Quando il destino divenne numero, Cardano e l’origine dell’incertezza moderna
Gerolamo Cardano è una di quelle figure che la storia della conoscenza non è mai riuscita a collocare in un’unica disciplina. Medico, matematico, filosofo, astrologo, uomo inquieto e visionario, appartiene a quel Rinascimento in cui il sapere non era ancora diviso in compartimenti, ma attraversava la mente come un’unica corrente. Nato nel 1501, Cardano visse in un’epoca in cui il mondo era ancora governato dall’idea di destino. Fu tra i primi, forse il primo, a tentare qualcosa di radicale, comprendere l’incertezza.
Non lo fece per astratta speculazione, ma per esperienza diretta. Cardano era un giocatore d’azzardo. Frequentava taverne, osservava il lancio dei dadi, annotava. Fu proprio in quel gesto ripetuto, apparentemente dominato dalla fortuna, che intuì una verità nuova, il caso non è puro caos, ma una struttura nascosta che può essere analizzata. Da questa intuizione nacque de “Liber de ludo aleae”, un trattato sul gioco dei dadi, scritto nel 1564 e pubblicato quasi cento anni dopo, nel 1663. È il primo trattato sistematico sul calcolo delle probabilità della storia occidentale.
In quelle pagine Cardano analizza i dadi non come strumenti di sorte, ma come oggetti governati da combinazioni, introducendo il rapporto tra eventi possibili ed eventi favorevoli, smascherando le illusioni del giocatore. Cardano mostra che la fortuna obbedisce a leggi numeriche, inconsapevolmente stava aprendo una frattura irreversibile nel pensiero europeo, il destino smetteva di essere esclusivamente volontà divina e diventava oggetto di osservazione razionale.
La sua vita fu costantemente sospesa su un n filo invisibile tra scienza e magia, tra fede e ragione, tra calcolo e astrologia. Pagò un prezzo altissimo per questa posizione intermedia, conobbe la solitudine, il sospetto, la tragedia personale, fino alla condanna del figlio. Come spesso accade a chi tenta di comprendere il caso, Cardano visse una vita segnata dall’instabilità che egli stesso aveva osato studiare.
La sua opera circolò ampiamente in Europa e in Inghilterra, dove il suo nome era noto negli ambienti colti dell’età elisabettiana. Ed è qui che nasce una delle suggestioni più affascinanti della storia intellettuale occidentale. Nell’Amleto di Shakespeare, Polonio chiede al principe cosa stia leggendo. Amleto risponde semplicemente: parole, parole, parole. Il drammaturgo non indica mai il titolo del libro, ma da secoli gli studiosi di Shakespeare si interrogano su quel dettaglio. Non esistono prove storiche, ma alcuni hanno ipotizzato che potesse trattarsi di un testo di Cardano, forse il De propria vita liber, il Libro della mia vita, opera sorprendentemente moderna in cui l’autore racconta se stesso senza difese, tra ossessioni, destino, errore e conoscenza.
Non è un dato dimostrabile, ma la risonanza simbolica è potente. Amleto è il personaggio dell’indeterminazione, l’uomo che pensa fino a paralizzarsi, sospeso tra azione e dubbio. Leggere Cardano, per lui, sarebbe stato perfettamente coerente. Entrambi abitano lo stesso spazio mentale quello in cui il mondo non è più governato da certezze, ma da possibilità.
Secoli dopo, un’altra figura avrebbe riportato il caso al centro della riflessione umana. Albert Einstein, nel momento in cui la fisica classica stava cedendo il passo alla fisica quantistica, pronunciò la celebre frase secondo cui Dio non gioca a dadi, lo fece da Princeton dove insegnava e proprio nella biblioteca dell’università si trovava il libro di Cardano. Per Einstein era il rifiuto di accettare che l’indeterminazione potesse essere una legge fondamentale della realtà. Nel tempo sarà proprio la fisica quantistica a dimostrare che, nel livello più profondo dell’universo, gli eventi non seguono traiettorie certe, ma distribuzioni di probabilità.
È singolare notare come uno dei principali centri di studio della fisica moderna, Princeton, custodisca oggi anche testi legati alla riflessione sul gioco e sulla probabilità. Come se la storia del pensiero avesse disegnato un cerchio invisibile tra l’uomo che per primo aveva osservato il caso lanciando dadi su un tavolo e lo scienziato che, quattro secoli dopo, faticava ad accettarne le conseguenze ultime.
Cardano non fu un precursore tecnico della fisica quantistica, e sarebbe scorretto affermarlo. Ma fu qualcosa di forse più profondo il primo a guardare l’incertezza senza paura. A sottrarla al mito e a restituirla al pensiero. A intuire che il caso non è l’opposto della ragione, ma una delle sue forme più complesse.
In un mondo che oggi vive di probabilità, modelli predittivi, algoritmi e indeterminazione quantistica, la sua figura torna a parlare con forza. Non come matematico soltanto, ma come archetipo. Cardano rappresenta il momento in cui l’uomo smette di interrogare il cielo e inizia a osservare la realtà per comprenderne le possibilità.
Forse la scienza moderna è nata anche così, dal rumore dei dadi che rotolano su un tavolo del Cinquecento, prima di fermarsi.







