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POLITICA

Non tutti gli sciiti vengono per nuocere

Non tutti gli sciiti vengono per nuocere

Questo intervento non vuole certo essere un saggio sull’Islam e tantomeno sulla shīʿat ʿAlī (la fazione di Alì) o più brevemente Shīʿa, bensì ha l’ardire di fungere da piccolo memento sulla complessità culturali relative alle entità coinvolte nel presente caos geopolitico.

Di fronte alla continua banalizzazione operata dai sicofanti di regime, purtroppo anch’essi di caratura assai limitata, vorrei gettare un piccolo sasso nello stagno per evitare che si cristallizzino nozioni erronee e potenzialmente pericolose, che nulla hanno a che vedere con la realtà delle cose.

Inoltre, se sarò capace di stimolare in altri quella stessa passione che ho sempre provato nello studiare (per quel che posso viste le mie limitate conoscenze linguistiche sia per quanto riguarda l’arabo che il turco) le pratiche e le idee dei fratelli e delle sorelle sufi, avrò sicuramente raggiunto un obiettivo elevato e pregevole.

Per molte ragioni il regime dei mullah in Iran, che nell’immaginario collettivo coincide con la Shīʿa, si è imposto all’attenzione generale per la sua violenza cieca, per la sua ipocrisia proprio in tema di morale (si pensi alla prostituzione permessa con i matrimoni ad ore e molto altro) e per il generale abuso dello Spirito che, al contrario, dichiara di voler servire con la sua forma teocratica.

Ma i mullah non rappresentano per nulla l’universo sciita che contiene molte realtà opposte a quella persiana, sia nei comportamenti, che nelle idee, realtà che rifuggono dalle violenze teologiche e ideologiche del regime iraniano.

Ad essere onesti, gli sciiti nascono in ambiente arabo e non persiano, precisamente in Iraq, paese nel quale si trovano anche i più importanti luoghi santi della Shīʿa, come il mausoleo dell’Imam Husayn a Karbala.

Gli sciiti sono presenti in tutte le comunità mussulmane del mondo, anche se come minoranza, e l’appartenenza ad un etnia (araba o persiana) non ha alcuna rilevanza sulle variegazioni presenti tra gli sciiti stessi.

Anzi, qualcuno potrebbe dire che è proprio tra gli sciiti che si possono trovare le forze maggiormente adatte a costruire ponti durevoli tra l’Islam e le altre culture.

Non a caso i sufi e la Shīʿa condividono lo stesso destino di persecuzione all’interno del mondo islamico, malgrado la maggior parte delle scuole sufi siano di matrice sunnita, cosa questa che non evita gli attentati contro queste comunità.

Con la tragica eccezione iraniana e malgrado le differenze tra le varie declinazioni della Shīʿa, la tolleranza rimane uno dei valori che accomunano alcune delle correnti sciite al sufismo.

Per fare un solo esempio di grande anima sufi, nelle rare volte in cui tengo delle serate, nella mia slide di apertura campeggia la meravigliosa frase che adorna la tomba di Rumi (Mevlana il Maestro) a Konya:

“Vieni, vieni; chiunque tu sia, vieni.

Sei un pagano, un idolatra, un ateo? Vieni!

La nostra casa non è un luogo di disperazione,

e anche se hai tradito cento volte una promessa… vieni”

L’Islam moderato e tollerante della Turchia di Ataturk si poggiò anche su una di queste correnti, quella degli aleviti, felici di sfuggire alle discriminazioni storicamente subite.

Per dare solo un’idea, la televisione turca solo negli ultimi anni ha mostrato positivamente situazioni e personaggi della tradizione sufi, superando così un veto informale durato decenni.

Fece scalpore quando, nel corso di uno sceneggiato a sfondo storico, fu trasmessa una lunga scena di dhikr, la pratica devozionale che i sufi trasformano in una meditazione tanto coinvolgente da ricomprendere addirittura le danze dervisce.

Gli aleviti, sciiti duodecimani come la maggioranza degli iraniani, nacquero in Anatolia a partire dal XIII secolo, sulla scorta degli insegnamenti di Hadji Bektash Veli, mistico e filosofo originario del Khorasan, vissuto all'incirca tra il 1209 e il 1271. Il suo nome significa sommariamente “Il Santo Pellegrino Bektash”.

