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OPINIONI

L'Iran e l'Unione Economica Euroasiatica

L'Iran e l'Unione Economica Euroasiatica

di Marco Mizzau

Iran e Unione Economica Eurasiatica: perché Teheran punta sull’EEU per ridurre la vulnerabilità geopolitica.

Negli ultimi mesi l’Iran ha intensificato il proprio coinvolgimento con l’Unione Economica Eurasiatica (UEE), rafforzando accordi commerciali e coordinamento economico con Russia e Asia Centrale. Una dinamica spesso letta come risposta alle sanzioni occidentali, ma che in realtà riflette una strategia più profonda di riduzione della vulnerabilità sistemica in un ordine globale sempre più frammentato.

L’Iran non considera l’EEU un’alternativa ideologica all’Occidente né un progetto di integrazione profonda sul modello europeo. La considera una piattaforma di diversificazione strategica, utile a costruire ridondanza nelle catene di scambio, nei canali logistici e nei regimi normativi. In un sistema globale sempre più frammentato, l’obiettivo non è massimizzare l’efficienza, ma minimizzare la vulnerabilità.

L’EEU va compresa come un’architettura ibrida: formalmente economica e sostanzialmente geopolitica. Non nasce per ottimizzare la crescita, ma per stabilizzare uno spazio regionale in un contesto di competizione sistemica tra grandi poli di potere.

Gli Stati Uniti osservano l’EEU con realismo strategico. Washington non la considera un vero sfidante sistemico alle istituzioni occidentali, ma ne valuta attentamente l’impatto funzionale: la capacità di attenuare l’efficacia delle sanzioni, di creare circuiti economici parzialmente autonomi e di offrire agli attori coinvolti margini di manovra fuori dall’ecosistema dollaro-centrico. L’attenzione americana è quindi selettiva e focalizzata sugli effetti indiretti più che sulla struttura formale dell’Unione.

L’Unione Europea adotta un approccio prudente e istituzionale. L’EEU non è percepita come un antagonista diretto, ma come una fonte di incompatibilità regolatoria nello spazio di vicinato orientale. Dal punto di vista europeo, il rischio non è tanto economico quanto sistemico: la frammentazione degli standard e delle regole riduce la capacità dell’UE di proiettare stabilità normativa e di fungere da polo di attrazione. La relazione resta quindi ambigua, sospesa tra dialogo tecnico e distanza politica.

La Cina mantiene una posizione eminentemente pragmatica. Per Pechino, l’EEU non è né un rivale né un alleato strategico in senso stretto, ma un elemento dell’ecosistema eurasiatico con cui coordinarsi per evitare frizioni. Finché l’EEU non ostacola i corridoi logistici e industriali della Belt and Road Initiative, viene tollerata e, in alcuni casi, utilizzata come moltiplicatore di stabilità regionale. La Cina privilegia la flessibilità e la complementarità, evitando sovrapposizioni istituzionali rigide.

La Russia vede nell’EEU uno strumento di gestione del proprio spazio strategico. Più che un progetto di integrazione economica efficiente, l’EEU rappresenta una infrastruttura di coordinamento politico ed economico, utile a ridurre la volatilità geopolitica ai propri confini e a preservare una capacità di influenza in un contesto di pressione esterna. La logica russa è difensiva e sistemica, non espansiva in senso ideologico.

Israele, pur non essendo parte del perimetro eurasiatico, osserva con attenzione l’evoluzione dei legami tra Iran, Russia e Asia Centrale. Da una prospettiva strategica, ciò che conta non è l’EEU come tale, ma l’aumento della resilienza economica iraniana, che può tradursi in maggiore autonomia decisionale di Teheran. L’analisi israeliana resta quindi focalizzata sugli effetti di secondo livello, non sulla struttura istituzionale.

In questo quadro, l’Iran agisce come attore razionale di medio peso, impegnato a espandere i propri gradi di libertà senza legarsi in modo esclusivo a nessun polo.

L’EEU non è un centro di innovazione tecnologica avanzata, né un leader nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, per l’Iran il valore tecnologico dell’EEU risiede altrove: nella possibilità di operare in ambienti normativi meno ostili e meno integrati nei regimi di controllo occidentali.

In un contesto in cui dati, cloud, semiconduttori e piattaforme digitali sono sempre più soggetti a restrizioni geopolitiche, Teheran utilizza lo spazio eurasiatico come zona tampone. Qui è possibile sperimentare soluzioni tecnologiche intermedie, sistemi di pagamento digitali alternativi, infrastrutture IT regionali e standard meno stringenti. Non si tratta di colmare il gap tecnologico con le grandi potenze, ma di evitare il collasso funzionale in caso di ulteriore isolamento. L’EEU offre continuità operativa, non leadership tecnologica.

Dal punto di vista finanziario, l’EEU è un’area a bassa profondità di capitale, ma ad alta tolleranza geopolitica. Questo aspetto è centrale per l’Iran. L’obiettivo non è attrarre flussi finanziari globali, ma creare circuiti di scambio sufficientemente robusti da sostenere l’economia reale. Attraverso accordi preferenziali e meccanismi di compensazione, l’Iran può ridurre la dipendenza dal dollaro, utilizzare valute locali, aggirare colli di bottiglia assicurativi e logistici e stabilizzare alcune filiere critiche, in particolare energia, agroalimentare e manifattura di base. In termini sistemici, l’EEU funziona come ammortizzatore della volatilità: non elimina i rischi, ma li redistribuisce tra attori disposti ad assorbirli per ragioni politiche e strategiche.

Per l’investitore strategico, il rapporto Iran–EEU non è una narrativa di crescita lineare, ma una opzione geopolitica. I rendimenti potenziali sono limitati, ma il valore risiede nella capacità di operare in nicchie dove la concorrenza è ridotta e il premio per il rischio è elevato. I beneficiari sono settori legati a logistica regionale, infrastrutture, energia convenzionale, agribusiness e servizi di mitigazione del rischio politico. I modelli di business basati su piena integrazione finanziaria globale risultano invece strutturalmente svantaggiati. Nel lungo periodo, ciò che emerge è una economia parallela, non separata ma parzialmente scollegata, che riflette la frammentazione dell’ordine globale.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la dinamica Iran–EEU evidenzia una perdita relativa di centralità come snodo economico e normativo tra Mediterraneo ed Eurasia. L’Italia dispone di asset logistici e industriali rilevanti, ma la sua capacità di utilizzarli strategicamente è inevitabilmente vincolata da un quadro decisionale collettivo che privilegia coerenza normativa rispetto alla flessibilità geopolitica.

Il rischio per l’Europa non è l’espansione dell’EEU, ma l’incapacità di offrire architetture inclusive a Paesi che cercano accesso economico senza condizionalità politiche elevate.

L’interesse dell’Iran per l’Unione Economica Eurasiatica non rappresenta una scelta di campo, ma una strategia di sopravvivenza sistemica. Teheran non sta costruendo un nuovo centro di gravità; sta tessendo una rete di connessioni sufficienti a evitare l’isolamento totale.

L’EEU, con tutte le sue apparenti inefficienze, offre ciò che oggi conta di più in geopolitica: spazio di manovra. In un mondo frammentato, la resilienza vale più della crescita e l’opzionalità più dell’allineamento.

Questa è la logica che guida l’Iran, e che gli osservatori dovrebbero analizzare senza semplificazioni ideologiche.

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