A dispetto dei tanti chiaroscuri, è innegabile il suo ruolo da protagonista assoluto nello scacchiere globale
Nel 2026 l’India è ancora uno tra i mercati più attrattivi di investimenti esteri, in quanto si tratta senza dubbio alcuno di una delle economie più giovani, dinamiche e in crescita del mondo.
E molti sono i settori di interesse che attirano capitali, dal manifatturiero avanzato, alle tecnologie digitali, dalle infrastrutture urbane alle grandi opere, dalla bioeconomia, biopharma e healthtech, alla space economy passando per le telecomunicazioni avanzate, dal settore energetico al green tech fino alla transizione sostenibile.
Le opportunità di investimento in questi specifici settori sono particolarmente rilevanti per via dell’esistenza di un supporto governativo massiccio, del riposizionamento globale delle supply chain, ma anche dell’enorme domanda interna generata da 1,4 miliardi di persone con una classe media sempre più numerosa.
L’impegno di capitali è inoltre favorito dalla stabilità macroeconomica del Paese, per il quale si conferma una crescita dal 6 al 7% per annum, nonché dall’apertura ad accordi e partnership strategiche su diversi tavoli in ogni parte del globo.
Ma nonostante il boom economico degli ultimi decenni, secondo un recente articolo dell’Economist, gli investitori stranieri stanno ultimamente ritirando miliardi dal subcontinente indiano, per via dell’indebolimento della rupia e della complessità degli oneri normativi.
La moneta indiana ha perso forza principalmente a causa di fattori macroeconomici e geopolitici, primo fra tutti il prezzo del petrolio, essendo l’India un forte importatore di greggio: l’aumento dei costi energetici, amplificato dalle tensioni geopolitiche internazionali, incrementa la domanda di dollari, indebolendo la rupia.
Gli investitori esteri inoltre tendono a ritirare fondi dai mercati azionari indiani quando c’è incertezza globale, spostando liquidità verso asset ritenuti più sicuri, senza contare che le restrizioni o i cambiamenti tariffari in mercati chiave (come le modifiche ai visti di lavoro e alle tariffe USA) hanno un impatto diretto sull’economia indiana, riducendo gli afflussi di valuta pregiata.
Dal canto suo, la Reserve Bank of India (RBI) opera secondo una strategia monetaria e strutturale neutrale, mantenendo un tasso di riacquisto di riferimento che consente di bilanciare la stabilizzazione dell’inflazione e della crescita economica e implementando al contempo politiche mirate ad attrarre capitali esteri e a favorire la competitività delle esportazioni.
Infine, le complesse normative e la tassazione diretta e indiretta hanno storicamente rappresentato e rappresentano un ostacolo in India per i capitali esteri, e genereranno deflussi record di miliardi di dollari dai mercati azionari nel 2026. Ciononostante, il governo sta attuando manovre concrete per attrarre nuovi patrimoni e per rassicurare gli investitori esistenti snellendo il quadro fiscale.
Non da ultimo va considerato che una parte significativa degli investimenti legati all’AI sta lasciando il subcontinente indiano a favore di Taiwan e della Corea del Sud, eminentemente per via della straordinaria forza del ciclo hardware dell’Intelligenza Artificiale nel Nord-Est dell’Asia.
In particolare, mi riferisco al fatto che questi due Paesi sono i motori hardware del super-ciclo dell’intelligenza artificiale, ovvero di quella fase di espansione economica e tecnologica di lungo periodo guidata dall’adozione pervasiva dell’AI.
Grazie alla loro capacità produttiva, i mercati asiatici sono diventati esposizioni dirette sull’infrastruttura globale di calcolo, beneficiando enormemente della domanda di semiconduttori avanzati.
In buona sostanza, mentre gli investitori nazionali fungono da cuscinetto, le valutazioni elevate, ovvero le azioni o asset finanziari scambiati a prezzi superiori rispetto ai loro fondamentali storici, unitamente al rallentamento della crescita degli utili, inducono alla cautela gli investitori internazionali, per cui l’India potrebbe vedere ampliato il deficit della BoP (Bilancia dei Pagamenti) in questo anno finanziario, come ben sottolineato da MarketScreener proprio pochi giorni or sono.
In un’ottica di valutazione globale degli scenari economici, è altresì utile far cenno alla strategia “China Plus One”, la quale consiste nell’evitare di investire esclusivamente in Cina a favore della diversificazione delle attività in altri Paesi, o nel convogliare gli investimenti relativi alla produzione in altre promettenti economie in via di sviluppo.
Negli ultimi 20 anni, le aziende occidentali hanno investito principalmente in Cina, attratte dai bassi costi di produzione e dagli enormi mercati di consumo interni. Nata dunque dalla conseguente sovra-concentrazione degli interessi commerciali in Cina, la strategia China+1 è motivata da ragioni di costo, sicurezza o stabilità a lungo termine e può senz’altro essere descritta come un “fenomeno a livello macro”.
In quest’ambito, l’India è il principale candidato a competere con la Cina per la delocalizzazione e la diversificazione delle catene di approvvigionamento globali. Sfruttando enormi investimenti infrastrutturali e un mercato interno in forte espansione, l’India si propone come alternativa manifatturiera e tecnologica, pur affrontando sfide burocratiche e logistiche.
E, tuttavia, il tentativo di sostituire Pechino con Nuova Delhi incontra enormi ostacoli strutturali che frenano il boom indiano. Di fatto, rispetto all’efficienza logistica cinese, l’India sconta una rete di trasporti (strade, ferrovie e porti) arretrata e una burocrazia farraginosa che allungano i tempi di sdoganamento e di produzione.
