
di Giorgio Cattaneo
Perché insistere nel tentare di colpire la Russia con missili a medio-lungo raggio, ben sapendo di farle solo qualche graffio? Ovvio: la si vuole essenzialmente provocare, sperando in una reazione scomposta del Cremlino. «Ma i provocatori sanno benissimo che Putin non abboccherà all’amo: si limiterà ad attendere che l’amministrazione Biden tolga finalmente il disturbo». Ed ecco allora il possibile, vero pericolo: un maxi-attentato “false flag”, in Europa, da attribuire ai russi. Un grande disastro (prima dell’insediamento di Trump) potrebbe mobilitare i paesi europei nella sfida diretta con Mosca, aprendo a quel punto la Terza Guerra Mondiale.
Ad affermarlo è Alex Krainer, analista economico e geopolitico di origine croata. Krainer è un attento osservatore dell’ex impero britannico: sostiene che la minaccia maggiore arrivi dall’élite del Regno Unito, che più di chiunque altro avrebbe lavorato per far esplodere la crisi nel Donbass. Intervistato da Nima Alkhorshid, Krainer (che sarebbe in contatto con fonti di intelligence) parla apertamente di un’operazione denominata Progetto Alchemy: un piano segreto per costruire un mega-attentato “sotto falsa bandiera”, del quale poi incolpare Putin allo scopo di impegnare tutte le risorse della Nato nello scontro diretto con la Russia.
A rilanciare l’allarme di Krainer è il giornalista Roberto Mazzoni, che monitora dagli Usa gli sviluppi dell’attualità. «Non è strano – premette – che i maggiori indiziati, in questo caso, siano proprio i britannici, intesi come governo, élite inglese e City di Londra: sono quelli che la guerra in Ucraina l’hanno voluta, progettata, organizzata e condotta. Sempre loro, lavorandoci per vent’anni, avevano architettato la Prima Guerra Mondiale, assicurandosi che scoppiasse attraverso precise dinamiche. Poi hanno concorso in modo determinante anche allo scoppio della Seconda».
E siccome non c’è due senza tre, aggiunge Mazzoni, «possiamo immaginare che siano sempre loro a preparare la Terza: una guerra mondiale verso cui stiamo indubbiamente andando, a meno che non si cambi rapidamente direzione». Il Progetto Alchemy? Alex Krainer lo ritiene «altamente credibile», anche se non necessariamente inevitabile. Si tratta di una previsione attendibile, non di una certezza: «Anche nel mondo dell’intelligence c’è sempre un limite di incertezza: possono verificarsi degli imprevisti o comunque eventi che vanificano un progetto e ne facilitano un altro».
Certo, il curriculum degli anglosassoni non è rassicurante: gli Usa, ad esempio, sono sempre entrati in guerra giocando sporco, tramite attentati costruiti a tavolino e poi attribuiti al nemico. Nel 1898 auto-silurarono la corazzata Maine per avviare il conflitto contro il decadente Impero Spagnolo. Nella Grande Guerra esordirono grazie all’affondamento del transatlantico Lusitania. E alla Seconda Guerra Mondiale parteciparono solo dopo aver finto di esser stati sorpresi dall’attacco giapponese contro la flotta ormeggiata a Pearl Harbor.
La tradizione è continuata: nel 1964 venne completamente inventato il casus belli per la Guerra del Vietnam, l’incidente del Golfo del Tonchino (cannonate solo immaginarie, mai esplose, contro l’incrociatore Maddox). E che dire della fialetta “di antrace” agitata da Colin Powell all’Onu per denunciare le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, mai esistite? Spesso decisiva la collaborazione inglese, dietro le quinte: come anche nel bombardamento con il gas nervino a Ghouta, in Siria, allo scopo di criminalizzare il presidente Bashar Assad, tuttora nel mirino delle milizie jihadiste pilotate da potenti apparati d’intelligence.
