Andrea Pucci ha rinunciato alla co-conduzione della terza serata di Sanremo. Il giorno prima faceva il comico. Poi sono arrivate le storie Instagram di Selvaggia Lucarelli. Millequattrocento caratteri, qualche screenshot, la valanga dei follower, le minacce alla famiglia. Un telefono e un profilo Instagram hanno innescato una tempesta che ha fatto saltare il primo festival della televisione italiana. Il commento della Lucarelli: "Figuraccia evitata dalla Rai."
La domanda sorge spontanea: chi è questa donna che dispone di un potere di interdizione superiore a quello di un tribunale? La risposta la si trova dove la si trova sempre: seguendo i soldi.
La Lucarelli si racconta come paladina della trasparenza, giustiziera del web, voce dei deboli. La narrazione regge finché non si aprono i bilanci. La newsletter "Vale Tutto" su Substack conta, secondo le stime disponibili, oltre duecentomila iscritti complessivi tra gratuiti e paganti, al costo di sette euro al mese o settanta l'anno per gli abbonati.
La piattaforma certifica "decine di migliaia di abbonati a pagamento": i ricavi complessivi sono stimabili da chiunque sappia fare una moltiplicazione. La società Boutade srl, fondata con il compagno Lorenzo Biagiarelli il 24 settembre 2024, secondo il bilancio camerale depositato ha fatturato trecentottantamila euro nel primo esercizio con un utile netto di duecentomila. A questi si aggiungono i libri, i podcast, le ospitate televisive, il seggio fisso a Ballando con le Stelle su Rai 1.
Ma il dato più eloquente è un altro. Ogni polemica produce un'anomalia statistica che sfida la logica: mentre il bersaglio perde follower, reputazione e sonno, la Lucarelli ne guadagna. Secondo l'analisi realizzata da SocialData in esclusiva per Adnkronos nel gennaio 2024, dopo il caso Pedretti il sentiment negativo nei confronti della Lucarelli ha raggiunto l'ottantasei per cento: quasi nove persone su dieci, tra quante hanno commentato la vicenda, hanno espresso indignazione nei suoi confronti.
Logica vorrebbe che i follower crollino. Sono aumentati di duemilanovecentro in sette giorni. Dopo il caso Mariotti: più cinquemiladuecento. Dopo il caso Pandoro: più ventiseimila.
La polemica respinge, ma la visibilità attrae. Per ogni persona che toglie il segui ne arrivano di più, richiamate dal rumore. Chiara Ferragni, nella stessa vicenda del Pandoro, ha perso cinquecentomila follower e cinque milioni e settecentomila euro di ricavi. Pattern opposto, esito identico: la macchina commerciale della Lucarelli si alimenta. I follower Instagram non generano ricavi diretti, la piattaforma non paga i creator in Italia, ma quei due milioni di seguaci sono il carburante di tutto il resto: la newsletter, i libri, la Boutade, le ospitate. Senza la platea non esiste il business.
Il cavaliere bianco non esiste. Esiste un modello di business che monetizza la gogna. Non è giornalismo d'inchiesta. È industria dell'indignazione. Ogni bersaglio è un prodotto, ogni shitstorm è un lancio commerciale, ogni scandalo è un trimestre fiscale.
Il metodo non cambia mai. Si individua il bersaglio. Si pubblicano le storie Instagram davanti a due milioni di follower. Il linguaggio è formalmente inattaccabile: mai un insulto diretto, mai una minaccia esplicita. Si racconta, si insinua, si "fanno domande".
I follower eseguono il lavoro sporco nei commenti in totale autonomia, convinti di compiere un atto di giustizia. Il meccanismo è elementare: la Lucarelli fornisce il bersaglio, costruisce la narrazione del torto subito dalla collettività e la folla si muove sentendosi nel giusto. Nessun ordine, nessuna regia esplicita. Solo un dito puntato e una platea di due milioni di persone pronte a colpire chi viene indicato.
I follower migrano sul profilo della vittima, sommergono tutto. La Lucarelli controlla i commenti sotto i propri post, filtra, cancella, sterilizza. Il suo profilo resta immacolato. Quello del bersaglio diventa un campo di battaglia. L'algoritmo di Instagram è lessicale: intercetta le parolacce, non intercetta le campagne. Rileva chi scrive "scemi presuntuosi", la stessa frase che costò alla Lucarelli un mese di blocco su Facebook nel 2018, ma non rileva chi orchestra la distruzione reputazionale di una ristoratrice, di uno studente, di uno psicologo assolto.
Chi innesca il meccanismo resta al riparo. Solo gli esecutori rischiano. È il delitto perfetto dell'era digitale.
Il catalogo dei bersagli merita di essere percorso per intero.
