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GEOPOLITICA

Il diritto internazionale nell’era della competizione strategica

Il diritto internazionale nell’era della competizione strategica

Nelle ultime settimane il diritto internazionale è tornato al centro del dibattito globale, ma non più come architettura condivisa dell’ordine mondiale. Sempre più spesso viene richiamato come strumento di legittimazione politica all’interno di un sistema internazionale segnato dalla competizione tra potenze. Gli sviluppi recenti indicano che il mondo sta attraversando una fase di transizione, nella quale il diritto tende a seguire la forza più che a precederla.

È bene ricordare che questa dinamica non nasce oggi. Un passaggio decisivo si è consumato nel 1999, con l’intervento militare della NATO contro la Serbia. Per la prima volta nel dopoguerra un’operazione armata su vasta scala fu condotta senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella consapevolezza che, in caso contrario, sarebbe intervenuto il veto di Russia e Cina. In quel momento l’Occidente oltrepassò formalmente la centralità dell’ONU, affermando il principio secondo cui, in presenza di una paralisi dell’ordine multilaterale, la forza poteva comunque essere esercitata in nome di una legittimità politica superiore.

Fu allora che prese forma la formula destinata a segnare i decenni successivi, un intervento ritenuto illegale sul piano giuridico, ma giudicato legittimo sul piano politico. Da allora, ciò che è mutato non è il meccanismo, ma il soggetto che invoca la forza. Il precedente del 1999 non fu stabilito da governi conservatori, bensì da leadership progressiste occidentali, che accettarono l’idea di oltrepassare il quadro delle Nazioni Unite in nome di una legittimità politica ritenuta superiore.

Da quel momento, l’uso della forza al di fuori del mandato ONU è divenuto una possibilità già sperimentata e implicitamente normalizzata. Per questo, sul piano strettamente storico e sistemico, non è possibile sostenere che oggi l’amministrazione Trump stia compiendo qualcosa di radicalmente diverso da quanto era già stato accettato, praticato e legittimato dagli stessi governi progressisti occidentali a partire dal 1999. Cambia il linguaggio, muta la narrazione, ma il meccanismo resta invariato.

È a questo processo che si è richiamato il primo ministro canadese Mark Carney nel suo intervento al World Economic Forum di Davos, quando ha parlato di frattura e di finzione, la finzione di un ordine globale fondato su regole uguali per tutti, mentre la loro applicazione, già da oltre vent’anni, risulta selettiva e subordinata ai rapporti di potere. L’assetto giuridico nato nel secondo dopoguerra si fondava sull’idea che la forza dovesse essere contenuta da norme condivise. Il divieto di aggressione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e le sue eccezioni circoscritte rappresentavano il tentativo di subordinare la potenza militare a una cornice universale.

Per lungo tempo la globalizzazione ha attenuato le tensioni di questo modello, trasformando l’interdipendenza economica in un fattore di stabilità. Oggi quella fase appare conclusa. La frammentazione delle catene produttive, la competizione tecnologica e la ridefinizione delle sfere d’influenza hanno riportato al centro la sicurezza nazionale. Come emerso a Davos, il nuovo paradigma internazionale non sarà fondato sull’integrazione, ma sulla potenza strategica degli Stati e dei blocchi economici. In questo contesto il diritto internazionale non scompare, ma cambia funzione. I casi più recenti mostrano come le categorie giuridiche vengano utilizzate in modo funzionale per accompagnare decisioni già maturate sul piano strategico, il diritto non precede più l’azione, la segue.

Si profila così il passaggio da un diritto della cooperazione a un diritto della competizione. Non una negazione delle norme, ma una loro applicazione flessibile, orientata alla sicurezza. In questo scenario, il tradizionale diritto di guerra è oggi definito “diritto internazionale umanitario”, un insieme di norme che accetta il fatto che la guerra esista, ma nega che essa possa essere considerata uno strumento legittimo della politica. La tensione del sistema contemporaneo vive dunque in una contraddizione strutturale: la guerra è giuridicamente illegale, ma di fatto prevista.

Il futuro dell’ordine internazionale sembra muoversi lungo una linea sottile, non l’abbandono del diritto, ma la sua subordinazione alla potenza. In un sistema post-globalizzato, il diritto non governa più una pace universale, ma contribuisce a regolare il conflitto possibile. È su questo equilibrio instabile, tra norma e forza, che si sta ridefinendo la geopolitica di questo complesso periodo storico.

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