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Iran, nessun dialogo con gli assassini

Iran, nessun dialogo con gli assassini

La crisi tra Stati Uniti e Iran sembra entrata in una fase decisiva, segnata da una combinazione di pressione militare, segnali diplomatici contraddittori e preparativi difensivi senza precedenti.

Riguardo ai segnali diplomatici contraddittori va detto a chiare lettere che un regime che sta prendendo per i fondelli da anni chi ha trattato e che reprime il proprio popolo assassinando oltre 30 mila persone in due giorni non può essere un interlocutore.

Agli Stati Uniti rimangono solo due possibilità: attaccare a fondo il regime, eliminando una banda di assassini, o perdere la faccia.

Non si sposta una vera e propria armata per aprire un dialogo sul controllo dell’uranio. Se così fosse la credibilità degli Stati Uniti sarebbe ridotta ad una barzelletta.

Teheran è da anni che tratta sull’uranio ed è da anni che si fa gli affari suoi alla faccia di chi crede a un regime che vuole l’atomica per esercitare un ruolo di potenza nel Medio Oriente, secondo metodi che sono simili a quelli del dittatore nord coreano.

In Iran c’è la fame, manca l’acqua, ma una banda di assassini esaltati vessa il popolo per avere il potere di condizionare il Medio Oriente e il mondo con l’arma atomica.

Quando il popolo si ribella, in due giorni la banda di assassini uccide oltre 30 mila persone.

Dialogare con questi efferati delinquenti è pura follia o pura minchioneria.

In questo caso c’è una sola possibilità di dialogo: la forza capace di mandarli al diavolo.

"Loro vogliono fare un accordo. Lo so. Hanno chiamato in numerose occasioni. Vogliono parlare", ha detto Trump in un'intervista ad Axios. Parole che contrastano però con l'invio di una "grande armata" statunitense nella regione, con alla testa la portaerei Uss Abraham Lincoln, un dispiegamento che gli ayatollah interpretano come una minaccia diretta.

La diplomazia lavora sul filo di quest'equilibrio precario, nel tentativo di mantenere aperto un canale e scongiurare un nuovo conflitto. Secondo il quotidiano 'Israel Hayom', l'inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, avrebbe consegnato a Trump un messaggio del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e una garanzia scritta del presidente, Masoud Pezeshkian, nel tentativo di rinviare un attacco contro Teheran. Un funzionario israeliano citato dal quotidiano ha spiegato che "Witkoff continua a insistere sulla via diplomatica per risolvere il problema iraniano".

La perdita della faccia e della credibilità è il vero serio pericolo che corrono gli Stati Uniti. Trattare è giusto, ma c’è un limite e gli ayatollah il limite lo anno superato da tempo.

Le prossime ore e i prossimi giorni saranno decisivi per capire se Donald Trump fa sul serio o ha deciso di perdere la faccia.

Mentre Washington rafforza la sua presenza navale in Medio Oriente e Donald Trump parla di una situazione "in evoluzione", Teheran, secondo quanto apprende l'Adnkronos, si muove come se un attacco fosse possibile, se non imminente, e organizza una risposta concepita per colpire su più livelli e allargare il confronto ben oltre i propri confini.

Secondo fonti di intelligence regionali e occidentali, la Repubblica islamica ha rafforzato in modo significativo la propria presenza militare lungo la costa meridionale, in particolare nella provinca di Hormozgan, attorno al porto di Bandar Abbas, sull'isola di Qeshm e all'ingresso orientale del Golfo dell'Oman.

Sono stati dispiegati reparti dei Guardiani della Rivoluzione e delle milizie Basij, sistemi di difesa aerea, missili balistici, droni suicidi e sottomarini. L'obiettivo dichiarato è impedire qualsiasi operazione anfibia statunitense e mantenere la capacità di colpire le forze navali nemiche in uno spazio marittimo strategico come lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.

La difesa aerea rappresenta uno dei pilastri della strategia iraniana. Sulle isole di Qeshm e Abu Musa sono stati installati sistemi a corto e medio raggio, mentre a Bandar Abbas sono stati schierati sistemi avanzati come il Bavar-373 di produzione nazionale e l'S-300 di origine russa. Secondo le autorità iraniane, il Bavar-373 è in grado di ingaggiare bersagli fino a 300 chilometri di distanza e di intercettare anche caccia di quinta generazione.

Accanto a questo 'scudo difensivo', rivelano le fonti, Teheran mette in campo una capacità offensiva pensata per garantire la ritorsione. Tra i sistemi schierati figura il Fateh-110, missile balistico a corto raggio a combustibile solido, con una testata da 400-500 chilogrammi e una gittata che può arrivare a 700 chilometri.

Più rilevante la presenza dei missili della famiglia Qadr a Bandar Abbas, Jask e sull'isola di Qeshm. Il Qadr-110, con una gittata tra 1.600 e 2mila chilometri, è in grado di raggiungere Israele, mentre il Qadr-380, missile a due stadi, combina lunga portata e testate di grande peso, rafforzando la capacità iraniana di colpire obiettivi strategici a grande distanza.

Lungo la costa e sulle isole del Golfo sono stati dispiegati numerosi missili antinave e da crociera, tra cui i Noor, i Nasr, i Khalij Fars e l'Abu Mahdi, missile da crociera navale con una gittata di circa mille chilometri e una testata da oltre 400 chilogrammi, ritenuto capace di colpire anche grandi unità militari come i cacciatorpediniere.

A questi sistemi si aggiungono sciami di droni suicidi della famiglia Shahed. Secondo Cameron Chell, ceo della società Draganfly, si tratta di una minaccia asimmetrica concreta per la Us Navy. "Se centinaia di droni vengono lanciati in un breve periodo, alcuni colpiranno quasi certamente il bersaglio", ha detto a Fox News, sottolineando come gli attacchi di saturazione possano mettere in difficoltà anche le difese più avanzate.

La componente subacquea completa il quadro. A Bandar Abbas e nello Stretto di Hormuz operano sottomarini Fateh e Ghadir, progettati anche per la posa di mine e attacchi a sorpresa, come evidenziato dal sito 'defencesecurityasia.com'. Secondo analisti militari, l'Iran dispone complessivamente di 28-30 sottomarini, una delle flotte più numerose del Medio Oriente.

La forza difensiva dell’Iran dovrebbe essere ben nota agli Usa e se hanno iniziato a spostare navi e aerei nel Golfo lo hanno fatto, si pensa, in ragione di una superiorità.

Il tempo, a quanto pare, è scaduto. Trump non può più dire la situazione è in evoluzione: o tratta e perde la faccia o attacca e chiude una partita che ha un valore decisivo per gli assetti mondiali.

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