo scapolo e senza figli, anche se in fuga da un conflitto armato, anche se violentato lungo il percorso (le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli uomini come vittime di violenza sessuale nelle guerre solo nel 2013), non è stato considerato vulnerabile. L’Istituto Europeo per la Parità di Genere non ha eccepito.

I numeri parlano da soli: l’82% di chi muore nel tentativo di raggiungere il nord del mondo è di sesso maschile. Eppure, le politiche migratorie rafforzano l’idea opposta: le donne sono vulnerabili in quanto donne, gli uomini no. A meno che non si dichiarino omosessuali, la categoria beniamina della postmodernità al lumicino.

Frasi come “il maschilismo globalizzato esiste da diecimila anni e noi lo combattiamo solo da venti” o “sono secoli di ignoranza, secoli di patriarcato” non sono artifici retorici, bensì il fondamento ideologico che permette di giustificare la nuova discriminazione.

Quando si presume una colpa intrinseca, qualsiasi misura viene presentata come meritata riparazione del passato. Tutto ciò in una società iper individualista!

La realtà alla fine prevarrà: l’insuccesso scolastico, i suicidi, la perdita di modelli di riferimento tra gli adolescenti maschi sono problemi crescenti, e arriverà un momento in cui ignorarli avrà un costo sociale insostenibile.

I numerosi casi di ipocrisia sociale fondati su menzogne sempre più evidenti minano l’autorità morale del discorso dominante. Per anni è stato detto che la soluzione di tutto risiedeva nella decostruzione di ogni modello ereditato.

Ogni volta che un sostenitore della decostruzione si rivela aver praticato privatamente l’opposto di ciò che predicava pubblicamente, il sistema perde legittimità e molti iniziano a dubitare.

Infine, emerge in rete e nei media alternativi una generazione capace di porre domande tabù nei media tradizionali. Purtroppo, la struttura istituzionale agisce contro la verità.

Quando una narrazione falsa si cristallizza in leggi, ministeri, osservatori, dipartimenti universitari, sussidi e carriere professionali, smantellarla è difficilissimo. Gli interessi consolidati che circondano la narrativa di genere sono troppo numerosi per cambiare rapidamente.

Inoltre, esistono fattori culturali che ostacolano l’emergere di un movimento per i diritti degli uomini: la solidarietà di gruppo femminile è molto superiore a quella maschile.

Assisteremo a un graduale riequilibrio, disomogeneo, né automatico né indolore. Dovrà emergere un quadro concettuale che comprenda diversi movimenti in cui il femminismo perda il monopolio che detiene.

Soprattutto, richiederà la presa d’atto che l’opera di disumanizzazione del maschio non è una stravagante teoria, ma un fatto, per quanto sorprendente.

Contra factum non valet argumentum.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui