Il 27 gennaio e una memoria della shoah archeologica e inutile contro i nuovi antisemiti
Nel Giorno della Memoria si celebra, ogni anno, un rito solenne e un po’ ipocrita. Depositiamo corone, pronunciamo discorsi, mostriamo fotografie in bianco e nero come si mostrano reliquie: con rispetto, ma senza più tremore. La Shoah è diventata un capitolo chiuso, un museo ben illuminato, un dovere scolastico. E intanto, fuori dai musei, l’odio ha cambiato giacca, ma non anima.
L’antisemitismo — conviene dirlo senza infingimenti — non si è suicidato il 30 aprile del ’45 insieme a Hitler. È sopravvissuto. Peggio: si è ringiovanito. Ha smesso l’uniforme bruna e ha indossato il pullover progressista, la kefiah terzomondista, la cravatta da salotto televisivo. Non grida più “Juden raus!”, ma sussurra “antisionismo”, parola elegante per dire, con minore pudore intellettuale, antiebraismo.
È questa la nostra vera sconfitta: aver creduto che la Memoria, intesa come contemplazione del passato, fosse sufficiente. Abbiamo pensato che bastasse guardare indietro per impedire di ricadere avanti. Errore capitale. Per un perverso rovesciamento psicologico, le nuove generazioni si sono innamorate proprio dei carnefici, riabilitati dalle categorie buoniste che noi stessi abbiamo messo loro a disposizione. I nazisti sono diventati personaggi tragici, “inermi prodotti del contesto”, mentre Israele — lo Stato nato dalle ceneri dei forni — viene oggi processato come entità razzista e genocida.
Il pogrom del 7 ottobre 2023 avrebbe dovuto svegliarci da questa sonnambula illusione. Non lo ha fatto abbastanza. Mille e duecento israeliani massacrati, stuprati, torturati, rapiti: non un’esplosione improvvisa di barbarie, ma il frutto maturo di decenni di indottrinamento antisemita, sistematico, metodico, non diverso — per sistematicità — da quello che preparò Auschwitz.
E qui entra in scena, con discrezione colpevole, l’industria della Memoria.
I musei della Shoah espongono con ammirevole accuratezza le vignette diffamatorie, i libelli, i film di propaganda. Mostrano come si costruisce l’odio, come si fabbrica il mostro, come si addestra una nazione al delitto. Ma li presentano come reperti archeologici: fossili di un’epoca morta. Il visitatore esce convinto che il male sia stato sepolto con le svastiche.
Il “mai più” è stato trasformato in una formula retroattiva: una promessa già mantenuta, non un impegno da rinnovare ogni giorno.
Eppure, proprio mentre nei memoriali si illustrano le menzogne del passato, fuori da quei muri le stesse menzogne tornano a circolare, con grafica aggiornata e slogan nuovi. Novembre 2023: il presidente d’Israele mostra alla BBC una copia araba del Mein Kampf trovata nella cameretta di un bambino a Gaza, in una casa civile usata come base terroristica. Shakespeare proibito, Hitler consentito. Non è una metafora: è un programma educativo.
Chi crede che questa sia un’anomalia folkloristica non ha capito nulla. La propaganda che ha condotto ai treni piombati non è mai stata sconfitta: si è semplicemente spostata di latitudine. Dai ministeri del Reich ai pulpiti islamisti, dai giornali di Goebbels ai libri di testo e a Il Manifesto; dalle radio di regime ai social network occidentali. Cambiano i megafoni, non i contenuti: complotto ebraico, demonizzazione, disumanizzazione.
Qui sta la colpa più grave dei custodi della Memoria: non aver insegnato la continuità del male. Aver reciso il filo che lega le caricature di Der Stürmer ai manifesti “proPal”, le teorie razziali ai talk show indignati, le parole d’ordine naziste ai sermoni trasmessi in streaming.
La Shoah non è stata un incidente della storia, ma il prodotto di una pedagogia dell’odio. Finché questa pedagogia sopravvive, Auschwitz non è chiuso: è solo in attesa.
I memoriali hanno oggi un dovere morale nuovo e scomodo: smettere di essere templi del passato e diventare specchi del presente. Tracciare linee dirette, senza ipocrisie, tra ieri e oggi. Mostrare che gli stereotipi sono gli stessi, che le menzogne sono riciclate, che il bersaglio è immutabile.
Perché il vero scandalo non è che l’antisemitismo esista ancora. È che riesca a presentarsi come virtù.
Solo quando il visitatore uscirà da quei luoghi con la consapevolezza che la battaglia non è finita, che le stesse idee circolano ancora drappeggiate di luoghi comuni che la sinistra cova nel suo seno dal suo primo vagito contro Israele colonialista e il suo mandante americano - è la posizione di Khamenei a ben vedere: "Il Piccolo e il Grande Satana" - che il “mai più” è una fatica quotidiana e non una lapide, allora — forse — la Memoria smetterà di essere celebrazione e tornerà ad essere ciò che dovrebbe: vigilanza.
Fino ad allora continueremo a commemorare i morti, mentre lasciamo educare i vivi all’odio. E questa, più di ogni negazionismo, è la nostra colpa moderna.







