testata3

OPINIONI

Sono solo terroristi

Sono solo terroristi

Chiamiamoli col loro nome. Non manifestanti, non antagonisti, non "frange violente". Terroristi.


A Torino un commando di delinquenti rossi ha tentato di uccidere un poliziotto. La manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, quella che i media di sinistra si sono affrettati a descrivere come "pacifica" e poi "degenerata", era in realtà un'operazione militare pianificata nei minimi dettagli. Non c'è stata nessuna degenerazione. C'è stato un agguato.
Da tutta Italia e da mezza Europa sono accorsi i solidali: anarchici, autonomi, black bloc, militanti dei centri sociali di ogni città. Ventimila persone in piazza secondo le questure, cinquantamila secondo gli organizzatori. In mezzo a loro, alcune centinaia di criminali armati di martelli, chiavi inglesi, bombe carta, razzi artigianali. Sapevano esattamente cosa fare.
Alessandro Calista, 29 anni, agente del Reparto Mobile di Padova, sposato, padre di un bambino, è stato accerchiato da cinque di questi incappucciati. Lo hanno buttato a terra. Lo hanno colpito a calci e pugni mentre tentava di proteggersi la testa. Poi uno di loro ha estratto un martello e lo ha abbattuto sulla coscia. Più volte. Gli altri usavano chiavi inglesi. "Sono vivo per miracolo", ha detto prima di essere portato in ospedale.
Chi esce di casa con un martello in tasca per andare a una manifestazione ha un solo obiettivo: ferire gravemente. O uccidere.

La premeditazione

La narrazione della "manifestazione degenerata" è una menzogna. Giorni prima del corteo circolavano sui social i manuali operativi: il "kit di sopravvivenza anti-gas", documento che nella storia di Torino ha sempre preceduto le giornate di violenza. Istruzioni dettagliate su come preparare lo zaino: limoni, antiacido per i lacrimogeni, garze, bende, ghiaccio secco per i colpi. In Toscana i collettivi organizzavano sessioni di boxe e kick-boxing presentate come "preparazione funzionale allo scontro". La campagna si chiamava "Come prepararsi alla piazza". I messaggi sui canali di Askatasuna annunciavano: "Il 31 ci prendiamo tutta la città".
Il ministro Zangrillo ha parlato di "organizzazione preventiva del conflitto". Il segretario dell'USIF ha ricordato che ogni volta che quel manuale è circolato, poi sono seguiti scontri durissimi: anni Novanta, 2009, 2011, pandemia.
Gli antagonisti si chiamavano tra loro con nomi in codice: Blu, Ugo, Kiwi, Mango. Hanno aspettato il buio per staccarsi dal corteo principale, così da non essere ripresi. Sapevano esattamente dove andare, cosa fare, come ritirarsi. Hanno lasciato sul selciato giacche e pantaloni impermeabili, buttati dopo la battaglia per non essere identificati. È tattica militare anti-identificazione, non rabbia sociale.
Lo Stato che si arrende
Il bilancio della giornata: undici agenti feriti, due blindati incendiati, una città devastata, una troupe della Rai aggredita. E un poliziotto che deve la vita solo all'intervento dei colleghi.
Com'è possibile che centinaia di delinquenti abbiano potuto attaccare per ore, ferire, incendiare e poi dileguarsi quasi tutti impuniti? La risposta sta nelle regole d'ingaggio delle nostre forze dell'ordine.
Dopo Genova 2001, la dottrina italiana dell'ordine pubblico si fonda su un principio non scritto ma ferreo: lasciare sempre la via di fuga ai violenti. Si chiama "dottrina del ponte d'oro". L'accerchiamento per arrestarli in massa è di fatto vietato: la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo considera il kettling una potenziale "privazione della libertà" e l'Italia applica una versione iper-garantista per evitare ricorsi e scandali. Le cariche servono solo ad "alleggerire", cioè a guadagnare spazio, non a catturare.
Il risultato è un elastico infinito: il violento attacca, la polizia avanza di dieci metri, il violento arretra sfruttando la via di fuga obbligatoria, la polizia si ferma, il violento torna alla carica. E quando tutto finisce, i criminali buttano i k-way neri, le maschere antigas, i caschi e si dileguano nella folla. L'intervento selettivo a posteriori è quasi impossibile: travisamento, cambi d'abito, fumo, confusione. È per questo che alla fine della giornata gli arrestati si contano sulle dita di due mani.
Alessandro Calista è la vittima di questa dottrina. Il suo reparto stava probabilmente "alleggerendo". Lui è rimasto isolato. E cinque delinquenti hanno avuto tutto il tempo di pestarlo con calma, sapendo che nessuno li avrebbe accerchiati.
Lo Stato ha rinunciato a reprimere. Ha scelto di gestire. Gestire significa accettare una quota di devastazione, una quota di agenti feriti, una quota di terrore. I numeri parlano: 273 agenti feriti nel 2024, con un incremento del 127,5% rispetto al 2023. Nei primi dieci mesi del 2025 sono già 325, in crescita del 52,6% sullo stesso periodo dell'anno precedente. Quasi seicento agenti feriti in meno di due anni. Questa è la "dottrina del ponte d'oro".

