di Antonio Foccillo
La violenza scatenatesi a Torino nel corteo per Askatasuna, come al solito, ha aperto un dibattito acceso nei mass media e nell’opinione pubblica. Ognuno si è interrogato, come sempre in queste occasioni, se la violenza viene da destra o da sinistra, se ha sbagliato la destra o la sinistra, se hanno sbagliato i manifestanti o la polizia, ma nessuno affronta come questi fatti che si ripetono con una certa frequenza, possano influenzare in negativo la libertà e la democrazia. Vorrei, pertanto, soffermarmi su questo concetto.
Non bastava che in questi anni le politiche finanziarie hanno condizionato tutte l’economie del mondo. Il cittadino, in quella fase, non può decidere, in quanto pur essendo unico titolare della sovranità, è costretto invece a godere, di mezzo titolo di sovranità e di cittadinanza.
E ancora meno, se gli si sottrae la titolarità della moneta e se le decisioni le prendono organismi non scelti democraticamente. Organismi non democratici, come la BCE e il FMI non dovrebbero imporre cattive condizioni di vita ai cittadini e la stessa Unione Europea così com’è, gestita da tecnocrati che decidono con le loro scelte le politiche economiche, non dovrebbero avere neppure grande autorità nei loro confronti.
Oltre alle politiche imposte da questi organismi, si è perseguito anche, da parte della speculazione un attacco senza precedenti che ha avuto l’obiettivo di costringere molte popolazioni in Europa ad accettare una forte riduzione del Welfare state e promuovere la vendita o la svendita dei beni di questi Paesi.
Oggi, purtroppo, vengono fuori sempre più le magagne di un assurdo attacco, che proprio la finanza ha fatto contro tutto quello che aveva garantito democrazia, sviluppo, benessere e partecipazione, sulla base di una demagogia che poi si è rivelata falsa, quando ha puntato i riflettori su coloro che l’avevano alimentata.
Le persone, in questo contesto hanno visto modificate le proprie prospettive di vita e sono state indotte ad accettare forme di privazione della democrazia e delle libertà, pur di ottenere una maggiore sicurezza.
Successivamente la guerra e le speculazioni hanno proseguito questo percorso perverso verso i dettami democratici.
Vediamo come è cambiata la vita dei cittadini di fronte a queste situazioni che hanno ridimensionato la libertà e la democrazia.
La libertà, in senso generale, si riferisce a tante situazioni e non a una sola. Si può affermare che la comune nozione di libertà è lo stato in cui si trova un individuo quando può svolgere una qualsiasi azione, in modo volontario e autonomo, al di là di ogni possibile ingerenza esterna.
Il concetto di libertà è astratto e assoluto, non lo è, però, l’esercizio della libertà, perché alcuni fatti o atti non sono nelle sue possibilità e quindi, in quel caso può venire meno questo diritto. Il presupposto per essere un uomo libero è la consapevolezza.
Giordano Bruno allarga il concetto e coniuga la libertà con la ricerca e la libertà filosofica. “Per Bruno ciò che connota l’uomo all’interno della realtà è la libertà di filosofare, la libertà di ricerca […]. Senza libertà non c’è ricerca[1]”.
Solo su questo ultimo assunto, si potrebbero scrivere pagine e pagine. La ricerca presuppone libertà in tutti i sensi, altrimenti viene artata e condizionata.
Ma un uomo libero deve essere ricco di esperienza, equilibrato, saggio, non facile agli entusiasmi, né incline a depressioni, capace di esprimere i propri giudizi senza cadere in pregiudizi e senza ripetere quello che è già stato sentenziato e nei suoi giudizi deve essenzialmente attenersi alla libertà di coscienza e di pensiero.
Partiamo dalla libertà di coscienza. È quel processo interiore psicologico che si attua senza condizionamenti esterni, senza influssi (diretti o indiretti, consapevoli od occulti) familiari, ambientali, sociali, istituzionale.
La libertà di coscienza è quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con sé stesso. È il sentimento che, a sua volta, è l’organo attraverso cui la coscienza individuale si mette in rapporto con i valori. Anche perché la libertà di coscienza è l’inalienabile presidio di ogni altra libertà.