Nel novembre 2022 Carlotta Rossignoli si laurea in Medicina al San Raffaele con 110 e lode e menzione speciale. Percorso accelerato, regolare, certificato dall'ateneo e dal Ministero. La Lucarelli la sottopone a un processo pubblico su Instagram: espone le borse griffate, le vacanze, il Rolex del padre. Pubblica una foto del suo sedere al memoriale dell'11 settembre. Chiede il libretto dei tirocini. I rappresentanti degli studenti verificano: percorso regolare. L'università emette nota ufficiale. La Rossignoli chiude Instagram e sparisce. La Lucarelli non chiede scusa.
Nel dicembre 2023 Matteo Mariotti, vent'anni, perde una gamba nell'attacco di uno squalo in Australia. Gli amici aprono una raccolta fondi. La Lucarelli solleva dubbi e pubblica un messaggio privato che il ragazzo le ha inviato da Brisbane, ancora convalescente. Al Rizzoli di Bologna, durante la riabilitazione del moncone, il ragazzo piange in video: "Selvaggia, hai fatto un grande errore con me. Se ti paragonano allo squalo, sei più forte e più pericolosa." E aggiunge, con lucidità che vale più di qualsiasi analisi: "Lucarelli sa bene che quando addita qualcuno, i suoi follower si scatenano. Vive sui social, sa meglio di chiunque altro come funzionano." La Lucarelli replica che in Italia tremila persone l'anno subiscono un'amputazione e non aprono raccolte fondi. Scuse: zero.
Nel luglio 2019 la Lucarelli pubblica sul Fatto Quotidiano una serie di articoli su Claudio Foti, psicoterapeuta di Pinerolo coinvolto nell'inchiesta di Bibbiano. Lo descrive come responsabile di un "metodo" legato al suicidio di una bidella.
Foti viene assolto in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Il tribunale civile di Torino condanna la Lucarelli due volte: la prima per un articolo su Domani, venticinquemila euro di risarcimento più cinquemila di sanzione; la seconda per cinque articoli sul Fatto Quotidiano, sessantacinquemila euro di risarcimento più quindicimila di riparazione pecuniaria a suo carico esclusivo.
Il giudice scrive che "le frasi sono costruite volutamente al fine di screditare" e che Foti appariva "colpevole di fatti di cui egli è totalmente estraneo". A queste si aggiungono la condanna per diffamazione nei confronti della collega Sandra Amurri al tribunale di Fermo e quella, passata in giudicato, per la fake news su Alessia Mancini, concorrente di Miss Lazio definita transessuale perché alta un metro e ottantaquattro.
Il commento della Lucarelli sulle proprie condanne: "Mi fa sempre sorridere."
E poi c'è il caso Pedretti. Quello che li riassume tutti.
Nel gennaio 2024 Giovanna Pedretti, cinquantanove anni, ristoratrice di Sant'Angelo Lodigiano, pubblica la risposta a una recensione omofoba ricevuta online. La Lucarelli e Biagiarelli lanciano il debunking pubblico: il font della recensione non corrisponde allo standard di Google. Biagiarelli chiama la donna al telefono.
La Lucarelli scrive: "Marketing dei buoni sentimenti. Una persona inventa una storia usando disabili e gay per ottenere popolarità social."
Il 14 gennaio Giovanna Pedretti scompare. Il suo corpo viene trovato nelle acque del Lambro. La figlia scrive: "Grazie, signora, per aver massacrato mia mamma. Cerchi la prossima vittima."
La Procura di Lodi apre un fascicolo per istigazione e lo archivia escludendo responsabilità di terzi. Nessuna responsabilità penale. Ma il meccanismo mediatico, una volta innescato, non conosce archiviazione. Un anno dopo, a Verissimo, la Lucarelli dichiara che la ristoratrice le ha causato "un danno d'immagine". A marzo 2025: "Sono stalkerizzata da questa storia." Una donna è scomparsa nelle acque del Lambro. La Lucarelli è stalkerizzata.
Chi osa contestare questa sequenza di bersagli colpiti, condanne accumulate e scuse mai pronunciate riceve un'etichetta immediata: hater. La parola è il capolavoro retorico della Lucarelli, la chiave di volta dell'intera architettura. Ha scritto un podcast sul tema, "Abbiamo accettato l'odio online". Ha proposto l'identificazione obbligatoria degli anonimi. Ha teorizzato il fenomeno con la competenza di chi ne è la principale vittima. Il paradosso non potrebbe essere più perfetto: la persona che più di ogni altra in Italia costruisce campagne di indignazione di massa contro individui specifici si presenta come la principale vittima dell'odio online. Il piromane che protesta contro il fumo e le fiamme di un incendio che ha appiccato lui.
Nel vocabolario della Lucarelli non esiste la critica legittima. Non esiste il lettore che nota il pattern. Non esiste il giurista che conta le condanne. Esiste solo l'hater. La parola trasforma condotte ripetutamente sanzionate dai tribunali in giornalismo coraggioso e la critica a quelle condotte in squadrismo digitale. Chiunque contesti è un hater. Chiunque ricordi il Lambro è un hater. Chiunque citi una sentenza è un hater. Lo scudo è totale.
Resta la domanda che nessuno a Viale Mazzini sembra volersi porre.