Inoltre, per produrre ed esportare, l’India dipende ancora fortemente dall’importazione di componenti chiave e materie prime proprio dalla Cina, rendendo difficile l’effettivo “disaccoppiamento”.
E non solo.
L’India fatica a “fare sistema” a livello istituzionale, mancando di una strategia economica univoca in grado di competere con la programmazione centralizzata e aggressiva di Pechino, senza contare che le politiche protezionistiche e le complicate normative fiscali indiane scoraggiano molti investitori stranieri che cercano la facilità di “fare impresa”.
Dal punto di vista degli accordi commerciali internazionali, quelli messi in atto da Nuova Delhi sono davvero molto numerosi, e al proposito cito un breve sunto dal sito del Ministero del Commercio e dell’Industria indiano.
“Negli ultimi anni, l’India ha costantemente ampliato la sua rete di accordi di libero scambio, arrivando a nove ALS (Accordi di Libero Scambio) che coinvolgono 38 paesi. A partire dall’accordo tra India e Mauritius nel 2021, è seguito l’accordo di partenariato economico globale tra India ed Emirati Arabi Uniti nel maggio 2022. L’accordo economico e commerciale tra India e Australia è stato implementato nel dicembre 2022. L’India ha poi firmato il TEPA dell’EFTA il 10 marzo 2024, entrato in vigore il 1° ottobre 2025. Il CETA tra India e Regno Unito è stato firmato nel luglio 2025 e il CEPA tra India e Oman nel dicembre 2025. L’accordo di libero scambio tra India e Nuova Zelanda è stato annunciato il 22 dicembre 2025, seguito dall’accordo di libero scambio tra India e UE il 27 gennaio 2026. Con gli Stati Uniti, abbiamo definito un quadro per un accordo provvisorio il 7 febbraio 2026, consolidando la nostra presenza commerciale globale”.
Al riguardo ho piacere di soffermarmi in particolare sul recente accordo storico di libero scambio siglato dall’India con l’Italia, accordo che prevede, a livello bilaterale, il rispetto di una “partnership strategica speciale” che punta a superare i 20 miliardi di euro di scambi commerciali entro il 2029, estendendo le intese a settori particolarmente sensibili come l’aerospazio, le tecnologie pulite e l’intelligenza artificiale.
Ma Nuova Dehli ha attuato molto recentemente anche politiche di diversificazione che hanno portato alla creazione di accordi di libero scambio anche con il Regno Unito, laddove l’FTA con UK riduce i dazi delle merci scambiate tra i due Paesi di oltre il 90%.
Anche questo accordo merita particolare attenzione, poiché l’India è stata il più importante possedimento britannico dell’Impero della Regina Vittoria, e dunque esso rappresenta un traguardo non solo strategico dal punto di vista commerciale, ma che tocca anche l’orgoglio e l’immagine del subcontinente asiatico.
A corredo vale la pena ricordare che, dal punto di vista politico, l’approccio di Nuova Delhi al “multilateralismo” si basa sul concetto di “autonomia strategica”, per cui l’India persegue una politica multipolare, volta a bilanciare i rapporti tra superpotenze globali, e partecipa attivamente a piattaforme regionali e mondiali per promuovere i propri interessi economici e di sicurezza nazionale.
L’India è Paese fondatore dei BRICS (con Brasile, Russia, Cina e Sudafrica), ha consolidato il suo peso politico ospitando il G20, ponendosi come ponte tra il “Global South” e le economie occidentali, opera attivamente all’interno del QUAD con Stati Uniti, Giappone e Australia per garantire sicurezza nell’Indo-Pacifico e supporta fortemente corridoi economici come quello che coinvolge India-Medio Oriente ed Europa (IMEC), per favorire una maggiore connettività logistica ed estendere la propria influenza geostrategica.
Riassumendo, ho cercato in questo articolo di tracciare una panoramica sufficientemente esaustiva di quella che oggi rappresenta la quarta economia del pianeta, poiché così è dopo che l’India ha sorpassato il Giappone e si è posizionata subito a valle di Stati Uniti, Cina e Germania.
Seppur ben sostenuta da una crescita ormai solida, ho evidenziato luci e ombre di una situazione in costante divenire, e d’altronde questo andamento oscillante è tipico degli ultimi anni per molte economie, in un mondo che ha superato una pandemia e che ora è vessato da numerosi scenari di guerra, laddove questi ultimi ancora non accennano a placarsi e destabilizzano fortemente le decisioni finanziarie di lungo periodo.
Sono altresì convinta che il maggiore problema del subcontinente indiano rimanga quello delle disuguaglianze sociali e culturali, e proprio ad esse si deve il maggior freno al potenziale ulteriore sviluppo del Paese. Persistono infatti forti disparità di reddito e una limitata inclusione che minano la sostenibilità a lungo termine.
Questo conclude il quadro economico e degli investimenti nel subcontinente indiano, nonché il posizionamento politico che lo influenza.
E nonostante i tanti chiaroscuri, io sono convinta che l’India di Narendra Modi, con la sua crescita economica e demografica eccezionale e la sua spinta costruttiva straordinariamente incarnata dall’ormai famoso programma nazionale “Make in India”, a mio avviso continuerà a giocare un ruolo da protagonista assoluto nello scacchiere globale, confermando quell’innegabile spirito di resilienza che da sempre la contraddistingue, poiché si tratta invero di un Paese unico, che possiede una grande capacità di reinventarsi, un Paese dove tradizione e modernità convivono da molti anni ormai con grande successo.





