di Lucio Leante
Santo subito! Alessandro Calista dovrebbe essere subito beatificato. Da vivo. Parliamo del poliziotto che, sabato scorso a Torino, benché atterrato, bastonato e martellato da un branco di giovani criminali mascherati, non ha osato nemmeno tentare di ricorrere all’arma letale che aveva al fianco per difendere se stesso e lo Stato che rappresentava.
Egli avrebbe potuto anche restare ucciso dalla canaglia che lo picchiava selvaggiamente. Eppure non ha reagito. Egli si è comportato come un santo che ha preferito rischiare il martirio piuttosto che rispondere con la violenza. Quanti di noi avrebbero resistito alla tentazione? Non sono forse saliti all’onore degli altari tanti santi e martiti per avere agito nel suo stesso modo? Doveva morire per poter essere poi beatificato? I santi devono morire per essere martiri? A quanto pare sì.
Per sua fortuna Calista se l’è cavata fortunosamente, ma bisogna dire che “l’ha scampata bella”.
Ma egli non meriterebbe forse almeno un riconoscimento civile, una medaglia al valore?
Egli, non reagendo come poteva (e forse doveva) ha evitato non solo di ferire e forse anche di uccidere qualcuno di quei giovinastri. Incoscienti e brutali sì, ma, tuttavia, pur sempre cittadini ed esseri umani. Inoltre ha evitato all’intera Italia un inasprimento delle divisioni e del livello dello scontro politico in atto. Ci ha risparmiato una serie di ulteriori manifestazioni, qualche ferimento di giovani, forse anche un funerale con applausi e bandiere a lutto, seguito da ulteriori disordini e manifestazioni.
Calista è di fatto per tutto questo un eroe civile. Ma non avrà la medaglia che avrebbe avuto se fosse rimasto ucciso. Non avrà forse nemmeno un encomio solenne. E nemmeno un titolo di cavaliere della Repubblica. Calista doveva morire per avere un qualche riconoscimento civile? A quanto pare si. Sta infatti pagando la sua fortuna di non essere morto e di avere fortunosamente riportato solo lievi lesioni. Nel migliore dei casi gli si riserva l’indifferenza. In fondo - si dice - non ha fatto che il suo dovere. Nel peggiore dei casi sta ricevendo anche qualche calcio nel sedere per esempio dal quotidiano il Manifesto che ha descritto lui, sì lui, come l’aggressore di innocenti e pacifici manifestanti i quali avrebbero poi (giustamente) reagito picchiandolo.
Sembra a molti irrilevante e normale per molti il fatto che Calista mentre era a terra e veniva picchiato e martellato in balia dei suoi aggressori, avrebbe potuto (e forse anche dovuto), legittimamente estrarre la sua pistola d’ordinanza e forse anche sparare, ferire e - Dio non voglia - persino uccidere qualcuno dei suoi aggressori. Non bisogna tutti noi essergli grati per non averlo fatto con vantaggio e sollievo di tutti?
Sicuramente egli lo ha fatto anche per ragioni personali. In quei drammatici momenti deve avere pensato che era preferibile per lui restare passivo - rischiando anche di rimanere ucciso- piuttosto che affrontare il calvario mediatico-giudiziario che ne sarebbe seguito per lui e la sua famiglia. Ha preferito rischiare la morte fisica pur di evitare la morte civile, la gogna mediatico giudiziaria e la mostrificazione a cui sarebbe stato sottoposto nel caso avesse sparato e ferito o - Dio non voglia- ucciso qualcuno dei suoi aggressori. Sarebbe stato infatti subito certamente indagato per eccesso di legittima difesa e, in caso estremo, per omicidio volontario.
I magistrati e giornalisti si sarebbero chiesti pelosamente dalle loro comode poltrone e cattedre se davvero avesse reagito con “proporzionalità”. Non aveva forse un bastone, un martello o un martelletto a portata di mano? Le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche sarebbero state - come avviene solo in Italia- estese ad improprie insinuazioni sul suo carattere, la sua personalità, i suoi trascorsi, le sue amicizie e le sue parentele. Il nostro eroe avrebbe poi dovuto affrontare un lungo processo che sarebbe durato anni e che si sarebbe concluso probabilmente con una implacabile e insindacabile sentenza definitiva di condanna in nome del popolo italiano. Nel frattempo sarebbe stato probabilmente sospeso dal servizio e avrebbe dovuto pagarsi almeno in parte gli avvocati. La sua vita sarebbe stata sconvolta e distrutta.
A ben poco gli sarebbe servito il diritto naturale a difendersi. “Il diritto - diceva Franz Kafka- è una gran bella cosa, ma spesso non basta a sopravvivere”.
Egli deve avere anche calcolato correttamente le forze in campo e deve avere sentito la sua solitudine e la sua debolezza. Egli stava dalla parte sbagliata e più debole della barricata: era solo un agente delle forze dell’ordine, un povero rappresentante dello stato ufficiale e del governo legale e avrebbe dovuto sentirsi difeso dal diritto formale ed ufficiale. Ma quest’ultimo appare evanescente e mendico nei confronti del diritto materiale, quello affermato dal vero “potere forte” imperante in Italia. Quest’ultimo si incarna da tempo in un governo-ombra parallelo sostenuto da un potente establishment mediatico-giudiziario, finanziario, industriale e burocratico. Esso costituisce il vero establishment italiano. Quasi un occulto e infomale “stato-parallelo”.
A occhi attenti, non può sfuggire che l’ eroica e santa passività di Calista sia stata anche l’emblema della paralisi, della debolezza, della sconfitta e forse anche della scomparsa dello Stato di diritto ufficiale in Italia.