La Rai è servizio pubblico. Servizio pubblico significa canone, soldi dei contribuenti, obbligo di codice etico che si estende a "collaboratori o consulenti, con qualsiasi tipologia di contratto o incarico e a qualsiasi titolo".
Il codice prevede "continenza espositiva" e "correttezza del linguaggio". Prevede clausole di risoluzione in caso di violazione.
La Lucarelli siede in giuria a Ballando con le Stelle dal 2016. Nove edizioni consecutive. Ogni stagione produce tre o quattro risse calcolate con i concorrenti che diventano titoli di giornale per settimane: Bova, Zanicchi, Costamagna, Madonia, D'Urso. Non è un effetto collaterale: è il prodotto. La Rai ha scoperto che la polemica permanente genera ascolti e ha deciso che gli ascolti valgono più della dignità del servizio pubblico.
Persino Peter Gomez, cofondatore e direttore dell'edizione online del Fatto Quotidiano, rifiutò per anni di far scrivere la Lucarelli sul sito. Lo spiegò pubblicamente in una lettera al Giornale nel 2017: "Ho a malincuore prudenzialmente preferito che la sua collaborazione non venisse estesa anche alla testata online da me diretta."
Per cinque anni la Lucarelli scrisse sul Fatto con contratto in esclusiva, ma solo sull'edizione cartacea. Mai un articolo sul sito, mai un'apparizione nelle produzioni di Loft. Un direttore di giornale la considerava un rischio editoriale.
C'è un ulteriore tassello. Nel maggio 2023 l'Ordine dei Giornalisti della Lombardia convoca la Lucarelli per un procedimento disciplinare. La risposta è immediata: domanda di cancellazione dall'albo. Sette esposti archiviati tra il 2020 e il 2022, poi un procedimento riaperto e la Lucarelli sceglie la via più rapida: uscire. Lo annuncia sui social: "Ho fatto immediata domanda di cancellazione dall'ordine, continuerò a scrivere da libera cittadina."
Da quel momento non è più soggetta alla giurisdizione disciplinare dell'Ordine né al codice deontologico dei giornalisti: nessun obbligo di rettifica, nessun vincolo di continenza, nessuna possibilità di sanzione disciplinare.
Sette mesi dopo scompare Giovanna Pedretti. Se la Lucarelli fosse stata ancora iscritta, l'Ordine avrebbe potuto esaminare la condotta tenuta in quella vicenda. Senza iscrizione, nessun procedimento possibile. I quotidiani che continuano a pubblicarla, il Fatto Quotidiano in testa, sono diretti da giornalisti che rispondono a quelle stesse regole. La Lucarelli no. Scrive sulle loro pagine, ma le regole valgono solo per chi la ospita.
Un direttore di giornale la considerava un rischio editoriale. Un'istituzione di categoria la convoca e lei se ne va.
La Rai, evidentemente, ha standard di prudenza inferiori a quelli di un giornale online e di un ordine professionale.
La domanda è semplice: una televisione di Stato può permettersi di tenere in palinsesto una persona condannata per diffamazione nei confronti dello psicologo Foti (due volte, per oltre centocinquemila euro complessivi tra risarcimenti e sanzioni), della collega Amurri, della concorrente di Miss Lazio Mancini, che commenta le proprie condanne dichiarando che le fanno sempre sorridere, che genera polemiche industriali con i concorrenti e che si serve della visibilità Rai per alimentare la propria macchina di monetizzazione privata? Ballando con le Stelle andava in onda dal 2005, undici anni prima dell'arrivo della Lucarelli. Non ne morirebbe. Si potrebbe benissimo rinunciare ai battibecchi da cortile e mostrare una schiena dritta.
Ma la Rai preferisce il battibecco alla schiena dritta. E con questa scelta dice al Paese qualcosa di molto preciso: le condanne non hanno conseguenze, la gogna è intrattenimento, l'impunità è un format televisivo.
Alla fine la verità è semplice e va cercata dove si cerca sempre: nei numeri. Non esiste alcun cavaliere bianco. Non esiste alcuna paladina della trasparenza. Esiste un'imprenditrice che ha trovato la ricetta perfetta per l'impunità: la gogna paga, i follower crescono, la newsletter incassa, la Rai copre, l'algoritmo protegge, i tribunali condannano ma il sistema assorbe le condanne come costi operativi. Ogni bersaglio presentato come colpevole diventa un investimento. Ogni shitstorm è un trimestre. Ogni condanna è una riga di bilancio già ammortizzata.
Il prezzo dell'impunità non lo paga mai chi ne beneficia. Lo pagano una ristoratrice scomparsa nel Lambro, un ragazzo al Rizzoli, uno psicologo assolto, una studentessa cancellata dai social, un comico che ha perso Sanremo. Il conto, prima o poi, si presenta sempre. Sarebbe opportuno che qualcuno a Viale Mazzini cominciasse a leggerlo.
Autore: Roberto Riccardi