Tale libertà va difesa continuamente contro costrizioni, persecuzioni, punizioni, o difficoltà frapposte. Uno dei modi per difendere la libertà può essere quello di opporsi tenacemente con pensieri, parole e azioni contro qualsiasi imposizione da chiunque venga, facendo prevalere la libertà di coscienza e il libero arbitrio.
E oggi con le guerre, con le violenze, con i soprusi, con le torture, con le uccisioni, oltre che con l’emarginazione e la povertà, che stanno toccando apici mai visti, non si può dire che le libertà di pensiero, di coscienza e di vita sono ancora presenti.
Per domare questi eccessi bisogna agire salvaguardando innanzitutto la propria libertà ed esercitando la più ampie capacità critiche, fondamentali in un sistema, pubblicitario e informativo, che spesso altera la stessa formazione dell’opinione pubblica e il sistema di controllo popolare, incidendo negativamente nella cultura di massa.
Ovviamente tutto questo è servito a ridimensionare anche la democrazia. Infatti, attraverso lo strumento della governance imposto dalla finanza è stata solennemente celebrata per delegittimare e soffocare il conflitto sociale, in quanto versione tecnicamente efficiente e socialmente aperta di una pretesa “partecipazione democratica”, ma soprattutto perché è priva, secondo chi la propone, di quegli elementi tipici dell’esercizio della democrazia.
Si può, quindi dedurre, che con la governance è stata e continua a essere solo un processo politico volto a conservare gli attuali rapporti di forze, finanziari ed economici e le gerarchie sociali esistenti.
Questo sistema è dominato dai continui richiami ad altri mantra, a partire dalle varie emergenze, dalle crisi economiche all’economia del debito, dai pericoli idrogeologici del territorio ai possibili terremoti, dalle imposizioni europee alla pandemia e per ultimo le guerre.
Con queste continui innesti massicci della tecnica delle paure, hanno imposto la censura alle libertà democratiche, essendo ogni critica zittita da uno stato di eccezione permanente.
Contro questa tendenza dissolutrice, bisogna porsi l’obiettivo di esaltare contemporaneamente quei valori di libertà e quei principi di solidarietà che sono i nostri caratteri ideali. I soli che possano impedire sempre più accentuati limiti alla libertà e alla democrazia.
La democrazia si salvaguarda quando si possono esprimere le proprie posizioni senza violenza e senza prevaricazioni. La cultura del dialogo e del confronto sereno, scevri da qualsiasi forma di violenza, sono il sale della democrazia.
Quello che sta succedendo, come a Torino, però, fa pensare che la tolleranza si è ridimensionata, se non del tutto eliminata, e, allora la violenza da chiunque venga, senza se e senza ma, va condannata e debellata.
Non è utopia. Qualcuno potrebbe osservare che qualche forma di violenza è sempre esistita, ma oggi non ci sono più le condizioni per non fare questa battaglia.
Ci vuole una forte consapevolezza di un’azione che promuova di nuovo la cultura della tolleranza, della laicità, del dubbio e del rispetto dell’altro per poter promuovere, sulla base di un progetto di rigenerazione della democrazia e della libertà, il ripristino della solidarietà e della coesione e poter favorire, così, condizioni di benessere sociale del cittadino e dei lavoratori. Intendendo per benessere, assicurare nelle scelte politiche la natura di equità e uguaglianza che attengono alla funzione dello Stato e dalle quali discende la distribuzione delle tutele e delle diverse garanzie.
In questa situazione bisogna tornare a far ragionare le persone, ancora di più oggi, all’interno degli pseudo partiti o movimenti, facendo appello alla loro disponibilità. Nessuno si può chiamare fuori di fronte alle barbarie che si sono introdotte nella comunità. Ci vogliono responsabilità e valori verso cui indirizzare la società italiana, la sua democrazia, oltre che la politica.
Non possiamo ripetere gli errori del passato, in cui le tradizioni, le sacralità, le ritualità si ripetevano in continuazione, come un rito religioso che non muta nei secoli. Abbiamo bisogno certamente di ricordare la nostra storia e la nostra idea della politica, ma abbiamo bisogno anche di un cambiamento continuo, di ricerca costante, di evoluzione perenne, cercando di rappresentare le esigenze del nostro tempo.
[1] Ciliberto M., 2011, Giordano Bruno, e la filosofia del Rinascimento, pag. 22, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma







