testata3

GEOPOLITICA

Il mondo torna alla legge del più forte

Il mondo torna alla legge del più forte

di Stefano Silvio Dragani*

l mondo torna alla legge del più forte: la dottrina Monroe rinasce e l’Europa resta sola

PREMESSA

In questi ultimi mesi abbiamo assistito a un tourbillon di avvenimenti, a profondi sconvolgimenti degli equilibri geostrategici che, forse ingenuamente, pensavamo solidi e inattaccabili. Mentre osservo dalla finestra, di prima mattina, il comportamento della gente che cammina lungo le strade di questa capitale, ancora assonnata, ciò che sta accadendo nel mondo non sembra aver modificato di nulla le consolidate abitudini. Andando in un bar a prendere un caffè, ascolto i brevi discorsi e mi fermo incuriosito a guardare i diversi comportamenti: chi chiede un gratta e vinci, cercando invano la fortuna; chi si arrabbia per un risultato di calcio sfumato; chi si lamenta per il caro-bollette; chi vuole, infine, una colazione particolare con latti stravaganti e zuccheri ricercati. Piccole risate tra gli avventori si intersecano tra i mille rumori di tazzine e macchine per il caffè. Mi siedo in un angolo e penso, osservandomi come davanti a uno specchio. Eppure sono certo che molti, anzi moltissimi, all’interno delle proprie case, incrociando lo sguardo dei propri familiari, si stiano ponendo mille domande. Dove stiamo andando? Quale futuro ci aspetta? S0i staranno chiedendo, perché sono le stesse domande che mi pongo anch’io, senza trovare una risposta rassicurante.

DICHIARAZIONI DI MILLER, INATTESE E DEVASTANTI

Negli Stati Uniti hanno destato vivo scalpore le dichiarazioni, decisamente tranchant, recentemente pronunciate in un’intervista all’emittente televisiva CNN da Stephen Miller. Miller, ricordiamolo, è il consigliere per la sicurezza interna e viene considerato da molti analisti di Washington l’eminenza grigia della seconda Amministrazione Trump. Senza mezzi termini, Miller ha dichiarato, rivolgendosi a un giornalista: “Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere: queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi”. In questa cornice, dopo un primo e comprensibile sbigottimento generale, possiamo leggere con nuove lenti d’ingrandimento, finalmente non più offuscate, la chiave della gestione americana di diversi dossier scottanti, a partire da quelli del Venezuela e della Groenlandia. Possiamo altresì comprendere meglio il rapporto oggi esistente di Washington con Mosca, Pechino, Delhi, Teheran, Gerusalemme e con le diverse monarchie del Golfo. Non dobbiamo stupirci più di tanto, cari lettori: questa non è altro che la logica degli Imperi, nessuno escluso, intendiamoci.

Una logica che inorridisce? Certamente. Ma non stupiamoci oltre misura.

Questa Amministrazione americana, diversamente dalle precedenti, dopo aver eliminato dal consueto menù dosi abbondanti di ipocrisia, ha voluto aggiungere al prelibato pranzo di gala dosi cospicue di tracotanza, prepotenza e supponenza, offrendo a noi europei, e non solo, una bevanda amara, direi amarissima, perché ci pone davanti agli occhi una realtà che conoscevamo perfettamente, ma che preferivamo ignorare.

Cerchiamo di capire meglio gli effetti e alcune reazioni a tali scelte.

IL DISCORSO POLITICO DEL PREMIER CANADESE MARK CARNEY A DAVOS

Il discorso di Mark Carney ha avuto incredibilmente poco spazio sui media e, dopo due giorni di discussioni, è finito in archivio, tra i molti interventi impressi su pagine ingiallite dal tempo. Eppure, dopo averlo visto e riletto molte volte, credo di aver percepito in quelle parole e nel linguaggio del corpo del leader canadese una sorta di profonda amarezza, mista a un lacerante dolore: segnali tuttavia uniti a una profonda dignità e a un intenso desiderio di rinascita. Rileggiamo alcuni passaggi insieme: forse vi potrà sembrare un po’ lungo, ma credetemi, ne vale la pena, lasciando a ciascuno di voi il tempo necessario per riflettere. Egli afferma, tra molto altro, che: “Oggi parlerò della spaccatura nell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli. Ma vi dico anche che altri Paesi, in particolare le potenze medie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.

Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà. Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze — che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono. E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza.

Ebbene, non sarà così.
Quali sono dunque le nostre opzioni?”

Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere, nel quale poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a reggersi? E la sua risposta iniziava con un droghiere. Ogni mattina il negoziante appende nella vetrina un cartello: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi. Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi. Amici, è tempo che aziende e Paesi tolgano i loro cartelli. Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione.

Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa: che i più forti si sarebbero svincolati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa finzione è stata utile e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito in molti modi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e strutture per risolvere le dispute. Abbiamo partecipato ai rituali e, in larga parte, evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà. Ma questo patto oggi non funziona più. Lasciatemi essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi due decenni, una serie di crisi — finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche — hanno messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Recentemente, le grandi potenze hanno cominciato a usare l’integrazione economica come arma. Le tariffe come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.

Non puoi “vivere nella menzogna” di un vantaggio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della tua subordinazione. Le istituzioni multilaterali su cui le potenze medie facevano affidamento — l’Omc, l’Onu, le conferenze sul clima, l’intera architettura della risoluzione collettiva dei problemi — sono oggi fortemente indebolite. Di conseguenza, molti Paesi stanno traendo la stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Ed è un impulso comprensibile. Un Paese che non riesce a nutrirsi, a rifornirsi di energia o a difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono, devi proteggerti da solo. Ma siamo realistici su dove questo ci porta: un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire liberamente il loro potere e i loro interessi, i benefici del transazionalismo diventeranno più difficili da replicare. Gli alleati si diversificheranno per coprire i rischi. Investiranno in assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce sovranità — una sovranità che una volta si fondava sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

…La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà — dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso. Il Canada è stato tra i primi a sentire questo allarme, portandoci a cambiare fondamentalmente la nostra postura strategica. I canadesi sanno che la nostra vecchia e comoda supposizione secondo cui la nostra geografia e l’appartenenza alle alleanze conferivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. La nostra nuova visione si basa su ciò che Alexander Stubb ha definito «realismo basato sui valori». In altre parole, vogliamo essere insieme guidati da principi ed essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali: la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori. Per questo ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, senza aspettare un mondo che vorremmo fosse. Stiamo calibrando le nostre relazioni internazionali affinché la loro profondità rifletta i nostri valori e stiamo dando priorità a un impegno inclusivo per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità del contesto globale, i rischi che comporta e le poste in gioco di ciò che verrà. E non ci affidiamo più solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.

… Le potenze medie devono agire insieme perché, se non siedi al tavolo, sei nel menù. Le grandi potenze possono permettersi di fare da sole. Hanno la forza del mercato, la capacità militare, la leva politica per dettare i termini. Le potenze medie no. Quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È la recita della sovranità, accettando la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i Paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme. Che cosa significa, per le potenze medie, vivere nella verità? Anzitutto significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per ciò che è: un sistema di rivalità crescente tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione. Significa agire con coerenza, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stiamo ancora tenendo il cartello in vetrina.

Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto e ridurre le leve di coercizione. Questo vuol dire costruire un’economia domestica forte: dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo. E la diversificazione internazionale non è solo prudenza economica: è il fondamento materiale di una politica estera onesta, perché i Paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni. Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. In altre parole, abbiamo capitale e talento. Abbiamo anche un governo con una grande capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo valori a cui molti aspirano. Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è vivace, diversificato e libero. I canadesi restano impegnati per la sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile — in un mondo tutt’altro che stabile — un partner che costruisce e valorizza relazioni a lungo termine. E abbiamo qualcosa in più: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Capiamo che questa rottura storica richiede più dell’adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è. Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina. Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questa è la missione delle potenze medie, che hanno di più da perdere da un mondo di fortezze e di più da guadagnare da un mondo di cooperazione genuina. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.

E LA NOSTRA VECCHIA E SAGGIA EUROPA?