Gli aleviti (come gli alawiti siriani) derivano la loro denominazione da Alawi, che vuol dire “relativo ad Alì” il cugino, genero e figlio adottivo del profeta Maometto.

Gli aleviti, spesso considerati eretici, si aprirono con fervore alle riforme kemaliste e alla modernizzazione del paese.

Vengono anche detti qizilbashi (testa rossa) dal movimento sorto nel XV secolo che contribuì alla fondazione della dinastia safavide.

Nella modernità sono ritenuti tradizionalmente vicini alla sinistra politica, maggiormente consona alle abitudini comunitarie e alla solidarietà reciproca tipiche degli aleviti.

Per tali ragioni, essi divennero uno dei bersagli preferiti sia dei militanti islamisti sunniti, sia dei nazionalisti turchi di estrema destra.

Non a caso il 2 luglio del 2026 ricorrerà il 33° anniversario del massacro di Sivas.

Il 2 luglio 1993 presso l'Hotel Madımak a Sivas, in Turchia, 37 persone, di cui circa la metà donne e bambini, persero tragicamente la vita a causa della violenza settaria della maggioranza sunnita turca.

La loro colpa quella di essere aleviti, una minoranza sciita di discendenza sufi, storicamente soggetta ad attacchi come quello di Sivas.

Le vittime, che si erano riunite nell'hotel per un festival musicale intitolato alla figura di Pir (Anziano in Farsi, Guida per i sufi) Sultan Abdal, furono uccise quando una folla inferocita di circa 20.000 persone, avendo sfondato un debole cordone di polizia, appiccò il fuoco all'hotel, giusto dopo la fine della preghiera del venerdì, aggiungendo così il sacrilegio alla strage.

Anzi, migliaia di cittadini sunniti di Sivas, dopo aver partecipato alla preghiera del venerdì in una moschea vicina, marciarono verso l'hotel in cui si svolgeva la conferenza e appiccarono il fuoco all'edificio.

L'assalto durò otto ore senza alcun intervento da parte della polizia, dell'esercito o dei vigili del fuoco.

Da più di trent’anni la pseudo-giustizia turca fa orecchie da mercante alle grida dei parenti delle vittime che chiedono giustizia.

Come orecchie da mercante fanno i turchi sul genocidio degli armeni. Il tutto mentre discutono tranquillamente e apertamente di voler invadere un altro stato NATO (la Grecia), non paghi di aver occupato mezza Cipro senza conseguenze di sorta.

Una sanzioncella? Ci mancherebbe! I turchi menano e sono armati fino ai denti (da noi). È la stessa storia dell’Islam in Europa, di cui è meglio non parlare perché questi signori picchiano come fabbri e se si rivoltassero scoppierebbe il caos.

Esiste però una profezia attribuita al Santo Paisios del Monte Athos, che in terra ellenica gode dello stesso rispetto di Padre Pio in Italia.

Egli scrisse: «Inizieranno eventi che culmineranno con la riconquista di Costantinopoli. Costantinopoli ci sarà restituita. Ci sarà una guerra tra Russia e Turchia. All'inizio i turchi crederanno di essere vincenti, ma questo porterà alla loro distruzione. Alla fine, i russi vinceranno e conquisteranno Costantinopoli. Dopodiché sarà nostra. Saranno costretti a consegnarcela». Il testo prosegue: «(I turchi) saranno distrutti. Saranno sterminati perché sono una nazione che è stata costruita senza la benedizione di Dio. Un terzo dei turchi tornerà da dove è venuto, nelle profondità della Turchia. Un terzo sarà salvato perché diventerà cristiano, e l'altro terzo sarà ucciso in questa guerra». Questo si basa sulla profezia di San Cosma.”

Una prospettiva inquietante che sembra trovare un qualche riscontro nei recenti sviluppi geopolitici, ma non divaghiamo troppo.

Tornando al massacro, nell'Hotel Madımak a Sivas erano confluiti artisti, scrittori e musicisti per celebrare la vita del poeta alevita del XVI secolo Pir Sultan Abdal.

