di Paola Bergamo
Il 6 marzo 2022, su questo stesso giornale e sotto lo pseudonimo di Sibilla, scrissi un articolo dal titolo eloquente “Ucraina Guerre & Monete” a proposito dell’“Operazione Speciale” del Presidente Putin che avrebbe dovuto celermente porre fine al conflitto russo-ucraino in essere dal 2014 e che, in pochissimo tempo, complice la scelta di scellerate sanzioni con effetto boomerang della Ue, azzerava il nostro potenziale economico industriale . Il requiem definitivo fu il sabotaggio del Nord Stream: ogni qual volta si tocca l’interesse energetico e del dollaro, con riguardo alle transazioni petrolifere, di solito scoppia una guerra, viene eliminato questo e quel leader reo di voler de-dollarizzare e si assiste a un “regime change” il tutto ammantato nel nome della “democrazia”, ritenuta un “bene” esportabile dai “buoni” volto a migliorare il sistema in cui vivono i “cattivi”.
Una evidente semplificazione farsesca di come vanno le cose del mondo.
Guardando all’operazione americana in Venezuela, questa sì speciale e riuscitissima “blitzkrieg” vi è onestamente da chiedersi se la pretesa lotta alla dittatura nel nome della democrazia e lotta al narco traffico, certo una spina nel fianco americano e non solo, siano davvero il motivo per cui Trump abbia deciso di agire in Sudamerica, ribadendo agli altri players nello scacchiere mondiale, che quello è il suo “giardino di casa”.
Per comprendere meglio l’accadimento, la sua portata e rilevanza in questo tentato riordino del mondo con la forza delle armi- che si è sempre sostituita alla forza del diritto, bisogna ripartire da un accordo stipulato da Henry Kissinger con l'Arabia Saudita, correva l’anno 1974, espressione di quella “shuttle diplomacy”, post guerra del Kippur, con cui il grande statista americano faceva la spoletta, con visite lampo via aereo, nelle varie parti del mondo in fermento a tutela degli interessi americani. Gli Usa, in quella occasione, promisero supporto tecnologico all’Arabia Saudita in cambio di stabilità petrolifera (e indirettamente una distensione con Israele) creando una alleanza strategica Usa-Saudita basata su sicurezza in cambio produzione stabile di petrolio e l’assicurazione che tutte le transazioni petrolifere fossero fatte in dollaro da re-investire negli Usa. Un trattato che riguardava perciò la grande forza del petrodollaro e che legò Washington e Riad per decenni proprio sul binomio sicurezza-energia.
Quello che è accaduto con il blitz americano a Caracas e la conseguente esfiltrazione di Maduro (e della moglie) in vista di un cambio di regime, s’inquadra non solo in quella che appare una decisa spartizione delle proprie zone di influenza tra i leader più importanti del globo in un tentato riordino mondiale del caos imperante nello scacchiere mondiale ma, proprio per parte americana, stante la forza competitiva sempre più crescente dei BRICS, di mettere in sicurezza il dollaro.
Per gli Usa, la difesa del dollaro significa sopravvivenza del proprio sistema in cui dominio e forza sono pilastri irrinunciabili.
Allora, non la droga, non il terrorismo, non la democrazia, bene non esportabile ma sicuramente conquista politico sociale di popolo, sono le molle che hanno fatto scattare l’ “Operazione Caracas”, quanto piuttosto la necessità vitale di un intervento forte contro il Venezuela che ha tentato di porre fine ai 50 anni di dominio del sistema del petrodollaro che ha mantenuto l'America potenza economica dominante.
Il Venezuela ha 303 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate, cioè il più grande deposito della Terra. Si tratta di petrolio “pesante”, cioè una varietà di petrolio greggio, molto viscoso, le cui molecole di idrocarburi sono più grandi e pesanti e ne rendono necessaria una raffinazione molto più costosa e complessa del petrolio “leggero”. Il petrolio pesante è una fondamentale fonte di energia non rinnovabile, cruciale per trasporti, industria e elettricità, indispensabile allorquando si esaurissero le scorte del petrolio tradizionale. In Venezuela c’è più petrolio che nell'Arabia Saudita, rappresentando da solo il 20% dell'intero petrolio mondiale, quindi una scorta fondamentale per l’America che già detiene 35.230.000.000 di barili e rappresenta il 2,13% delle riserve petrolifere mondiali.
