Cara sinistra, non vi ho lasciati io: siete stati voi a lasciare i diritti umani
Mi sono allontanato dalla sinistra senza fare rumore. Niente abiure pubbliche, niente conversioni spettacolari. Me ne sono andato per una ragione semplice, quasi banale: l’ipocrisia.
Il Venezuela è stato il punto di rottura. Non l’unico caso, ma quello in cui la distanza tra ciò che si diceva e ciò che accadeva è diventata impossibile da ignorare.
Parlo a voi, élite della sinistra. A voi che scrivete, spiegate, moralizzate. A voi che parlate di diritti con tono professorale e li usate come metro per giudicare il mondo. Il Venezuela era lì, sotto gli occhi di tutti. E voi avete scelto di non vederlo.
C’erano le repressioni, documentate. Dissidenti incarcerati, proteste soffocate, istituzioni svuotate. C’erano accuse gravi e circostanziate di coinvolgimento di settori dell’élite nel narcotraffico. C’erano milioni di persone in fuga da un Paese senza guerra, ma senza futuro. Tutto pubblico. Tutto verificabile. Tutto minimizzato.
Non servivano rivelazioni segrete. Bastava leggere i rapporti dell’ONU, delle ONG internazionali, il lavoro dei giornalisti sul campo. Bastava ascoltare chi scappava. Eppure, nel dibattito di una certa sinistra, il problema non era il regime: erano sempre “le sanzioni”, “il contesto”, “l’imperialismo”. Una spiegazione elegante per non guardare le vittime.
Il dissenso venezuelano ha avuto un destino curioso: esisteva, ma non abbastanza da meritare solidarietà. Arresti arbitrari? “Situazione complessa”. Prigionieri politici? “Non è tutto chiaro”. Milioni di profughi? “Effetti collaterali”. È la dissolvenza morale: non si nega il fatto, lo si rende irrilevante.
Poi c’è il capitolo che non si doveva toccare: il narcotraffico. Non slogan, ma inchieste giudiziarie, indagini internazionali, procedimenti aperti contro figure di primo piano. Il termine narco-Stato non nasce per propaganda, ma come categoria investigativa. Anche qui, però, il silenzio. Troppo scomodo per una narrazione che doveva restare intatta.
A fare da collante a tutto questo è stata una parola diventata passepartout morale: anti-imperialismo. Una parola importante, trasformata però in alibi universale. Se un regime era “contro gli Stati Uniti”, allora tutto il resto diventava negoziabile. I diritti umani, improvvisamente, non erano più universali: erano condizionali. Valevano sempre, tranne quando disturbavano lo schema.
Il Venezuela non è stato un’eccezione. È stato un precedente.
Cuba completa il quadro. Repressione del dissenso, partito unico, arresti politici. Tutto noto, tutto documentato. Per decenni, però, una parte della sinistra ha preferito raccontarla come un’eccezione storica, un simbolo da proteggere. L’embargo è diventato la spiegazione totale: un alibi che assolve il potere e cancella le vittime. Anche qui, i dissidenti sono stati ridotti a comparse, mai a persone.
E poi la Cina. Sorveglianza di massa, repressione del dissenso, Xinjiang, Hong Kong. Qui l’indignazione si è fatta prudente, tecnica, quasi timida. Non per amore della complessità, ma per convenienza. I diritti sacrificati sull’altare del mercato, mentre il silenzio veniva scambiato per realismo.
La Turchia ha seguito lo stesso copione: autoritarismo crescente, opposizione repressa, libertà ridotte. Troppo alleata per essere denunciata, troppo scomoda per essere difesa apertamente. Meglio non parlarne.
In Iran l’indignazione è arrivata a ondate. Forte, emotiva, mediatica. Poi è rifluita. I diritti come evento, non come principio. Utili finché fanno audience, sacrificabili quando diventano ingombranti.
Il punto non è che questi contesti siano identici. Il punto è che il meccanismo è lo stesso: i diritti umani usati come strumento politico, non come fondamento morale.
Lo si è visto chiaramente anche altrove. In Ucraina, giustamente, la sinistra ha riscoperto il valore della sovranità, del diritto internazionale, della difesa delle vittime. Nessun “ma”, nessuna giustificazione per l’aggressore. Quando ha voluto, ha saputo essere netta.
Poi Israele. E improvvisamente il diritto internazionale è diventato selettivo, i civili sono scomparsi dal quadro, il terrorismo è stato rimosso dalla scena, l’analisi si è ridotta a slogan. Non è una comparazione tra conflitti, ma tra coerenze. Stesso linguaggio, pesi diversi.
La cosa più inquietante, però, non è stata la difesa dei regimi o il silenzio sui fatti. È stata l’assenza delle persone. Popoli interi ridotti a statistiche, a flussi migratori, a dettagli sacrificabili. L’ideologia al posto dell’empatia. La coerenza di campo al posto della dignità umana.
È lì che qualcosa si è rotto definitivamente. Non perché la sinistra abbia sbagliato analisi - sbagliare è umano - ma perché ha smesso di porsi il problema morale. Perché ha scelto di proteggere narrazioni invece delle persone. Perché ha confuso il silenzio con la prudenza.
Quando questi regimi hanno iniziato a mostrare crepe evidenti, quando la realtà è diventata impossibile da nascondere, è arrivato lo stupore. Come se tutto fosse accaduto all’improvviso. Ma le prove erano lì. Da anni.
A questo punto la domanda non è polemica, è inevitabile: è stata cecità? Sordità? O una scelta consapevole? Perché ignorare sistematicamente le evidenze, relativizzare la repressione, giustificare l’ingiustificabile non è neutralità. È complicità passiva.
No, non me ne sono andato io. Non ho tradito i valori che mi avevano portato a guardare a sinistra. Siete stati voi ad allontanarvi da quei valori, lasciando i diritti umani fuori dalla porta quando non servivano più.
Parlare di diritti è facile.
Difenderli quando è scomodo è l’unica cosa che conta.







