Questo mondo morente nel quale abitiamo è un mondo invaso da rumori disarmonici, da un chiasso mediatico insulso e opprimente, da messaggi illogici e, quando apparentemente logici, basati su postulati ideologici. Siamo sommersi da voci insidiose, a volte urlanti e prepotenti, a volte sussurrate e perfide. La realtà è oscurata da ideologie tracotanti che affermano la totale materialità dell’essere umano, riducendolo al suo predicato umano (da humus, terrestre), mentre il suo essere viene negato.
Il rumore, prodotto in vari modi e a vari livelli, è funzionale alla diabolica operazione di eliminazione dell’ascolto, da parte dell’umano, del proprio essere.
La parte più invasiva e ottundente la capacità di discernimento è la propaganda.
Il valore di un’autentica uscita dalla caverna della profanità materialista è quello di eliminare il frastuono delle ideologie e delle comunicazioni disarmoniche, per consentire all’umano di sentire “la voce di silenzio sottile” che lo ricollega, ri-accorda, con il suo Sé.
Voce di silenzio sottile
Si tratta di intraprendere un viaggio iniziatico e per comprendere il vero fondamento di ogni viaggio iniziatico è utile riferirsi a quanto è scritto nella ebraica Tanakh (o Tenakh), un acronimo che raggruppa le tre parti principali: Torah (Legge), Nevi'im (Profeti) e Ketuvim (Scritti).
La Tanakh consiste di 24 libri e non coincide con l'Antico Testamento cristiano.
In 1Re 19,9a.11-13°, che descrive, la teofania che coinvolge Elia sul monte Horeb, nel testo ebraico si legge: “qol demamah daqqah”, che significa “voce di silenzio sottile”.
Cosa può essere la voce di silenzio sottile?
Una possibile risposta è nel Prologo del Vangelo di Giovanni, altrimenti detto “Inno al lógos”, laddove il vocabolo lógos è associato a quello di theós, implicante azione.
L'equivalente del lógos (dal greco λόγος, vocabolo dai molti significati) del Prologo del Vangelo di Giovanni nella Tanakh è un vocabolo, dabar, che ha in sé il concetto di parola e di atto, ossia di una parola in azione. Dabar Yahweh (דָּבָר יְהוָה) è "Parola di Yahweh" e nella Tanakh, la "Parola di Yahweh" è spesso l'agente dell'azione divina.
Nel Prologo del Vangelo di Giovanni o Inno al Lógos, leggiamo:
ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος
En archê ên ho Lógos, kai ho Lógos ên pros ton Theón, kai Theòs ên ho Lógos.
Nel Principio era il Lógos, il Logos era presso Theón, e il Lógos era Theós.
È fondamentale considerare che ἐν (en) in greco può essere la preposizione ἐν (en) che significa "in", "dentro", "durante" (con il dativo), oppure il pronome numerale "uno/a" ἕν (hen), o ancora una particella correlativa "μέν" (spesso tradotta con "da una parte").
Se traduciamo ἀρχῇ (arché) con Principio, l’incipit del Prologo non è in principio in senso temporale di un prima e di un dopo, ma nel Principio, in quanto en è in, nel senso di dentro e durante.
Ne deriva che il lógos è nel Principio e ne è, inoltre, l’azione in quanto theós.
In un frammento di Sesto Empirico (II-III secolo d.C.) relativo al De philosophia di Aristotele e in un passo dell’apologia Ad Autolico di Teofilo di Antiochia (II secolo d.C.), l’idea di divinità viene accostata all’ordine e al movimento della volta celeste. Per Aristotele, scrive Sesto Empirico, l’origine della nozione di dio è duplice, derivando «da ciò che accade nell’anima e dai fenomeni celesti».
Il legame tra la divinità e il movimento regolare dei pianeti sarebbe testimoniato, secondo Teofilo, anche da un punto di vista etimologico: «È chiamato Dio (Theós) perché ha fondato tutte le cose sulla propria stabilità e per il (significato di) théein […] correre, essere in movimento, essere attivo».
Se theós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere, il sostantivo theós andrebbe tradotto con “colui che corre verso l’evidenza”.
In questo contesto di significati il Prologo del Vangelo di Giovanni, aperto sull’Ara del Tempio massonico durante i lavori, acquista il suo insostituibile ruolo di chiave che ci permette di arrivare al Fondamento e al suo divenire al mondo, ossia al farsi mondo del Principio.
Cosa può dunque significare “qol demamah daqqah”, voce di silenzio sottile se non quell’esprimersi del lógos al cui ascolto ci invita Eraclito?
