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OPINIONI

La tecnologia non inventa i simboli

La tecnologia non inventa i simboli

La tecnologia non inventa simboli li prende in prestito

Dopo aver raccontato l’origine millenaria della parola avatar, https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/articoli-recenti/opinioni/27383-avatar-quando-la-tecnologia-ruba-le-parole-agli-dei.html , diventa inevitabile allargare lo sguardo, in quanto avatar non è un’eccezione ma il punto più visibile di un fenomeno molto più profondo. La tecnologia contemporanea non sta creando un nuovo mondo simbolico, lo sta costruendo riutilizzando simboli divini antichi, parole che l’umanità ha usato per millenni per spiegare il sacro, l’invisibile, l’ordine del cosmo.

Non è un dettaglio linguistico, è una scelta strutturale e il primo grande esempio è la rete. Internet viene descritta come network, ma il concetto di rete è antichissimo, nelle tradizioni orientali esiste la rete di Indra, una trama infinita in cui ogni nodo riflette tutti gli altri, dove nulla esiste da solo e tutto è in relazione. La rete digitale funziona nello stesso modo, ogni nodo ha senso solo perché connesso. La tecnologia non ha inventato l’interconnessione, l’ha solo resa tecnica. Poi c’è il cloud, oggi lo pronunciamo con naturalezza, ma la nube è da sempre simbolo del divino. Nella Bibbia Dio appare nella nube, non in forma corporea, la nube indica presenza senza materia, esistenza senza visibilità. Il cloud informatico riproduce esattamente questo schema, i dati esistono, ma non sappiamo dove siano; sono accessibili, ma non tangibili. È una trasposizione quasi perfetta del sacro nell’infrastruttura.

Il termine algoritmo, cuore dell’intelligenza artificiale, nasce dal padre dell’algebra il matematico dell’Uzbekistan al-Khwarizmi, che visse durante l'epoca d'oro del regime musulmano Abbaside a Baghdad, studiando presso la grande biblioteca “Casa della Saggezza", che conteneva la prima  collezione di libri accademici dopo la distruzione della Biblioteca di Alessandria. Ma il suo significato profondo è ancora più antico. L’idea che il mondo possa essere compreso attraverso regole nasce dalla convinzione che l’universo abbia un ordine. Calcolare, in origine, non era solo contare, era tentare di leggere la struttura del reale. Oggi l’algoritmo fa la stessa cosa, ma su scala industriale, traduce il comportamento umano in sequenze.

Nei sistemi informatici esistono i daemon, che sono processi che lavorano in background senza essere visti, e il nome non è casuale. Il daimon greco era una presenza invisibile che agiva tra il mondo umano e quello divino, non era buono né cattivo ma semplicemente operava. Esattamente come un processo automatico che lavora mentre noi non lo vediamo.

Il concetto di virtuale viene spesso confuso con irreale, virtuale deriva dal latino virtus, ciò che esiste in potenza. Aristotele distingueva tra ciò che è in atto e ciò che è in potenza. Il digitale vive proprio in questa zona: non è falso, è un potenziale continuo. Una realtà che può diventare attuale in ogni momento.

Anche la parola memoria non è neutra, nelle culture antiche la memoria non era un archivio, era identità. Ricordare significava essere. Oggi affidiamo la memoria alle macchine, come se l’identità potesse essere esternalizzata, salvata, recuperata. È uno spostamento antropologico enorme.

Il profilo digitale riprende il concetto di maschera. Nel teatro greco la persona era ciò che “risuonava attraverso” la maschera. Oggi il profilo parla al posto dell’individuo. Non siamo più solo ciò che siamo, ma ciò che appare di noi.

Persino il linguaggio della creazione è stato recuperato, le macchine non producono, generano, non replicano, creano. È un vocabolario che apparteneva al sacro e che ora viene applicato alla tecnica. Non per errore, ma per necessità simbolica.

Ed è qui che emerge il punto centrale.

La tecnologia non usa parole antiche per nostalgia le usa perché nessun linguaggio moderno sarebbe abbastanza potente da legittimare ciò che sta accadendo. Perché stiamo costruendo uno spazio in cui l’uomo è presente senza corpo, agisce senza essere fisicamente lì, delega decisioni, memoria, identità.

Per rendere tutto questo accettabile, serve un lessico che parli all’inconscio collettivo,  un linguaggio che l’umanità riconosce da sempre. Le parole millenarie funzionano perché evocano fiducia, profondità, destino.

Quando una civiltà smette di creare simboli propri e comincia a riutilizzare quelli antichi, significa che sta cercando legittimazione in qualcosa che la precede. Sta dicendo, senza dirlo, che ciò che sta nascendo ha bisogno di una giustificazione più grande della tecnica.

La tecnologia moderna non ha creato nuovi miti ha riattivato quelli antichi, svuotandoli del sacro mantenendone il grande potere. Quando parole nate per dare senso all’esistenza vengono trasferite nei codici, nei sistemi e negli schermi, non stiamo  innovando, stiamo ridefinendo cosa significa essere presenti, decidere, ricordare, esistere. Il rischio non è che la tecnologia diventi divina, è che l’uomo, senza accorgersene, accetti di ridursi a funzione.

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