Prima ancora del Vietnam, ovvero nel 1953, la Cia «fece ampiamente ricorso a false flag nell’Iran sobillato dall’operazione Ajax, ad esempio appiccando roghi nelle moschee poi attribuiti ai comunisti». Lo ricorda Emanuel Pietrobon sul “Giornale” (nell’inserto “InsideOver”), compiendo una ricognizione dello storico ricorso agli attentati “sotto falsa bandiera”. Che cosa ci si guadagna? Moltissimo. Si può «vincere senza combattere». Ovvero: «Osservare due o più litiganti e godere nell’attesa di poter raccogliere i frutti da loro seminati». E in ogni caso: si riesce a «costringere il nemico a fare ciò che non vorrebbe, ciò che non dovrebbe».
Architettare le operazioni sotto falsa bandiera consente di raggiungere il massimo risultato col minimo sforzo. «L’inganno è la più antica delle armi», aggiunge Pietrobon. «Le operazioni sotto falsa bandiera sono state e sono il motore della storia umana: hanno legittimato guerre ingiustificabili e generato consensi altrimenti irraggiungibili». Oggi vengono spesso identificate «con il terrorismo di Stato, cioè con gli auto-attentati», ma la storia insegna che «non esistono limiti alle dimensioni che può assumere l’inganno perpetrato da uno stratega ai danni dell’ignara vittima e degli inconsapevoli testimoni».
Può trattarsi di un incidente, di un omicidio, di un’esplosione o di una strage. «Quello che conta, che la false flag consista nell’appiccare un rogo alla sede di un partito o nello scaricare le responsabilità di un’aggressione ad un innocente, è la modalità dell’esecuzione: la messinscena dev’essere teatrale, in grado di suscitare indignazione, ma il regista è chiamato a non lasciare né prove né indizi del proprio coinvolgimento sul luogo del misfatto – pena l’aborto del grande disegno intelligente di cui il falso d’autore sarebbe la sorgente».
Mentre ancora oggi i veri killer di John Kennedy (da Chuck Nicoletti a James Files) attendono di essere finalmente sdoganati dall’ufficialità, con buona pace del fantasma di Lee Oswald, il mondo è impantanato in una regione – il Medio Oriente – letteralmente devastata dalle guerre imperiali del clan Bush, innescate dalla tragedia dell’11 Settembre. Formalmente, la verità è ancora quella della versione ufficiale: ben tre grattacieli sarebbero stati abbattuti da appena due aerei, pilotati da arabi dilettanti. Kamikaze completamente indisturbati: quel giorno, i cieli della superpotenza (per la prima e unica volta nella storia) erano stati lasciati clamorosamente sguarniti.
False flag? «La storia ne è piena», chiosa Emanuel Pietrobon. E il passato «insegna che governi e servizi segreti sono disposti a tutto, pur di perseguire l’interesse nazionale o pur di abbattere uno scomodo rivale». Attenzione: «Disposti a tutto, letteralmente, anche ad uccidere il proprio sangue». Siamo dunque ad un passo da un possibile, tragico “11 Settembre europeo”, magari di marca inglese? Un analista come Dmitry Koreshkov non esita a diffidare di Londra: «La potenza britannica non ha mai smesso di sabotare la Russia in ogni modo, anche con mezzi subdoli».
Gli agenti inglesi – aggiunge Koreshkov – sono immancabilmente presenti in ogni angolo dell’ex Urss, dal Caucaso all’Asia Centrale, laddove serva soffiare sul fuoco del separatismo tramite le classiche rivoluzioni colorate. Il terrorismo? Fa parte delle opzioni normalmente sul tappeto. Stavolta Roberto Mazzoni teme per l’Italia: «Siamo il paese Nato meno entusiasta, di fronte all’escalation bellica». Il Progetto Alchemy? «Una minaccia credibile, anche se non scontata. In ogni caso, ha ragione Alex Krainer: parlarne adesso potrebbe scoraggiare gli eventuali autori del complotto e quindi contribuire a sventare l’ipotetico maxi-attentato».
Mazzoni: l’allarme di Krainer sull’ipotesi-attentato in Europa
Pietrobon sul “Giornale”: false flag, l’arte dell’inganno