Lo storico francese Justin Vaïsse, già professore ad Harvard e direttore del Forum di Parigi sulla pace, sulle pagine di Le Temps si è scagliato con veemenza contro le strategie americane dirette a riproporre, in chiave moderna, l’antica dottrina Monroe del 1823. Egli ha affermato, tra molto altro, che: “Gli europei hanno avuto ragione a concludere l’intesa di Turnberry, perché ci si immaginava che si potesse ancora intendersi con Trump e che fosse meglio preservare gli interessi riguardo alla guerra in Ucraina. Ma ora si vede bene che l’unica cosa che può fermarlo è una coalizione di oppositori interni americani ed esterni. Il tema dell’unità europea si pone con urgenza drammatica. Per gli europei, la questione è semplice: quale prezzo si è disposti a pagare per sopravvivere in quanto entità politica? Siamo a una svolta”. Inoltre, l’illustre storico francese, sulla NATO, non nasconde le sue forti perplessità, affermando: “Per me la NATO è oltre la morte cerebrale”, specificando che “quando uno dei suoi Stati membri ne minaccia un altro (ndr: Groenlandia) c’è un’assurdità, un’impossibilità, una contraddizione fondamentale. Si ha una NATO zombie. La posta in gioco non è solo strategica, ma di valori. C’è un grosso abuso di linguaggio dell’amministrazione Trump e del vicepresidente J. D. Vance, che diceva, un anno fa a Monaco, che l’Europa rimetteva in causa la civiltà occidentale perché proibiva la libertà d’espressione. È tutto il contrario. È Trump che rimette in causa la civiltà occidentale, la quale si traduce nell’equilibrio e nella separazione dei poteri, nella reale libertà della stampa, nel rispetto della scienza, dell’università e della ricerca.

Di fronte a ciò, l’autonomia europea diventa una necessità esistenziale, sebbene onerosa. Il costo è gigantesco”, ammette infine Vaïsse, “perché gli Stati Uniti sono sufficientemente potenti per permettersi di continuare senza fine a provocare un’escalation delle tensioni. Tuttavia, l’Europa non è senza armi. Può fare molto male agli USA, se gioca le sue carte correttamente; può creare effetti politici interni che saranno decisivi. È un vero momento della verità per l’Europa, soprattutto se decide di non cedere”. In tale contesto merita evidenziare che, per l’Europa, la strategia politica americana, peraltro ampiamente espressa da Trump — ad onor del vero — fin dal suo discorso d’insediamento, dovrà comportare necessariamente, nel tempo, radicali cambiamenti. Tutta l’Europa, non solo i 27, si trova infatti di fronte a un bivio cruciale: continuare ad assecondare o provare a reggere davanti alle “ambizioni” di Washington? Guardando la realtà per ciò che è, e non per quello che ci piacerebbe che fosse, seppure con immensa amarezza, dobbiamo affermare che il mondo che abbiamo conosciuto non esiste più e i nuovi equilibri sono ancora tutti da costruire.

Pur ritenendo che oggi l’Europa non possa neppure provare a resistere, è molto probabile che i singoli Paesi europei continueranno a ricercare, nel breve periodo, ennesimi compromessi con Washington, allo scopo di preservare una sorta di armonia con il “fedele alleato” d’oltreoceano, nella piena consapevolezza di dipendere totalmente dagli USA per la propria sicurezza, e non solo. Certamente le scelte strategiche di Washington, espresse a più riprese con veemenza e prepotenza da Trump e dal suo entourage, evidenziano, con estrema lucidità, che oggi le regole non sono universali, ma sempre contingenti, e sembrano ormai palesemente dipendere da chi ha il potere e la forza di infrangerle. …Ma nel medio periodo le cose potrebbero davvero cambiare. Siamo in movimento, non siamo più fermi.

CONCLUSIONE – Desidero chiudere questo articolo parafrasando le recenti parole espresse da Lucio Caracciolo in un suo intervento: “Almeno un merito gli va però riconosciuto al Presidente americano: Trump ci costringe a non mentire a noi stessi. O dovrebbe costringerci”.

*Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

powered by social2s

RIFERIMENTI

ngn logo2

Testata totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione

Sostienici per dare una libera informazione

Donazione con Bonifico Bancario

TAGS POPOLARI

Info Nessun tag trovato.
Image
Image
Image
Image
Image
Image

Ricerca