La parte che diventa fondamentale per leggere l’azione di Trump rimanda al fatto che il Venezuela si era messo attivamente a vendere il proprio petrolio in yuan cinesi e criptovalute anziché in dollari.
https://scenarieconomici.it/scacco-al-re-del-petrolio-perche-loperazione-in-venezuela-serve-a-salvare-il-petrodollaro-dallabbraccio-mortale-di-cina-e-cripto/
https://www.agenzianova.com/a/695b01748abf34.97355554/6875149/2026-01-04/venezuela-vanguardia-cina-da-un-anno-pagava-petrolio-in-yuan-e-criptovalute
Allora serve ricapitolare gli eventi: nel 2018, il Venezuela ha annunciato che si sarebbe "liberato dal dollaro". I venezuelani hanno iniziato ad accettare yuan, euro, rubli, qualsiasi valuta anche cripto, tranne i dollari per le transazioni del petrolio. Nell’agosto del 2024 i venezuelani hanno formalmente presentato richiesta per aderire al BRICS con l’intenzione di creare canali di pagamenti diretti con la Cina aggirando completamente lo SWIFT. Per decenni hanno avuto a disposizione petrolio a sufficienza per finanziare la de-dollarizzazione.
Ora l'intero sistema finanziario americano si basa, invece, sul petrodollaro.
L’accordo del 1974 siglato da Henry Kissinger, di cui sopra, creò e garantì, a suo tempo, una domanda artificiale di dollari in tutto il mondo.
Ogni paese sulla Terra deve poter avere dollari per acquistare petrolio.
Ciò consente e garantisce all'America di stampare denaro illimitatamente mentre gli altri paesi lavorano per ottenerlo.
Il dollaro è tutto per gli Usa: finanzia l'esercito, quel certo stato sociale che vi si può registrare, la spesa pubblica in deficit.
Si può dire che il petrodollaro è l’arma più potente di cui gli americani dispongano, molto più di missili e portaerei perchè serve a garantire l'egemonia degli Stati Uniti senza la quale essi non riuscirebbero a sopravvivere. Da qui si evince che tutti gli scontri in atto tra i grandi del mondo, sono “esistenziali”, parole che abbiamo sentito proferire da Putin, con riguardo all’Ucraina non diversamente da Trump per Venezuela ma pure Groenlandia, scenario in divenire.
C’è però uno schema che si ripete costante ogni qualvolta un paese e un leader sfidino gli Usa in tema di energia e moneta.
Richiamando quindi il mio articolo di quattro anni fa, è facile osservare che quando nel 2000 Saddam Hussein annunciò che l'Iraq avrebbe venduto il petrolio in euro anziché in dollari, scoppiò l’irreparabile.
Nel 2003 vi fu l’invasione dell’Iraq e assistemmo al suo cambio di regime. Il petrolio iracheno tornò immediatamente al dollaro. Saddam venne impiccato all’alba del 30 dicembre 2006 e l’azione militare fu giustificata, si diceva, per la presenza di armi letali contro l’umanità, rivelatasi cosa errata perché quelle armi non sono mai state trovate probabilmente perché, evidentemente, non sono mai esistite.
Alla stessa dinamica risponde la sorte di Mu’ammar Gheddafi.
Nel 2009 infatti, a Città del Capo, Gheddafi propose una valuta panafricana basata sull'oro, chiamata "dinaro d'oro", per il commercio del petrolio. Da alcune email trapelate da rapporti di Intelligence e sulle riserve d’oro dello stesso Gheddafi, è parso evidente che questo sia stato il motivo principale dell'intervento in Libia del 2011 in cui Gheddafi fu ucciso. Le conseguenze sono state una Libia profondamente destabilizzata seppur ricca di giacimenti di petrolio, registrando la presenza di Russi e Turchi in una spartizione di territori supportando fazioni opposte e si è venuto a creare pure un mercato di gente disperata, trattata da schiavi da far approdare, alla bisogna in Europa, destabilizzandola con la complicità della criminalità.
Nel 2022, precisamente il 26 settembre, si registrarono potenti esplosioni sottomarine nel Baltico. Saltò in aria una linea del Nord Stream 2, che avrebbe reso hub energetico europeo la Germania, legandola per sempre alla Russia. Quello stesso giorno vennero fatte saltare anche due linee sottomarine del Nord Stream 1. Una melina e sequela di notizie inattendibili accompagnarono l’accaduto per rendere fumosa la ricerca di mandanti e colpevoli, tenuto presente che, invece, nulla dovrebbe essere sfuggito ai potenti satelliti e alle tante boe sottomarine che tutto vedono e registrano. L’azione mise ko l’Europa a trazione tedesca che flirtava con Russia e Cina e quindi vittima designata del conflitto Russo-Ucraino gestito dall’amministrazione Biden.
E ora è toccato a Maduro che aveva nelle sue mani cinque volte più
petrolio di Saddam e Gheddafi messi insieme, con vendita attiva in yuan,
creazione di sistemi di pagamento con esclusione del dollaro, richiesta di adesione ai BRICS, collaborazione con Cina, Russia e Iran, i tre paesi leader nella de-dollarizzazione globale. Sono tutte concause che hanno determinato il blitz americano e il cambio di regime a Caracas, monito e serio avvertimento per tutti gli altri paesi del Sudamerica: “Trump fa sul serio!” ha detto Marco Rubio .
