Dopo Davos il mondo senza regole e l’India come laboratorio del multipolarismo
Negli ultimi mesi stiamo percependo con chiarezza che il sistema internazionale stia attraversando una fase storica. Rafforza questa percezione la lettera del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres indirizzata agli Stati membri, nella quale ha scritto un avvertimento che va ben oltre la dimensione amministrativa: “L’Organizzazione si trova esposta a un rischio concreto di collasso finanziario, determinato dal mancato rispetto degli obblighi contributivi da parte di numerosi Paesi”. La carenza di risorse sta trasformando il problema dei bilanci in una vulnerabilità strutturale, tale da mettere in discussione la capacità stessa dell’Onu di svolgere le proprie funzioni. Il segretario generale non ha potuto fare altro che mettere gli Stati di fronte a una scelta precisa, onorare pienamente e tempestivamente i pagamenti dovuti, oppure avviare una revisione profonda delle regole finanziarie che governano l’organizzazione. Nel suo appello non vengono indicati dei responsabili diretti, ma il contesto internazionale rende evidente il riferimento alla decisione degli Stati Uniti di ridurre i finanziamenti a decine di organismi multilaterali, molti dei quali collegati al sistema ONU. Una scelta accompagnata dalla promozione di una nuova architettura alternativa come il Board of Peace, alla quale Washington avrebbe chiesto l’adesione di altri Paesi attraverso contributi economici fissi di entità molto elevata.
Una dinamica che ha suscitato anche molte critiche, perché il rischio è trasformare la cooperazione internazionale in un sistema selettivo, in cui l’accesso ai processi decisionali dipende dalla capacità di pagamento più che da principi condivisi.
L’allarme lanciato da Guterres non riguarda dunque soltanto la tenuta dei conti dell’ONU, ma il futuro stesso del multilateralismo. In gioco non vi è solo la stabilità finanziaria dell’organizzazione, ma la sopravvivenza di uno spazio comune di mediazione globale, oggi sempre più indebolito da nuove forme di potere che tendono a muoversi al di fuori delle istituzioni nate nel secondo dopoguerra.
Non si tratta più di una crisi temporanea dell’ordine globale, ma della sua progressiva dissoluzione. In questo passaggio, alcuni luoghi simbolici assumono un maggiore valore che va oltre l’agenda ufficiale degli incontri. Davos e Nuova Delhi non rappresentano semplicemente due forum internazionali, ma due momenti diversi della stessa trasformazione, la fine di un mondo e il tentativo di organizzare ciò che viene dopo.
Il Forum di Davos di gennaio 2026 ha reso evidente la perdita di centralità dell’ordine basato sulle regole. Nato nel 1971 insieme alla globalizzazione economica occidentale, Davos era il luogo in cui si consolidava l’idea che mercati aperti, integrazione finanziaria e cooperazione multilaterale potessero garantire stabilità politica. Ma a gennaio è emersa una consapevolezza opposta, l’interdipendenza non produce più sicurezza, ma vulnerabilità, la finanza non è neutrale, le catene di approvvigionamento sono diventate strumenti di pressione strategica. Ed ecco che il discorso di Mark Carney, che ha dato voce alla parola “frattura”, si sta affacciando, si svela nelle sue parole che la transizione ordinata sta scomparendo in una rottura strutturale. Non è più possibile fingere che le regole funzionino allo stesso modo per tutti. La competizione tra potenze è tornata a essere il linguaggio dominante, mentre le istituzioni multilaterali mostrano limiti crescenti nel prevenire conflitti e nel governare crisi sistemiche.Tra pochi giorni , precisamente il 13 e 14 febbraio ci sarà il Global Business Summit di Nuova Delhi che si colloca in uno spazio completamente diverso. Non nasce per difendere l’ordine precedente, né per proclamarne uno nuovo. Nasce per affrontare un mondo già frammentato, accettando il multipolarismo come dato di fatto. Ed è proprio questa consapevolezza a orientarne le priorità strategiche.
Il forum indiano si concentrerà su alcuni punti centrali che riflettono la nuova geografia del potere globale. Il primo riguarda la governance economica in un contesto di frammentazione, l’attenzione non sarà più rivolta alla liberalizzazione universale, ma alla capacità dei sistemi nazionali e regionali. Supply chain, sicurezza industriale, autonomia tecnologica e protezione delle infrastrutture critiche costituiranno il cuore del dibattito.
Un secondo punto fondamentale sarà quello energetico, il Summit porrà particolare enfasi sulle rotte dell’energia, sulla transizione sostenibile e sul controllo delle materie prime critiche. L’India si propone come nodo alternativo tra Medio Oriente, Africa e Indo-Pacifico, in un momento in cui l’energia non è più solo una questione economica, ma una leva geopolitica capace di ridefinire alleanze e dipendenze. Ampio spazio verrà dedicato alla tecnologia strategica, Intelligenza artificiale, cybersicurezza, semiconduttori e infrastrutture digitali saranno affrontati non come settori innovativi, ma come veri e propri domini di potere. Il tema centrale non sarà chi innova di più, ma chi controlla i flussi di dati, gli standard tecnologici e le piattaforme su cui si costruisce l’economia del futuro. Dal punto di vista geografico, il forum di Nuova Delhi concentrerà l’attenzione su alcune aree chiave. L’Indo-Pacifico resterà il baricentro assoluto, inteso non solo come spazio militare ma come corridoio commerciale vitale da cui transita la maggior parte del commercio mondiale. La sicurezza marittima, la libertà di navigazione e la protezione delle rotte saranno temi centrali. Particolare attenzione sarà rivolta anche al Medio Oriente, non più soltanto come regione energetica, ma come snodo tra Asia, Europa e Africa. L’India guarda a quest’area come a un partner strategico per infrastrutture, investimenti e stabilità regionale, soprattutto in un contesto segnato dalle tensioni con l’Iran e dalla fragilità del Mar Rosso. Un altro fronte chiave sarà l’Africa, vista come spazio decisivo della competizione futura. Non come continente periferico, ma come riserva demografica, energetica e mineraria di questo secolo. Il Summit affronterà il tema degli investimenti, dei corridoi logistici e del ruolo africano nella ridefinizione delle catene globali del valore. l’Europa sarà presente come attore in piena trasformazione, il dialogo con l’Unione Europea, rafforzato dall’accordo strategico su sicurezza e difesa, rappresenta per l’India un modo per costruire partenariati alternativi alla logica dei blocchi rigidi. Per Bruxelles, invece, Nuova Delhi diventa uno spazio attraverso cui riaffermare una presenza geopolitica nell’indo-pacifico.
Se Davos ha mostrato la fine della fiducia nell’ordine globale così come lo abbiamo conosciuto, Nuova Delhi tenta di costruire una nuova sfera per la convivenza nel disordine mondiale. Non è certo un nuovo universalismo, ma più la ricerca di un equilibrio pragmatico tra interessi, aree e funzioni. Non la promessa di stabilità, ma la gestione del rischio permanente.
In questo delicato passaggio si misura la vera trasformazione del nostro tempo. Il mondo non sta andando verso una nuova architettura condivisa, ma verso una pluralità di centri, corridoi e alleanze variabili. La politica internazionale non sarà più definita da grandi trattati universali, ma da continui aggiustamenti strategici. Davos ha segnato la fine dell’illusione delle regole. L’India prova ora a dare forma a un mondo che riesce a vivere oltre di esse, senza però rinunciare alla possibilità di governarlo.







