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OPINIONI

VENEZUELA, 3 GENNAIO 2026, UN INIZIO CHE PROMETTE BENE

VENEZUELA, 3 GENNAIO 2026, UN INIZIO CHE PROMETTE BENE

di Giorgio Orio Stirpe

Buon Anno a tutti! (e per come è cominciato, promette bene…)

Troppo presto per un giudizio militare: si sa ancora troppo poco, almeno nel momento in cui sto scrivendo. Sembrerebbe però un’”Operazione Militare Speciale” concepita, organizzata e condotta in maniera professionale, a differenza di altre: in meno di sei ore le forze armate americane hanno fatto ciò che l’armata russa voleva fare in sei giorni e che non riuscirà a fare in sei anni… Decapitare il nemico prescelto.

In queste ore tutti stanno scrivendo, compresi molti che sono addentro ai problemi sudamericani più di me, quindi io mi vorrei concentrare su un punto specifico: l’obiettivo reale dell’azione voluta da Trump, il POTUS che si dichiara anti-interventista e aspira al Nobel per la Pace.

A differenza di Putin, Trump agisce (ancora) in un contesto di vincoli costituzionali, al di fuori dei quali rischia seriamente che il suo apparato militare si rifiuti di obbedirgli. La fronda all’interno delle Forze Armate dopo il disprezzo da lui dimostrato alle alleanze storiche e alle procedure consolidate dell’America – fronda esemplificata dal comportamento volutamente dimesso delle truppe durante la famigerata parata di Washington e dei Quadri di Comando durante l’”adunata” di Hegseth – è ormai evidente anche all’Amministrazione, e richiede ormai una gestione attenta ed oculata dell’autorità del Commander-in-Chief.

Innanzitutto, Trump ha capito di non poter usare la forza militare indistintamente contro chiunque: i suoi militari non sono un esercito personale, ma che gli piaccia o no sono ancora soldati di una democrazia, e non agiranno in contrasto completo con la Costituzione e con il Congresso. Il nemico prescelto deve quindi essere “sentito” come tale dai militari, e questo non sarebbe possibile (almeno per ora) se l’obiettivo prescelto fosse la Groenlandia o peggio ancora il Canada: il rifiuto di obbedienza generalizzato diventerebbe una probabilità elevata e un rischio inaccettabile. Un regime palesemente ostile tanto alla visione Democratica che a quella Neocon come quello venezuelano, che ha forzato in esilio quasi un terzo della sua popolazione e che si allinea ai nemici storici come Russia, Cina, Cuba e Iran, appare molto più “gradito” ai vertici militari, e scatenare la potenza americana contro un tale obiettivo, specialmente se con modalità chirurgiche, può essere visto dall’Amministrazione come un modo di ingraziarsi nuovamente tali vertici senza alienare troppo la base isolazionista del MAGA.

In secondo luogo, nemmeno una Corte Suprema malleabile e ultra-conservatrice come quella attuale potrebbe avallare un’aggressione armata non validata dal Congresso: la Costituzione è troppo netta in merito. Trump ha quindi modellato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una attinente alla sicurezza interna. Maduro non è un bersaglio in quanto Capo di Stato di un Paese ostile, ma in quanto leader di un’organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga sul territorio americano: non è un nemico da sconfiggere, ma un criminale da arrestare e processare, e l’operazione militare che ha portato alla sua cattura verrà dipinta e venduta come un’azione contro la criminalità organizzata. Questo, per la legge americana e quindi per la Corte Suprema risulterà accettabile, e anche per il Congresso finirà con l’essere difficile criticare l’iniziativa presidenziale: per i Democratici ci saranno pochi appigli, per i Repubblicani Neocon sarà stato abbattuto un tiranno, e per i Repubblicani MAGA sarà stato colpito il narcotraffico.

Dal punto di vista di Trump, quindi, sono stati raggiunti diversi risultati: decapitazione di un regime ostile, colpo spettacolare al traffico di droga (non importa se reale o solo apparente, visto che il fentanyl non  passava per il Venezuela), sfoggio di capacità militare, lustro al suo prestigio personale, ricompattamento all’interno del Partito Repubblicano, schiaffo a quello Democratico, e magari anche occasione di riavvicinamento con i vertici militari insoddisfatti.

Insomma: più un’azione di politica interna che estera.

 *

Di fatto, siamo di fronte ad un clamoroso esempio di Guerra Ibrida di successo, ma condotta da parte americana.

Il fatto poi che Trump conduca un’azione simile, che implica il suo proiettare la propria politica interna nell’arena latino-americana, è uno schiaffo al Diritto Internazionale così violento da rappresentare in buona misura un vero e proprio “assist” a Putin, pur avendo di fatto rimosso un suo alleato. Un alleato peraltro del tutto inutile e comunque indifendibile.

La fine del potere di Maduro è di per sé un’ottima notizia per il Venezuela e per la Democrazia in generale. Il modo in cui ci si è giunti però è una notizia pessima.

Fra l’altro, non è affatto detto che la decapitazione del regime porti alla sua fine: la Vice-Presidente è rimasta al suo posto, e così il resto del Governo e delle Forze Armate Bolivariane, e la Machado è sempre in esilio. Di fatto, tutti gli aspetti negativi di questa azione sono certi, mentre quelli positivi sono ancora tutti da vedere e dimostrare.

Se a questa azione chirurgica militarmente ineccepibile seguiranno l’abbattimento più indolore possibile del regime e la sua sostituzione con un Governo democratico, e se Maduro verrà poi riconsegnato ai venezuelani per essere regolarmente processato da loro per le sue violazioni e per i suoi crimini contro il loro popolo, questa “Operazione Militare Speciale” potrà essere ricordata come un passaggio doloroso ma positivo per la Democrazia.

Ma se la situazione sarà lasciata a incancrenire così com’è, e Maduro sarà semplicemente processato in America per spaccio di droga in completo spregio al Diritto Internazionale, sarà solo un’altra pagina nera nella storia americana.

Questa volta non riesco ad essere ottimista. Trump oggi ha picchiato un piccolo spacciatore, e questo potrebbe anche farci piacere… Ma la prossima volta potrebbe anche toccare a noi.

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