Torino odia, la polizia non può sparare (ma avrebbe dovuto)
Parafrasando il celebre film "Milano odia: la polizia non può sparare", le immagini drammatiche arrivate da Torino raccontano una violenza brutale e soprattutto organizzata, esercitata contro un uomo in divisa circondato da una decina di aggressori, colpito perfino a martellate mentre è a terra.
Qui non siamo nel terreno scivoloso delle interpretazioni giuridiche ex post. Siamo perfettamente nella fattispecie tipica prevista dall’art. 53 del codice penale: uso legittimo delle armi per respingere una violenza. Non solo come legittima difesa individuale, ma come atto necessario all’adempimento del dovere, alla tutela dell’autorità dello Stato, alla salvaguardia dell’incolumità di chi la rappresenta.
Chiunque può immaginare i possibili effetti di una martellata alla schiena: una lesione midollare e una vita su una sedia a rotelle, cioè una condanna peggiore della morte. Non stiamo parlando di un rischio astratto, ma di una conseguenza concreta, immediata, irreversibile.
Eppure quel poliziotto non ha sparato.
Non solo perché fosse complicato in un contesto così convulso o perché la legge glielo impedisse, ma perché, probabilmente, la paura di un processo (penale e risarcitorio) ha prevalso sulla paura di restare paralizzato o di morire.
Qui il problema diventa politico e sociale, prima ancora che giuridico.
Chi lo aggrediva sapeva benissimo che, in Italia, l’agente avrebbe quasi certamente lasciato la pistola nella fondina. Gli assalitori sapevano di non correre alcun rischio fisico, consapevoli che l’arma più efficace non è il martello, ma la paura del poliziotto del prevedibile vortice giudiziario, disciplinare, mediatico e, non ultimo, psicologico e famigliare.
Questo è assolutamente inaccettabile perché quando imponiamo ai nostri difensori in divisa di affrontare la violenza organizzata a mani nude, non stiamo esercitando legalità o garantismo, ma ipocrisia. L’art. 53 c.p. esiste proprio per evitare queste situazioni e in certe circostanze non sparare non è virtù, ma forse addirittura omissione.
Nessuno invoca una “licenza di uccidere”, ma la forza pubblica dello Stato non può restare un concetto teorico. In situazioni come quelle di Torino, la polizia avrebbe potuto sparare e, a mio avviso, avrebbe dovuto.
Se non siamo disposti ad accettarlo, allora diciamo chiaramente che non vogliamo uno Stato che eserciti l’autorità. Vogliamo solo uomini in divisa esposti, processabili, sacrificabili e, quindi, la fine dell’ordine pubblico.