Pir Sultan Abdal fu un importante poeta turco e una figura religiosa di spicco nell'Alevismo di origine turkmena. Al villaggio di Banaz, nell'attuale provincia di Sivas viene attribuito l’onore di aver dato i natali a questa figura. La sua figura è considerata leggendaria dai suoi seguaci, anche perché la sua biografia è avvolta dal mistero ed è solo illuminata dalle bellissime poesie che si ritiene siano state composte da lui stesso e tramandate dagli ashik, gli innamorati di D-o.

L’ashik è tradizionalmente un bardo che accompagna le sue canzoni, siano esse dei dastan (racconti epici tradizionali) o composizioni originali più brevi, con un liuto dal manico lungo.

Durante le guerre ottomano-persiane, Pir Sultan sostenne la via sufi e la ribellione in Anatolia, e di conseguenza fu giustiziato per impiccagione.

Ecco uno dei suoi poemi più belli:

HO CHIESTO AD UN CROCO GIALLO

Ho chiesto al croco giallo: “Dove trascorri l'inverno?”

Derviscio, perché me lo chiedi?

Trascorro l'inverno sottoterra.

Ho chiesto al croco giallo: “Cosa mangi sottoterra?”

Derviscio, perché me lo chiedi?

Mangio le briciole di D-o

Ho chiesto al croco giallo: “Perché sembri così pallido?”

Derviscio, perché me lo chiedi?

Il timor di D-o mi fa tremare

Ho chiesto al croco giallo: “Hai tu una madre e un padre?”

Derviscio, perché me lo chiedi?

La terra è mia madre, la pioggia mio padre

Ho chiesto al croco giallo

che tiene il suo bastone con amore,

che mormora le parole di D-o

Anche il croco è un derviscio

Pir Sultan sta fra i credenti

Il suo viso risplende di luce santa

In compagnia dei riveriti dervisci

Anche il croco è un derviscio”

Il tema del domandare ad un umile fiore di campo, giallo, è tipico della cultura sufi.

Il colore giallo possedeva un valore particolare per i primi sufi, che spesso vestivano panni di questo colore, che rappresentava molti valori positivi: rinuncia ai beni materiali e devozione ad uno stile di vita semplice e umile.

Il giallo simboleggiava anche l’illuminazione provocata dalla Luce divina.

Ma i seguaci degli insegnamenti di Hacı Bektaş Veli non si limitano agli aleviti e comprendono anche i sufi della confraternita dei Bektashi, strettamente legata agli aleviti stessi e alla storia dei giannizzeri.

Proprio con lo scioglimento forzato del famoso corpo militare, ordinato dal sultano ottomano Mahmud II il 15 giugno 1826 e con il conseguente massacro di gran parte dei giannizzeri, che la stella dei Bektashi inizia a tramontare.

Nel 1925, la Turchia di Atatürk dichiarò poi fuori legge tutte le confraternite che avessero rifiutato di sottomettersi al controllo del Diyanet, il Ministero degli Affari Religiosi.

Per tutta risposta i bektashi trasferirono il centro del movimento a Tirana, in Albania, ove furono perseguitati per decenni dal regime comunista.

Per pura fortuna nella mia città la folta comunità albanese è in prevalenza composta proprio da bektashi e ho avuto la possibilità di intervistarne a fondo alcuni per capire meglio questa affascinante confraternita.

A dispetto dell’associazione storica con i fieri giannizzeri, anche i bektashi, come gli aleviti, hanno una visione dell’Islam assai differente da quella mainstream e con la quale è molto più facile dialogare.

Non a caso anche i bektashi sono stati spesso tacciati di eresia come gli aleviti, fino al punto di essere posti addirittura fuori dall’Islam.

Tra le figure più importanti della tradizione che portò al sorgere sia dell’Alevismo, che dei Bektashi, spicca quella di Yunus Emre (1240 – 1320), quindi temporalmente anteriore a Pir Sultan.

Vorrei proporvi una sua poesia, forse ispiratrice di quella de suo epigono alevita e che tratta il medesimo tema.

