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POLITICA

Troppa confusione e troppa assistenza

Troppa confusione e troppa assistenza

di Alberto Brambilla*

I dati dell’ultimo Rapporto Itinerari Previdenziali confermano che non è la previdenza ad appesantire le casse dello Stato quanto piuttosto la spesa per oneri assistenziali: una “zavorra” da 180 miliardi che, in assenza di regole e controlli adeguati, si traduce in bonus, sgravi e agevolazioni per molti cittadini che non hanno mai versato tasse e contributi pur non trovandosi in condizioni di reale bisogno

Le pensioni: un tema sempre verde che scatena le fantasie della politica e qualche “manina” tecnica sensibile ad alcune lobby, spesso più sprovvedute in materia della politica stessa. Il culmine si tocca quando si scrive la Legge di Bilancio annuale e, come accaduto con quella per il 2026, appaiono tante proposte che generano grandi discussioni che poi si dissolvono o si riducono a “piccole modifiche” che però, apportate di anno in anno, creano tanta confusione tra i cittadini (una volta si chiamava la “giungla delle pensioni”, che speravamo di aver cancellato dopo vent’anni di riforme). A complicare le cose ci si mettono i “soloni” di talune università che sostengono il sicuro fallimento del sistema di welfare nei prossimi anni a causa della bassa natalità e dell’invecchiamento della popolazione, con tanto di eco sui media.

Ma non finisce qui perché secondo quanto Istat comunica a Eurostat e quindi alla Commissione, la spesa per le pensioni è pari al 16,5% del PIL contro una media UE del 12,4%: l’incidenza vera è meno del 12%. È bene ricordarsi che la riforma Fornero fu il frutto amaro di questa confusa comunicazione che indusse la BCE e l’UE a chiedere di tagliare la spesa pensionistica, contribuendo alla caduta del governo Berlusconi. Il ragionamento di BCE e UE fu semplice: siete un Paese indebitato e spendete molto più di tutti per le pensioni; quindi, per fare risparmi e cassa Monti partì dalle pensioni.

Il risultato?

La spesa pensionistica oggi è esattamente (per l’Istat) quella di allora, con l’aggravante che l’eccessiva rigidità introdotta dalla riforma Monti-Fornero ha scatenato tutte le pulsioni che hanno portato i governi successivi, compreso quello di Monti, a creare norme per aggirare quelle regole che avevano appena scritto, mangiandosi in 10 anni la gran parte dei risparmi previsti. E così sono state fatte 9 salvaguardie, addirittura le prime due decise dalla Fornero per salvaguardare una serie di diritti acquisiti e non più recuperabili di donne e di persone sostenute dagli ammortizzatori sociali. Renzi, due anni dopo, inventò APE sociale, prepensionamenti e anticipi che, con Gentiloni, arrivavano anche a 7 anni prima dei requisiti Fornero (61 anni oppure meno di 35 anni di contribuzione) riportando le lancette indietro di 15 anni; seguirono l’invenzione dei lavori “gravosi” di Cesare Damiano, la pensione di cittadinanza, Quota 100, Opzione Donna, precoci, Quota 103 e così via.

Quando si tira troppo la corda con le riforme, questi sono i risultati. E chi ci rimette?

Purtroppo, e questa è ormai una costante di tutti i governi, solo quelli che lavorano, che faticano e contribuiscono per tanti lunghi anni. Il paradosso italico che proviene dalla riforma Fornero è che la spesa assistenziale (l’unica fuori controllo) non è stata toccata, anzi le pensioni minime (quelle dei tanti cittadini che vivono sulle spalle di quelli onesti) sono state aumentate, si sono favoriti i lavoratori con carriere e stipendi alti e quelli che hanno contribuito poco o nulla mentre sono stati “castigati” quelli che hanno lavorato a lungo.

Esprimo il concetto in “quote” per capirci meglio: da noi con Quota 87 (67 anni di età e 20 di contributi) puoi andare tranquillamente in pensione di vecchiaia anche se hai versato poco; con Quota 84 (64 anni di età e 20 di contributi) puoi andare in pensione anticipata se sei un contributivo puro con alti redditi, altrimenti occorre lavorare fino a 67 o più anni; se però si hanno 42 e 10 mesi di contributi pieni (un anno in meno per le donne) e, quindi una Quota 102/103 o più, per andare in pensione si devono aspettare 3 mesi di finestra; secondo i calcoli della legge Fornero, se non ci fosse stato il blocco del 2019, oggi occorrerebbero ben 44 anni (ne serviranno 42 e 11 mesi nel 2027 e 43 e 1 mese nel 2028), oltre i 3 mesi di finestra che, secondo la “manina” della Legge di Bilancio, avrebbero dovuto diventare 6 mesi, senza considerare la cancellazione di 30 mesi, a regime, di riscatto di laurea. I sistemi pensionistici incentivano quelli che lavorano e contribuiscono e scoraggiano quelli che di contributi ne hanno pagati pochi.

Infatti, sia la riforma Dini sia quella Fornero avevano previsto che per la pensione di vecchiaia l’importo maturato fosse pari ad almeno 1,25 volto l’importo dell’assegno sociale. Purtroppo, l’attuale esecutivo – che, in una sua componente, voleva abolire la riforma Fornero – ha fatto esattamente l’opposto: ha cancellato il limite di 1,25 volte per la vecchiaia e ha aumentato da 2,8 volte a 3 volte e poi a 3,2 volte il valore dell’assegno sociale per le pensioni anticipate dei contributivi. Il risultato? I poverini che nel 2026 avranno 42 anni e 10 mesi dovranno lavorare tre mesi in più per la cosiddetta “finestra”; quindi, o il datore di lavoro li tiene per 3 mesi o, per questo periodo, niente stipendio e niente pensione. Invece, per i tanti che hanno lavorato poco (in Italia su 37 milioni di persone in età da lavoro, nel 2024 nonostante il record di occupati di tutti i tempi, ne lavoravano solo 24,2 milioni, tanto che siamo costantemente ultimi in tutte le classifiche europee e OCSE e distanziati sia dalle medie sia dai nostri competitor), avranno la pensione assicurata.

Negli ultimi 3 anni, in 270mila hanno chiesto l’assegno sociale (quasi tutti sconosciuti a INPS e fisco) e, su uno stock di 9,916 milioni di pensioni in pagamento (vecchiaia, invalidità e superstiti), oltre il 30% (3,3 milioni) sono integrate al minimo o maggiorate e beneficiarie di carta acquisti, bonus, quattordicesima mensilità e rivalutazione oltre il 100% dell’inflazione. Quelli che hanno sempre pagato i contributi, invece, hanno visto in poco meno di 15 anni una svalutazione di quasi il 20%.

C’è bisogno di nuove riforme delle pensioni come sostengono alcuni “professori”?

No, abbiamo bisogno di tagliare la spesa assistenziale, con regole più stringenti e più gente che lavora. Le pensioni vanno bene e, al netto dell’IRPEF, sono in utile per circa 40 miliardi: costano 198 miliardi, mentre la spesa assistenziale vale 180 miliardi, distribuiti “in nero” dallo Stato agli oltre 30 milioni di italiani che non pagano tasse, hanno tutti i servizi gratis, spesso lavorano irregolarmente e fanno la domanda ISEE. Abbiamo bisogno che dopo i 30 anni, se non fai la dichiarazione dei redditi, lo Stato ti chieda di che cosa vivi.   

*L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L’Economia del 12/1/2026

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