Anni di impunità

La verità è che questi terroristi devastano indisturbati da anni. E continuano a farlo perché c'è chi li giustifica e chi non li condanna a pene adeguate.
Askatasuna occupa abusivamente un edificio pubblico dal 1996. Ventinove anni. Nel gennaio 2024, invece di procedere allo sgombero, il sindaco PD Stefano Lo Russo ha riconosciuto lo stabile come "bene comune", avviando un percorso di cogestione. Ha legittimato l'occupazione abusiva. Ha trasformato l'illegalità in prassi amministrativa. Il patto è saltato solo dopo l'assalto alla redazione de La Stampa, nel novembre 2025. Solo allora, con le immagini dei giornalisti aggrediti che facevano il giro del Paese, il Comune ha dovuto prendere atto che quei "partner" erano delinquenti.
A marzo 2025 si è concluso il processo ai militanti di Askatasuna per anni di violenze ai cantieri della TAV e nelle strade di Torino. La Procura aveva documentato un'organizzazione strutturata. Chiedeva 88 anni di carcere complessivi e contestava l'associazione a delinquere a 16 imputati.
Risultato: associazione a delinquere, tutti assolti "perché il fatto non sussiste". Condanne per singoli episodi: da 5 mesi a 4 anni e 9 mesi. Buffetti. La società Telt, che gestisce la Torino-Lione, chiedeva un milione di euro di risarcimento per anni di assalti ai cantieri. Ha ottenuto 500 euro. Cinquecento euro.
Alla lettura della sentenza gli imputati hanno applaudito e intonato cori. Una di loro ha mostrato il dito medio alla pubblico ministero. Fuori dal tribunale hanno festeggiato con fumogeni. Il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Marco Grimaldi, presente in aula, ha parlato di "teorema infondato" e di "uso sproporzionato del diritto penale contro il dissenso".
Il dissenso. Chiamano dissenso anni di violenza organizzata, assalti ai cantieri, aggressioni alle forze dell'ordine. E adesso il tentato omicidio di un servitore dello Stato.

L'atomizzazione dell'impunità


Ecco il meccanismo perfetto: quando agiscono come branco, sparisce il branco. La magistratura processa le condotte individuali, mai la struttura che le rende possibili. Si riconoscono i nomi in codice, si documentano le intercettazioni, si provano anni di coordinamento, poi al dunque ognuno risponde solo del suo singolo calcio, del suo singolo sasso.
L'uomo col martello, se identificato, c’è da scommettere che risponderà di lesioni aggravate. Non di tentato omicidio in concorso con gli altri che immobilizzavano la vittima. Non di partecipazione a un'azione coordinata con finalità eversive. Del suo pezzettino. E gli altri quattro del loro pezzettino. Nessuno risponderà del linciaggio.

I silenzi complici

Elly Schlein ha definito le immagini "inqualificabili". Giuseppe Conte ha parlato di "violenza inaccettabile". Condanne formali, a cose fatte. Ma nessuna parola sulla tolleranza decennale verso questi gruppi. Nessuna autocritica su chi per anni ha coccolato, giustificato, protetto i centri sociali. Nessuna riflessione sul perché questi delinquenti si sentano così impuniti da tornare in piazza ogni volta più violenti.
Il ministro Crosetto ha detto la verità: "Questi non sono manifestanti. Non sono nemmeno delinquenti. Questi si comportano da nemici, da terroristi". Piantedosi ha parlato di "squadristi rossi" e di "movimento antagonista ormai chiaramente eversivo".
Parole nette. Ma le parole non bastano più.

La domanda

La Procura di Torino come qualificherà l'aggressione ad Alessandro Calista? Lesioni aggravate, il solito buffetto sulla guancia, oppure tentato omicidio?
Perché un martello sulla coscia di un uomo inerme, mentre altri lo immobilizzano con i calci, non è una lesione. È il tentativo deliberato di uccidere un rappresentante dello Stato. E se la risposta giudiziaria sarà ancora una volta inadeguata, il messaggio che passerà è devastante: in Italia si può organizzare la violenza, distribuire manuali operativi, allenarsi al combattimento, attaccare le forze dell'ordine con armi improprie e cavarsela con qualche mese di condanna.
Alessandro Calista ha rischiato la vita per difendere l'ordine pubblico. Merita che lo Stato faccia il suo dovere fino in fondo.
Terrorismo rosso. Tentato omicidio. Eversione.
Non "degenerazione di una manifestazione pacifica". Non "frange violente". Non "episodi isolati".
La verità, per una volta.

powered by social2s

RIFERIMENTI

ngn logo2

Testata totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione

Sostienici per dare una libera informazione

Donazione con Bonifico Bancario

TAGS POPOLARI

Info Nessun tag trovato.
Image
Image
Image
Image
Image
Image

Ricerca