Ecco, quindi, la bellissima lirica di Yunus Emre

HO CHIESTO AL FIORE GIALLO

Ho chiesto al fiore giallo:

Hai una mamma e un papà?

Il fiore risponde:

“Mia mamma e mio papà sono la terra.”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.

Ho chiesto al fiore giallo:

Hai dei figli?

Il fiore risponde: “Figlio mio, il derviscio è il padre,

il fratello è la foglia.”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.

Ho chiesto al fiore giallo:

Perché il tuo collo è piegato?

Il fiore risponde:

“Il mio essere è vero.”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.

Ho chiesto al fiore giallo:

Perché il tuo volto è giallo

Il fiore risponde, “padre derviscio,

La morte ci è vicina.”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.

Ho chiesto al fiore giallo:

Esiste la morte anche per voi?

Il fiore risponde:

“Esiste qualcosa di immortale?”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.

Ho chiesto al fiore giallo:

Di chi sei il seguace?

Il fiore risponde: “padre derviscio,

Sono della comunità di Maometto.”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.

Ho chiesto al fiore giallo:

Mi conosci?

Il fiore risponde:

“Non sei forse Yunus?”

Non c'è altro dio all'infuori di Allah.

Allah è l'unico dio.”

Le due poesie, apparentemente assai semplici, riescono a sintetizzare in poche parole concetti difficili e ci trasportano, con il loro ritmo ipnotico, in un luogo ove si trovano a loro agio Platone e i suoi epigoni alessandrini, i mistici e kabbalisti ebrei e cristiani, modernamente i Martinisti e tutti coloro i quali si rispecchiano in questa Via di reintegrazione verso l’Uno.

Di più. La visione panenteistica (non panteista) appare chiaramente, come pure vengono affrontate altre tematiche importanti, quali l’origine della vita, la morte, il timore di D-o ed altre.

Proprio i versi dedicati al timor di D-o, che per la Kabbalah è l’origine di ogni saggezza: reshit Chokmah yirat Adonai (Salmo 111), vanno sottolineati.

Il poeta domanda: Perché il tuo collo è piegato?

Il fiore risponde: “Il mio essere è vero.”

Ora, il significato di ciò è che il fiore giallo, come gli angeli, è privo di libero arbitrio, in cambio, però, possiede una connessione diretta nei confronti della Creazione e una conoscenza intuitiva delle Sue Leggi.

Il collo del fiore è piegato per umiltà nei confronti del Creatore, perché il fiore non ha e non può avere dubbi sulla Sua esistenza.

Non ha dubbi da dove provenga il suo sostentamento.

Il suo essere risulta Vero perché non è stato inquinato come avviene agli esseri umani.

Il fiore giallo è puro e nella sua purezza fa parte di natura della umma dei credenti, cioè della Creazione.

Quindi è un derviscio come i poeti ed è loro fratello.

Molto altro ci sarebbe da scrivere sul significato di questi due poemi, ma ciò esulerebbe dai limitati scopi di questo scritto.

In un momento nel quale l’Islam sciita rischia di essere identificato con i macellai di Teheran, che hanno affermato sé stessi destabilizzando Siria, Libano, Israele, Gaza etc., riaffermiamo con chiarezza che questa gente più che devota a D-o appare devotissima al suo potere temporale e alla sua vita privilegiata.

Ci sono tanti altri sciiti, come gli aleviti, gli ismailiti (tra cui i nizariti seguaci dell’Aga Khan) gli alawiti e gli zayditi e non li vediamo protagonisti negativi della cronaca come da troppi anni si palesano i mullah iraniani e i loro complici.

Ecco perché ci dovremmo sforzare sempre ad analizzare il più possibile i contesti e dovremmo esorcizzare le continue banalizzazioni da parte della narrativa mainstream.

Non è fatto a caso. A volte la reductio è buonista, altre volte è spietata, ma è sempre sbagliata.

Siamo obbligati, dal nostro Spirito, a rifiutare questi metodi di poco spessore e a rintuzzare chi li utilizza, soprattutto per ragioni mercenarie.

Come disse Sebastiano Venier: “S’ha da combattere e non s’ha da far di manco!”

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