Stephen Miller, consigliere per la sicurezza interna degli Stati Uniti, ha detto che: "Il sudore, l'ingegno e la fatica americani hanno creato l'industria petrolifera in Venezuela. La sua tirannica espropriazione è stata il più grande furto di ricchezza e proprietà americana mai registrato."
Gli USA quindi hanno agito considerando che il petrolio venezuelano è loro perché le aziende statunitensi lo avevano sviluppato 1 secolo fa.
Secondo questa logica, ogni risorsa nazionalizzata nella storia potrebbe essere considerata un "furto".
Ma il problema è forse anche più profondo: il petrodollaro è evidentemente sotto scacco: la Russia vende petrolio in rubli e yuan; l'Arabia Saudita sta discutendo apertamente di accordi in yuan; l'Iran commercia da anni con valute diverse dal dollaro; la Cina ha creato il CIPS, propria alternativa allo SWIFT, con 4.800 banche in 185 paesi.
I BRICS stanno sviluppando sistemi di pagamento che bypassano il dollaro. Il progetto mBridge, (che vede attori Hong Kong, Tailandia, Cina, Emirati Arabi, Arabia Saudita), basato su tecnologia DLT (blockchain permissioned), consente alle banche centrali di regolare istantaneamente le transazioni in valute locali. L'adesione del Venezuela ai BRICS con 303 miliardi di barili di petrolio accelererebbe esponenzialmente tutto questo processo che metterebbe ko l’America.
L’ “Operazione Caracas” s’inquadra in questa situazione mentre meno attendibile è la questione della droga: il Venezuela produce meno dell'1% della cocaina degli Stati Uniti. Non è nemmeno questione di terrorismo: Maduro è sotto processo e vedremo se emergerà che gestisse un'"organizzazione terroristica". Non è nemmeno un problema di democrazia visto che gli Stati Uniti sostengono l'Arabia Saudita, che non ha certo elezioni.
Si tratta di mantenere un accordo vecchio di 50 anni che consente all'America di stampare moneta mentre il mondo lavora per ottenerla.
Non a caso Russia, Cina e Iran stanno denunciando la situazione venutasi a creare come una "aggressione armata" perché vi sono precisi ritorni economici: la Cina, che è il principale cliente di petrolio del Venezuela, sta perdendo miliardi. I BRICS stanno assistendo all'invasione di un paese che commercia al di fuori del dollaro.
Ogni nazione che stesse quindi prendendo in considerazione la de-dollarizzazione ha ricevuto un messaggio eloquente.
La domanda che mi pongo è se questo intervento freni o acceleri la de-dollarizzazione: ogni Paese del Sud del Mondo ha compreso cosa succede se si minaccia l'egemonia del dollaro e vedremo se i Brics si fermeranno o si muoveranno più velocemente.
Noi si è nel mezzo di una guerra mondiale che da anni perdura a macchia di leopardo, dopo il Venezuela, potremmo registrare una nuova e ulteriore escalation.
Trump, da Mar-a-Lago ha sigillato le cose dicendo che le compagnie petrolifere statunitensi sono già pronte a intervenire, "tornando in Venezuela" e il petrolio tornerà a circolare in dollari.
Allo stato delle cose gli Usa, quando si sentono in pericolo, non diversamente dalla Russia, con l’espansione a Est della Nato, operano militarmente. Ma che cosa succederà quando non fosse più possibile raggiungere il predominio del dollaro con la forza?
Quando la Cina avrà abbastanza influenza economica e militare per reagire? Quando i BRICS, che controllano il 40% del PIL mondiale, dicono che non opereranno mai più con il dollaro?
Al mondo è chiaro che gli Usa difendo il petrodollaro con le armi e questo appare un segno di forza ma potrebbe testimoniare invece un segno di debolezza, in una America che ha al suo interno un grave problema anche di tenuta sociale.
L'America ha comunque dato le carte, gergo che piace al Presidente Trump: è poker d’assi o un bluff? Il resto del mondo si arrenderà o dirà “vedo”?
Questa invasione rafforza gli Usa o è l'ammissione che il dollaro non può più competere per capacità economica ma solo attraverso la forza dissuasiva delle armi?
Ma bando all’ipocrisia di chi si straccia le vesti. Si deve far di conto con la realtà. E’ questo il tempo dove i rapporti di forza si difendono “manu militari” e ognuno blinda il proprio giardino, non a caso la Cina fa piroettare navi e aerei attorno a Taiwan, nel cui mare, guarda caso, c’è una marea di petrolio esattamente come Gaza abbonda di gas nel proprio mare.
E in corso una guerra in cui gli Imperi, tutti in crisi di sistema, per non morire, usano la forza. L’anno appena iniziato ha riguardato il Venezuela e
vedremo dove tutto ciò ci condurrà. In attesa degli sviluppi, Trump ha detto che la Groenlandia è questione esistenziale: la Ue ha mandato a rispondere che è giardino d’Europa, non è chiaro come lo difenderà...







