Il tempo rovesciato, perché l’Occidente ha ancora bisogno del Carnevale
Il Carnevale, nella sua forma più autentica, non è mai stato una semplice sospensione dell’ordine, ma un dispositivo simbolico complesso, un tempo rituale in cui la società si osserva allo specchio mentre si rovescia. Ridurlo a festa folkloristica significa perderne la profondità storica e iniziatica. Fin dalle civiltà arcaiche, il Carnevale appare come un momento di soglia, collocato tra due stati dell’essere, ciò che è stato e ciò che deve ancora accadere.
Nell’antico Egitto, il ciclo rituale legato a Iside prevedeva processioni fluviali chiamate la “nave di Iside”, celebrazioni in cui la divinità attraversava il mondo dei vivi per ristabilire un ordine cosmico temporaneamente sospeso. Il passaggio sull’acqua non era casuale, ogni attraversamento indicava un confine, ogni festa un varco. Il Carnevale nasce già qui come navigazione simbolica, come attraversamento del caos prima del ritorno alla forma. Roma eredita e radicalizza questo principio con i festeggiamenti dei Saturnali, giorni in cui le gerarchie vengono capovolte, gli schiavi parlano come uomini liberi, i padroni ascoltano. Non è anarchia, ma messa in scena del disordine, perché solo rappresentando il caos è possibile riaffermare l’ordine. La risata, in questo contesto non è evasione ma strumento politico e cosmico insieme.
Nel Medioevo cristiano questa tensione non scompare, si traveste. Accanto alla teologia ufficiale si sviluppa una cultura del rovesciamento, spesso irrisa ma mai davvero estirpata. È qui che emerge la vera Goliardia, non come licenza volgare, ma come forma di conoscenza. Pietro Abelardo ne è una figura emblematica, filosofo, maestro, scandaloso non per eccesso morale ma per eccesso di intelligenza. Attorno a lui, studenti e chierici che ridono, cantano, fanno una parodia dell’autorità, non certo per distruggerla, ma per smascherarne le rigidità. In quella risata vive un sapere che non si lascia addomesticare, perché chi ride comprende il limite di ogni sistema chiuso. La Goliardia medievale non è fuga dalla conoscenza ma è il suo lato più pericoloso e vitale.
Non è un caso che la letteratura nel tempo assorba questa energia. Nella Divina Commedia, proprio nell’Inferno, Dante introduce figure demoniache dai tratti apertamente comici. Alichino, diavolo goffo e irruente, appartiene a una tradizione che conosce bene il potere del riso come smascheramento. Da quel nome, attraverso stratificazioni popolari e teatrali, nascerà Arlecchino, maschera ambigua, servo e imbroglione, figura di passaggio che vive tra obbedienza e inganno. Il Carnevale medievale non nega l’Inferno, lo addomestica, lo rende intelligibile, lo mette in scena. La tensione esplode nel Rinascimento, a Firenze, con il rogo delle vanità voluto da Savonarola proprio nel periodo del Carnevale. La maschera viene percepita come una minaccia, come disordine morale da estirpare. Eppure, anche nel tentativo di cancellarla, se ne riconosce implicitamente la forza. Bruciare le maschere significa ammettere che esse contengono una verità insopportabile, l’ordine non è naturale deve essere continuamente imposto.
La lotta tra Carnevale e Quaresima di Bruegel il Vecchio, un quadro che riesce a spiegare bene la dualità che ordina il mondo, e che spiega come la struttura della realtà si manifesti attraverso coppie di opposti, assume un valore che va oltre la rappresentazione di una tradizione popolare. Dipinto in un’Europa lacerata dallo scontro tra cattolici e protestanti, il quadro mette in scena due visioni del mondo apparentemente inconciliabili, da un lato l’eccesso, il corpo, la materia; dall’altro l’ascesi, la disciplina, il controllo. Nessuna delle due vince. Bruegel non moralizza, osserva. E nel farlo anticipa una modernità in cui il conflitto non si risolve, ma si amministra, esattamente come l’epoca presente che stiamo vivendo. Il numero quaranta, che accompagna la Quaresima, non è una semplice durata liturgica. Quaranta è il tempo dell’attesa, della prova, della traversata, i giorni nel deserto, il diluvio, la purificazione. Il Carnevale precede questo tempo perché ne è la soglia. Senza eccesso non c’è rinuncia autentica, senza caos non esiste rigenerazione. Ogni civiltà che ha tentato di eliminare questo passaggio ha prodotto solo repressione o esplosioni incontrollate. Nel Novecento, l’eredità del Carnevale riemerge in forma surreale, in Joan Miró la maschera non ride più si frantuma. Le figure si dissolvono, i corpi diventano segni, il Carnevale perde il calendario e diventa stato permanente della coscienza moderna. Non c’è più un tempo stabilito per l’inversione, l’inquietudine diventa continua e l’identità instabile. Rileggere il Carnevale oggi significa riconoscere che non è una festa minore, ma un archetipo persistente. In un’epoca che pretende controllo totale e trasparenza assoluta, il Carnevale ricorda che ogni ordine ha bisogno di una zona d’ombra per sopravvivere. Non è una fuga dalla realtà, ma il suo momento di verità. Chi lo liquida come folklore non ne coglie la funzione, il Carnevale non distrae, rivela. E ciò che rivela, spesso, è ciò che una società preferirebbe non vedere.







