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POLITICA

Dalle martellate all'attacco 'invisibile'

Dalle martellate all'attacco 'invisibile'

Dalle martellate in piazza all’attacco invisibile: perché senza intelligence culturale lo Stato resta cieco


Le martellate contro un poliziotto in piazza non sono solo cronaca nera. Sono un messaggio politico e culturale. Colpiscono un uomo in divisa, ma parlano a tutta la società: l’autorità diventa bersaglio legittimo, lo Stato un nemico, la violenza un linguaggio accettabile. Fermarsi all’episodio significa non capire nulla. Quella scena è solo l’ultimo fotogramma di un film molto più lungo.

Prima delle martellate c’è sempre un lavoro culturale. Nessuno nasce pensando che colpire un agente sia normale. Ci arriva dopo anni di narrazioni che delegittimano le istituzioni, trasformano la legge in opinione e l’ordine pubblico in provocazione. La piazza non è l’origine. È lo sbocco finale di un processo.

I dati aiutano a uscire dall’emotività. Negli ultimi anni sono aumentati gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine durante manifestazioni e disordini urbani. In parallelo, oltre il 40 per cento degli italiani percepisce il conflitto sociale come permanente e inevitabile. Quando il conflitto diventa identità, la violenza smette di essere eccezione e diventa strumento. Le martellate non sono un incidente, ma un prodotto coerente di questo clima.

Qui emerge il grande rimosso italiano: l’intelligence culturale. Non repressione del dissenso, ma capacità dello Stato di leggere le dinamiche che portano una parte della società a giustificare moralmente la violenza contro le istituzioni. Le democrazie mature studiano narrazioni, reti di influenza e processi di radicalizzazione simbolica. L’Italia interviene quasi sempre dopo, quando il danno è fatto.

L’attacco non è solo alla polizia. È allo Stato di diritto. Quando la scuola perde autorevolezza, quando l’insegnante viene delegittimato, quando l’educazione civica diventa opzionale, il terreno è pronto. Non è un caso che la spesa per l’istruzione resti sotto la media OCSE e che la figura del docente sia sempre più caricata di compiti e sempre meno riconosciuta. Ignoranza senza identità produce individui fragili, rabbiosi, facilmente mobilitabili.

Nel frattempo il Paese perde capitale umano. Negli ultimi quindici anni oltre 1,7 milioni di italiani sono emigrati, molti giovani e qualificati. A loro viene ripetuto che il futuro è altrove e che l’Italia non merita investimento emotivo. Anche questo indebolisce la tenuta collettiva e rende il sistema più permeabile a influenze esterne.

Antonio Gramsci lo aveva capito: chi vince culturalmente vince prima ancora che politicamente. Pier Paolo Pasolini parlava di una violenza invisibile, capace di distruggere senza manganelli. Norberto Bobbio ricordava che lo Stato di diritto vive di una cultura condivisa delle regole.

Senza intelligence culturale lo Stato arriva sempre tardi. Reagisce all’evento, non al processo.

⌨️ MP per CISINT - Centro Italiano di Strategia e Intelligence

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