Scrive Eraclito: “Per chi non ascolta me, ma il lógos, sapienza è intuire che tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose”. Fr.22B50DK
In questo frammento l’intuire è espresso con eidenai (εἰδέναι) che Angelo Tonelli, dicendosi in accordo con Colli, conserva nel frammento in quanto significa conoscere per immagini.
Il sapiente intuisce.
Sapienza, ci dice Eraclito, è intuire.
La voce di silenzio sottile non riguarda i cinque sensi dell’humano, ma i sensi dell’anima e la percezione del cuore che è il luogo del lógos, inteso come relazione con il Sé individuale e, conseguentemente, con il Tutto Uno.
La voce di silenzio sottile si può sentire con l’intuire che Eraclito esprime con il verbo eidenai, che come s’è detto, significa “conoscere per immagini” e il conoscere per immagini è proprio del mondo animico, che è esso stesso immaginale e, essendo immagine, è photo-gramma, vibrazione di luce.
Vibrazione di luce è vibrazione dell’essere.
Angelo Tonelli, nell’introduzione ai frammenti di Eraclito, ci ricorda che il filosofo greco ci parla dell’intuizione dell’unità di tutte le cose, “in quanto tutte sono espressione di un medesimo Principio che le sostanzia ed è eterno e tuttavia non troppo disgiunto dalle molteplici cose stesse che esso, differenziandosi da sé, o, meglio […] «esprimendosi», genera e muove e a sé richiama. In questo manifestarsi, pur restando saldamente dentro di sé, il Principio prende il nome di φύσις [phýsis, ndr] (Origine), che è noumeno e fenomeno, fine e origine di tutte le cose che mutano, e insieme somma di queste medesime cose, natura naturans e natura naturata [Spinoza, ndr] «essere che illumina, che appare». Φύσις deriva dalla «radice indoeuropea bhu, che significa essere», ed è «strettamente legata (anche se non esclusivamente ma innanzitutto) alla radice bha, che significa luce, a sua volta forse attiva in σοφία [sophia, ndr], che è dunque conoscenza della Luce, sapienza-luce, sapienza che illumina, rendendo consustanziali alla luce coloro che ne sono impregnati”. [i]
Siamo in presenza di una strettissima relazione tra essere, luce e φύσις, a tal punto che possiamo considerare il nostro essere un essere di luce, ossia un corpo di luce, in quanto tale fisico, ma non materiale, che ha in sé l’intelligenza, la coscienza, l’informazione.
Il Tutto, se seguiamo Eraclito, “mutando riposa” (22B84a DK).
Il Tutto, l’Essere che essenzialmente è e diviene in un’incessante trasformazione, è enérgeia intelligente, informata, significante e cosciente. Prendendo forma, facendosi campo, rende possibile trasformare la potenza in forza attuatrice. Le sue incessanti trasformazioni avvengono con il “formarsi”, ossia con il farsi forma e al farsi forma inerisce intrinsecamente il fine, il quale è conseguito con regole, codici, criteri predeterminati.
Nel Fr.22B50DK, già ricordato, Eraclito ci dice che “sapienza è intuire che tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose”.
Possiamo pertanto asserire che il nostro essere-luce intelligente, cosciente, informato sia un quanto del Fondamento di energia informata significante e cosciente che chiamiamo l’Uno-Tutto.
In fisica, un "quanto" (dal latino quantum, quantità) è la quantità minima, indivisibile e discreta di una grandezza fisica che non è continua ma arriva in pacchetti (fotoni per la luce).
Il silenzio sottile cha ha voce, è percepito dall’essere intelligente, in quanto intuizione è in-tueor, guardare dentro, entrar dentro con lo sguardo, che non è lo sguardo dell’occhio materiale, ma dell’occhio animico capace di sguardo noetico, lo sguardo del nous, dell’intelletto che coglie immediatamente.
La voce di silenzio sottile è in questo senso un’immagine folgorante, un lampo eidetico che parla per immagini.
La sapienza e l’effluvio
La voce di silenzio sottile evoca anche il concetto di effluvio.
Nella tradizione ebraica la Sapienza, che Eraclito ha associato all’intuizione, è Chokhmah (חָכְמָה) ed è personificata come un'entità femminile preesistente, accanto a Dio nella creazione.
Proverbi 8:22-31: "Il Signore mi possedette all'inizio della sua attività... Ero con lui come artefice, ero la sua delizia ogni giorno".
