Punto di rottura: l’Iran di fronte al limite storico della teocrazia
Prende sempre più corpo la possibilità di un collasso del sistema teocratico iraniano, proprio in questa fase storica di inizio 2026 che ha visto gli Stati Uniti arrestare il dittatore venezuelano Maduro. E’ plausibile pensare ad un indebolimento della rete periferica di Teheran in quanto il Venezuela ha rappresentato per anni uno spazio logistico e politico favorevole alla presenza iraniana, inclusi elementi riconducibili ai Pasdaran e Hezbollah. Le parole del procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi-Azad delimitano con chiarezza il perimetro del potere a Teheran.
Il disagio economico viene riconosciuto dal popolo e la protesta è formalmente ammessa, ma solo finché resta priva di una dimensione politica. Se il dissenso oltrepassa una certa soglia e mette in discussione l’assetto dello Stato, la risposta diventa immediatamente coercitiva. Il riferimento a un intervento “decisivo” è quindi un messaggio rivolto soprattutto all’interno del paese dove il controllo resta intatto ma la sua affermazione segnala un equilibrio sempre più teso. Se davvero l’Iran dovesse entrare in una fase di transizione sistemica, ci troveremmo di fronte a uno dei più profondi mutamenti geopolitici del Medio Oriente dalla rivoluzione del 1979.
Non tanto per la caduta di un regime autoritario in sé, quanto per il ruolo strutturale che la Repubblica islamica ha svolto per oltre quattro decenni negli equilibri regionali e globali. Il sistema fondato sulla wilayat al-faqih non è soltanto una forma di governo, ma una architettura di potere complessa, che intreccia religione, sicurezza, economia e politica estera. Attorno alla Guida Suprema incarnata da Ali Khamenei si è consolidato nel tempo un blocco di potere che comprende i Pasdaran, le fondazioni religiose, una parte significativa dell’economia nazionale e una proiezione militare esterna che si estende dal Libano allo Yemen. Immaginare un suo indebolimento proprio ora significa interrogarsi su cosa stia cambiando, simultaneamente, dentro e fuori l’Iran.
Sul piano interno il fattore economico resta il detonatore più visibile. Inflazione cronica, svalutazione della moneta, impoverimento progressivo delle classi medie e perdita di prospettiva per le nuove generazioni hanno eroso quel patto implicito su cui il regime aveva retto, la limitazione delle libertà in cambio di stabilità e protezione. Quando la stabilità viene meno, la legittimità ideologica smette di funzionare come collante sociale. A differenza delle proteste del passato, oggi la contestazione non appare più settoriale o episodica, ma attraversa strati sociali, generazioni e aree geografiche diverse, segnalando una frattura più profonda tra Stato e società.
Ma l’elemento davvero nuovo, e geopoliticamente rilevante, è il ritorno nel discorso pubblico iraniano di simboli e riferimenti pre-rivoluzionari. L’evocazione della dinastia Pahlavi, e in particolare della figura di Reza Pahlevi non va letta come una nostalgia ingenua o come una richiesta lineare di restaurazione monarchica. Piuttosto, rappresenta la ricerca di un’alternativa simbolica a un sistema percepito come esaurito. In questo senso, la memoria del passato diventa uno strumento politico per immaginare un futuro diverso, non necessariamente un ritorno all’ordine precedente.
Sul piano internazionale, l’ indebolimento del sistema teocratico iraniano arriva in un momento di forte instabilità globale. La guerra in Ucraina, la ridefinizione degli equilibri energetici, la competizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e il conflitto permanente a bassa intensità in Medio Oriente hanno reso l’Iran un attore chiave, spesso destabilizzante ma al tempo stesso indispensabile. Teheran è oggi un nodo di connessione e di controllo delle rotte energetiche, della sicurezza del Golfo, il futuro dell’asse sciita, il confronto con Israele e il rapporto con Mosca e Pechino.
Un eventuale cambio di regime, o anche solo una lunga fase di transizione interna, avrebbe effetti immediati su tutta la regione. Gli equilibri in Iraq, Siria e Libano verrebbero messi in discussione, così come la capacità dell’Iran di sostenere militarmente e finanziariamente i propri alleati. Allo stesso tempo, si aprirebbe una fase di incertezza che nessun attore esterno può realmente controllare. La storia recente dimostra che il vuoto di potere in Medio Oriente raramente produce stabilità nel breve periodo.
Per questo, parlare oggi di “crollo imminente” del sistema teocratico rischia di essere fuorviante. Più corretto è parlare di erosione progressiva, di perdita di consenso e di una crisi di legittimità che si manifesta in modo sempre meno contenibile. Il regime conserva ancora strumenti di repressione, controllo e coercizione significativi, ma la loro efficacia dipende dal grado di coesione interna delle élite e dalla fedeltà degli apparati di sicurezza. È su questo terreno che si giocherà, forse a breve, la partita decisiva. Se l’Iran dovesse davvero avviarsi verso una trasformazione profonda, non sarà una transizione rapida né lineare. Sarà un processo lungo, conflittuale, attraversato da tentativi di restaurazione, compromessi e possibili derive autoritarie alternative.
In definitiva, ciò che sta accadendo in Iran non riguarda soltanto il destino di un regime, ma il futuro assetto del Medio Oriente e l’equilibrio di un sistema internazionale già sotto pressione. È per questo che l’ipotesi di un cambiamento “pazzesco” proprio ora non è irrazionale, ma coerente con una fase storica in cui strutture di potere apparentemente solide mostrano improvvisamente tutte le loro crepe.







