Il potere dei passaggi obbligati: i colli di bottiglia Gibuti, Bab el-Mandeb e la nuova geografia della competizione globale
I colli di bottiglia marittimi, logistici e infrastrutturali costituiscono oggi i veri snodi dell’equilibrio internazionale. È lungo questi corridoi che transitano flussi vitali commerciali, energetici, informativi e di sicurezza, la cui interruzione produce effetti immediati e sistemici. Il controllo, o anche la sola capacità di influenzarne la stabilità, assume dunque un valore strategico superiore rispetto al possesso di ampie porzioni di territorio. Lo stretto di Bab el-Mandeb, “ la porta delle lacrime”, occupa una posizione di rilievo geopolitico importantissimo. Situato tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden è il punto più stretto e strategico di 30 km tra Yemen, Gibuti ed Eritrea, rappresenta il punto di congiunzione tra Mediterraneo e Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez. La sua vulnerabilità, anche temporanea, è in grado di incidere direttamente sulle economia europea, asiatica e mediorientale, rendendolo uno dei punti più sensibili dell’architettura globale dei traffici marittimi.
È in questo spazio che si colloca Gibuti, piccolo Stato del Corno d’Africa divenuto, nel corso degli ultimi quindici anni, uno dei nodi geopolitici più densi del pianeta. La sua centralità non è frutto di un’improvvisa rivalutazione, ma il risultato di un processo graduale. Già nel periodo successivo alla Guerra Fredda il Paese aveva assunto rilievo strategico grazie alla presenza francese. Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti furono i primi a trasformarlo in un hub militare permanente, utilizzandolo come piattaforma di proiezione regionale verso il Corno d’Africa e la penisola arabica.
In questo contesto, nel 2013, l’Italia istituì la propria Base Militare di Supporto a Gibuti, poi intitolata al Tenente Amedeo Guillet. La scelta rispondeva a esigenze operative precise, garantire continuità alle missioni internazionali, sostenere le operazioni antipirateria, assicurare capacità logistiche e di evacuazione, rafforzare il contributo italiano alle iniziative europee. In quella fase, la funzione della base era prevalentemente stabilizzatrice, non competitiva. Il mutamento strategico si è consolidato nel decennio successivo. L’apertura della base militare cinese nel 2017, prima installazione permanente di Pechino fuori dai confini nazionali, ha introdotto un elemento di discontinuità. Da quel momento Gibuti è diventato uno spazio di coesistenza ravvicinata tra grandi potenze, Stati Uniti, Cina, Francia, Giappone ed europei operano a distanza di poche centinaia di metri, in un equilibrio fondato sull’osservazione reciproca e sulla deterrenza silenziosa. La piena centralità di Gibuti emerge però solo con la trasformazione dell’ordine internazionale e con le crisi nel Mar Rosso, le tensioni nel Medio Oriente allargato e l’insicurezza del Corno d’Africa riportando i colli di bottiglia al centro della strategia globale.
In questo scenario, Bab el-Mandeb non è più soltanto un passaggio commerciale, ma un potenziale punto di leva geopolitica. La sua destabilizzazione avrebbe conseguenze sistemiche, soprattutto per l’Europa, fortemente dipendente dalla continuità dei traffici marittimi. La presenza militare nelle sue immediate vicinanze assume una funzione nuova, non più solo supporto operativo, ma sorveglianza avanzata, deterrenza e capacità di risposta rapida.
È in questo contesto che l’hub italiano di Gibuti acquisisce oggi un valore strategico accresciuto. Nato in una fase di relativa stabilità, oggi si rivela uno strumento coerente con la posizione geopolitica dell’Italia, potenza marittima di medio raggio, attore mediterraneo e contributore centrale alle missioni europee. Attraverso Gibuti, Roma collega il Mediterraneo, l’Africa orientale e l’ Indo-Pacifico, partecipando alla gestione di uno dei nodi più delicati dell’ordine globale. Gli analisti prevedono che il periodo 2026–2030 la posizione di Gibuti sia destinata a consolidarsi. La competizione tra potenze non si tradurrà prevalentemente in conflitti diretti, ma nella capacità di mantenere aperti gli spazi di connessione. I colli di bottiglia diventeranno luoghi di tensione permanente, più che fronti di guerra tradizionali. La stabilità dei flussi conterà quanto, se non più, della superiorità militare. Gibuti rappresenta una sintesi della transizione geopolitica in atto: dal dominio dei territori al governo dei flussi, dalla guerra convenzionale alla gestione dell’instabilità, dalla forza visibile al controllo discreto delle interdipendenze. In un mondo fondato su connessioni fragili, il potere non risiede più soltanto nella capacità di imporre, ma in quella di garantire continuità. È in questa funzione silenziosa, più che nella proiezione muscolare, che possiamo osservare la misura della nuova grammatica della potenza.







