Il principe Reza Pahlavi ha annunciato ieri: "Condivido con voi il mio primo appello e vi invito a iniziare a cantare slogan giovedì e venerdì 8 e 9 gennaio, simultaneamente alle 20:00, tutti voi, sia per strada che dalle vostre case. In base al riscontro di questo movimento, vi annuncerò i prossimi appelli".
L’appello fa pensare che ormai la fine dell’odioso regime degli ayatollah sia vicina.
Un altro indicatore viene da un ex ministro della sicurezza inglese, il quale ha annunciato che, secondo alcune indiscrezioni, ingenti quantità di oro stanno lasciando l'Iran. "Stiamo vedendo aerei cargo russi, apparentemente carichi di armi e munizioni, atterrare a Teheran", ha affermato Tugendhat durante una sessione parlamentare britannica. Tugendhat ha poi aggiunto: "Ci sono anche segnalazioni secondo cui grandi quantità di oro stanno lasciando l'Iran". Secondo Tugendhat, questi rapporti dimostrano che la Repubblica islamica si sta preparando alla "vita dopo il rovesciamento".
Che si sia vicini alla fine del regime lo dicono anche le decine di aerocisterne per il rifornimento in volo, aerei da trasporto strategico e un'intensa attività logistica tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente.
Washington rafforza la propria postura militare nella regione.
Stando a quanto risulta all'Adnkronos, numerosi velivoli della United States Air Force, inclusi aerei da trasporto pesante C-5 e C-17, sarebbero decollati sia dagli Stati Uniti che da una base americana nel Regno Unito, dirigendosi verso il Medio Oriente.
Questo trasferimento in corso di forze e mezzi in un'area già ad altissima tensione, secondo diverse valutazioni, rifletterebbe i preparativi per possibili attacchi contro l'Iran. L'impiego di aerei da trasporto di questo tipo, infatti, è solitamente associato a scenari di escalation militare o alla preparazione di operazioni su vasta scala.
Nel quadro, va inserito anche il fattore Elon Musk. In un video apparso sul canale “UK Report” su X, specializzato in notizie dal Medio Oriente, si vedrebbero i satelliti di Starlink sorvolare il territorio iraniano.
Quella che sembrerebbe un'improvvisa accelerazione di Washington avviene mentre la Repubblica islamica affronta una delle fasi più delicate degli ultimi anni.
Le proteste scoppiate in diverse aree del Paese stanno aumentando la pressione su un governo già paralizzato da una profonda crisi economica. Ma a pesare ancora di più sulla leadership iraniana è quanto accaduto ad oltre 7mila chilometri di distanza: la sorprendente operazione militare statunitense a Caracas, culminata con la cattura di Nicolas Maduro, storico alleato di Teheran.
Lunedì, per la seconda volta in meno di una settimana, il capo della Casa Bianca ha lanciato un avvertimento diretto: "Se iniziano a uccidere le persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti", ha dichiarato a bordo dell'Air Force One. Le manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre contro l'impennata dei prezzi ed il crollo del rial.
Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), sito basato negli Usa, sono state coinvolte oltre 90 città ed il bilancio parla di almeno 36 morti, la maggior parte dimostranti, e migliaia di arresti.
Sempre secondo Iran Human Rights, nel 2025 in Iran sono state eseguite almeno 1.500 condanne a morte, numero di esecuzioni più alto registrato dall'organizzazione in 35 anni.
Intanto le proteste contro il carovita non si fermano. Insieme ai lavoratori ci sono studenti in mobilitazione nelle Università come a Kermanshah, a Shiraz, a Mashad. Molti i video sui social che documentano la rivolta contro la teocrazia. L'ong Hengaw riferisce che almeno una trentina di persone, tra cui cinque minorenni, sono morte e più di 1.500 sono state arrestate tra cui figurano 51 minorenni, 57 donne e 220 curdi. Ma le vittime potrebbero essere molte di più.
La tensione si riflette anche nei toni sempre più duri della leadership iraniana. "Tutti i centri e le forze americane nella regione saranno per noi obiettivi legittimi in caso di qualsiasi azione", ha avvertito il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf. Sulla stessa linea il comandante in capo dell'esercito, il generale Amir Hatami, secondo cui "se il nemico commette un errore, la risposta dell'Iran sarà più forte della guerra di 12 giorni con Israele dello scorso giugno".