In greco, Chokhmah diventa Sophia (Σοφία) che sarà la Donna, il Fiore, la Luce Beatrice dei fedeli d’Amore.
Nella Creazione di Adamo di Michelangelo presente nella Cappella Sistina Dio abbraccia una donna, ossia Sophia.
FOTOGRAFIA CREAZIONE DI ADAMO
Molti studiosi vedono qui il parallelo più forte con il lógos. Filone di Alessandria (filosofo ebreo del I secolo) fonde questi concetti: identifica il lógos con la Sapienza biblica.
Nel Libro della Sapienza, la Sapienza è "effluvio della gloria di Dio", penetra tutto, ordina il cosmo (Sap 7-8).
Anche il concetto di effluvio, ossia qualcosa che sgorga e che scorre (anche un profumo) è pertanto interessante al fine di tentare di comprendere la voce di silenzio sottile.
Il concetto di effluvio lo troviamo espresso nelle Triadi Bardiche della tradizione druidica.
Il concetto di Awen nella filosofia druidica riguarda infatti principalmente quel “soffio” della sorgente di vita che esiste in noi, dalla nostra origine e che è la nostra essenza. In alcune traduzioni viene definito “genio”, l’equivalente del greco “daimon”, in altri termini il Sé, ossia quella parte di noi esseri umani che è un “seme”, un “grumo” di informazione, simile all’Informazione infinita che è l’origine di tutto essendo il Tutto (altrimenti detto Na-Ka, Archè, Nun, Tao).
Il concetto di Awen, per il suo stretto intreccio con quello di Manred, il “seme” o “goccia” di luce che è l’essere umano quando è emanato da Ceugant, il cerchio vuoto, ci consente di definirlo nel modo seguente: “Un «soffio» del Tutto che si individualizza in un «seme» di luce, il quale contiene un pensiero che si materializza nell’essere umano”. In altri termini, potremmo dire che un “soffio” dell’Informazione infinita, custodito in un “corpo di luce”, si materializza in un corpo di carne.
Manred è scomponibile, secondo il metodo di analisi delle radici indoeuropee di Franco Rendich, in man (pensiero) e red, dove r è avvio, ri è fluire e d è luce. Nell’insieme i significati ci danno per Manred: “Pensiero che fluisce nella luce”.
L’Awen e l’impulso a manifestarsi.
L’Awen è presente nelle Triadi bardiche che si occupano di definire lo stato dell’essere umano nel Cerchio di Gwynfyd, ossia nel Cerchio della Felicità.
Nella Triade XXXII è scritto: Tri adfer cylch y Gwynfyd: awen gysefin, a gared gysefin, a chôf cysefin; am nas gellir gwynfyd hebddynt.
Tre cose saranno restituite nel Cerchio della Felicità: l’Awen originario, l’amore originario e la memoria originaria; senza questi non c’è felicità.
Nel Cerchio della Felicità, dove l’essere umano, dopo aver transitato in Abred (il Ciclo delle Migrazioni), ossia sulla Terra, giunge, grazie all’esercizio della Scienza-Conoscenza (concetto fondamentale del druidismo), gli viene restituito l’Awen originario, ossia la sua identità primigenia.
Nella trentunesima Triade è scritto: Tri chyntefigaeth Gwynfyd : annrwg, anneisiau, ag annarfod.
Tre vantaggi principali nel cerchio di Gwynfyd: assenza del male (la traduzione più vicina al significato del termine non è male, come afferma il Pictet, ma esprime il concetto di cattura, costrizione e in effetti il “male” è Drug, espansione caotica e Cytraul, coazione a ripetere, ndr), assenza della necessità (intesa come desiderio insopprimibile di manifestarsi, ndr), assenza del corpo materiale (tradotto dal Pictet con morte, ma la traduzione più vicina al significato del termine è: l’armatura, ossia il corpo materiale, ndr).
In Gwynfyd, pertanto, non c’è più alcuna costrizione, non c’è più la necessità di manifestarsi nello spazio-tempo e non c’è l’armatura, ossia il corpo materiale.
È fondamentale il concetto di anneisiau, in quanto sottolinea quello di eisiau, ossia della volontà manifestativa contenuto nella settima Triade relativa al Duw (il Demiurgo), che qui diventa evidente come volontà anche dei Manred, ossia delle gocce di luce, dei semi essenziali dell’essere umano.
Secondo le Triadi bardiche, pertanto, noi veniamo al mondo, ossia ci incarniamo, per precisa e insopprimibile volontà manifestativa e, dopo una o più esperienze nello spazio-tempo materiale (Abred), andiamo in un mondo di luce e di felicità (Gwynfyd, o Mondo Bianco) dove questa volontà manifestativa cessa.