Egli, come gli altri suoi colleghi, aveva avuto l’ordine di non ricorrere in nessun caso alla sua pistola d’ordinanza. Egli stesso ha affermato di essere stato adeguatamente “addestrato” a non reagire praticamente mai e in nessun modo. Si sa benissimo che le disposizioni agli agenti in servizio di ordine pubblico nelle manifestazioni sono di non rispondere alle aggressioni dei manifestanti violenti, ma di subirle passivamente, di non fermarli o arrestarli, di fare solo cariche di alleggerimento e poi di ripiegare; e, infine di non circondare mai i violenti per arrestarli, ma di lasciare sempre loro una comoda via di fuga.
Un dirigente di un sindacato di polizia, durante un talk show su Rete quattro ha persino ammesso: “A Torino eravamo volutamente in pochi, circa mille agenti. Abbiamo voluto così perché se fossimo stati di più, i feriti tra gli sarebbero stati più numerosi di quei cento che abbiamo avuto”. Questo significa in chiaro che quegli agenti sono inviati alle manifestazioni in assetto puramente difensivo e quasi solo per fare da bersaglio, da sacchi da pugilato, ed hanno il solo compito di evitare evitare la conquista di edifici el territorio da parte dei violenti. Niente di più. Le forze dell’ordine hanno l’ordine di restare sulla difensiva certamente per evitare la spirale di sessantottesca memoria manifestazione- repressione e arresti-nuove manifestazioni al grido di “polizia fascista” e di “liberiamo i compagni arrestati”. Per questo non cadono nella trappola.
È quindi chiaro a chi vuole vedere, il significato complessivo della vicenda di Torino. Siamo in apparenza ad una tendenziale resa dello stato ufficiale davanti alla violenza di un paio di migliaia di antagonisti violenti che si sentono e sono di fatto in parte finora impunibili. Ma la vera forza antagonista che si contrappone allo stato è quella di un governo-ombra che li sostiene e li protegge. Esso è costituito in primo luogo da politici della sinistra che aderiscono o appoggiano manifestazioni di massa con obbiettivi e parole d’ordine, formalmente pacifiche, ma sostanzialmente illegalitarie ed eversive (come “riprendiamoci Askatasuna”) e che sanno benissimo che finiranno nella violenza. Ma non bisdogna sottovalutare il fatto che quei politici contano soprattutto sull’appoggio e le connivenze dell’establishment occulto, e soprattuitto dal noto circo mediatico-giudiziario.
Tutto ciò consente ai violenti antagonisti di raggiungere cortei di massa alla spicciolata, che consentono loro di mimetizzarsi tra la folla e di contare sull’impunità. La massa dei manifestanti e il circolo mediatico-giudiziario costituiscono il brodo di cultura della violenza nel quale i violenti nuotano e possono sguazzare. Ad un certo punto indossano le loro divise nere di battaglia e si mascherano con passamontagna occultati dai corpi e persino dagli ombrelli dei “non violenti”. E così mascherati partono all’attacco delle forze dell’ordine.
Le forze dell’ordine si auto-limitano alla difesa del territorio. Esse sanno già in partenza che le prenderanno. Cercano solo di limitare il numero dei feriti e l’entità dei danni. I dirigenti della sinistra sanno benissimo che la manifestazione “non violenta” culminerà in devastazioni e nella violenza ai danni degli agenti delle forze dell’ordine. Ma sanno anche che, protetti dal circo mediatico giudiziario, potranno sostenere di essere “sorpresi e sdegnati”, e potranno condannare a parole “senza se e senza ma” la violenza di “pochi delinquenti” da cui si dicono addirittura “danneggiati”. Si dicono poi scandalizzati e offesi dalle insinuazioni di “certa stampa” che li descrive come complici dei violenti. Soprattutto si dicono indignati e oltraggiati dalle “strumentalizzazioni” del governo di centro-destra. Uno stuolo di giornalisti amici nei grandi media mainstream italiani si incaricheranno di tenere loro bordone rendendo credibili le loro affermazioni.
Ma subito dopo riprendono a sostenere le ragioni degli antagonisti e dei centri sociali e preparano nuove manifestazioni contro le misure previste dal governo. Sanno benissimo che nelle nuove manifestazioni il gioco si ripeterà e che esse culmineranno ineluttabilmente in nuove violenze e devastazioni. Lo spettacolo della violenza deve continuare. Il gioco continua anche, se non soprattutto, grazie alla collaborazione di molti magistrati, che privilegiano di fatto le garanzie costituzionali dei cittadini-antagonisti sulle esigenze dell’ordine pubblico. In base a questa scelta essi nullificano sistematicamente i pochi fermi ed arresti che le forze dell’ordine compiono simbolicamente come minimo sindacale. Ma questo contribuisce a fornire ai violenti un senso di impunità che favorisce il reiterarsi delle violenze. Se il governo vuole fermare il gioco perverso del governo-ombra dovrebbe quindi anche limitare l’arbitrio dei magistrati nel mettere in libertà delinquenti conclamati.
Finora il gioco al massacro è riuscito e si è svolto finora senza morti. Ma potrebbe sfuggire di mano, come è avvenuto in un passato di cui molti non hanno memoria. Ne sa qualcosa, tra l’altro, il santo-poliziotto Calista che noi candidiamo se non alla beatificazione, almeno, ad una medaglia al valore civile. Il presidente Mattarella, in quanto capo dello Stato di diritto ufficiale, che è l’unico legittimo, potrebbe provvedere.