La pienezza dell’individualità.
Nella Triade XXXIII è scritto: Tri gwahanfod pob byw gwrth arall: Awen, côf, a chanfod; sef y bydd cyflawn ar bob un, ag nis gellir cyfun y rhain ar un byw arall; a phob un yn gyflawn, ag nis gellir dau gyflawn ar ddim.
Tre differenze di ogni essere vivente: l’awen, la memoria e la comprensione; poiché sono complete per ciascuno e non possono essere condivise con altri, e ognuno è completo e non ci possono essere due completezze per ogni cosa.
Nella Triade XXXIV è scritto: Tri pheth a roddwys Duw ar bob byw, sef: cyflawnder ei ryw, gwahander pen ei hûn, a bannogaeth awen gysefin rhag arall; yna hunan cyfoll pob un gwrth arall.
Tre cose che il Demiurgo dà ad ogni essere vivente, ossia: la pienezza del suo sesso [natura], la completa distinzione della sua individualità e l’originalità del suo awen primitivo in rapporto ad ogni altro. Allora ognuno è se stesso rispetto agli altri.
“Questa triade – commenta il Pictet - è molto importante per la dottrina bardica della metempsicosi e per il senso di alcune tradizioni degli antichi bardi. Liberato dal male, dalla morte [corpo] e dall’ignoranza, nel pieno possesso del suo genio primitivo, del suo awen, delle pure gioie dell’amore, l’uomo nondimeno non si fermerà in una monotona eternità di felicità, incompatibile con la sua natura (vedere triade XXX). Un campo indefinito di attività intellettuale e di progresso gli resterà sempre aperto nell’inesauribile studio delle opere di Dio [Demiurgo, ndr]. Ai tesori di scienza accumulati con il ricordo completo delle sue esistenze passate, egli aggiungerà senza tregua nuovi tesori, perché l’universo intero si aprirà davanti a lui come un libro”.[ii]
Nella Triade XXXVII è scritto:
Tri bannogion pob byw yn nghylch y Gwynfyd: swydd, braint ag awen; ag nis gellir dau'n bod yn ungyfun y mhob peth; gan y bydd cyflawn pob un yn y bo bannog arno: ag nid oes cyflawn ar ddim, heb y maint olI a dichon fod o hano.
Le tre caratteristiche di ogni essere vivente nel cerchio di Gwynfyd: il compito [lavoro], il privilegio, l’Awen; né è possibile che due esseri siano identici in ogni cosa; perché ognuno di questi sarà completo in ciò che gli è caratteristico. Per questo e non vi è nulla di completo senza la comprensione dell’intera misura che potrebbe appartenergli.
In Gwynfyd non cessano i compiti e l’essere umano godrà del privilegio, ossia della legge, della regola che è propria ad ogni singolo e dell’awen. Nel Cerchio della Felicità non cessa il lavoro da fare, secondo la propria regola e secondo il proprio imprinting originario. In sostanza, ognuno di noi ha un proprio percorso conoscitivo e d’azione. L’individualità è mantenuta inequivocabilmente nel Cerchio della felicità.
“La perfezione degli esseri, a qualsiasi grado essa si elevi, non implicherà quindi l’uniformità – commenta Pictet -; ma consisterà in quello che ogni essere realizzerà completamente il suo proprio ideale, esercitando le sue facoltà in una determinata sfera, e sempre con uno scopo positivo, che non esclude l’idea di cambiamento progressivo: dottrina della felicità in opposizione netta con l’immobilità contemplativa come concepita dagli indiani”.[iii]
Nella Triade XLV si legge: Tri chyfiawnder Gwynfyd: cyfran yn mhob ansawdd. ag un cyflawn yn pennu; cyfymddwyn a phob awen, ag in un rhagori; cariad at bob byw a bod, a tuag at un, sef Duw, yn bennaf; ag yn y tri un yma y saif cyflawnder nef a Gwynfyd.
Le tre pienezze del Gwynvyd: partecipazione di ogni qualità, con la completezza di una; interpretare ogni Awen, ed eccellere in uno; amore verso ogni essere vivente e verso uno di questi, ossia Dio [Demiurgo], sopra ogni cosa. E’ in queste tre cose che consiste la pienezza del cielo e di Gwynfyd,
La Triade, nel riaffermare l’individualità di ogni essere, ne afferma anche il rapporto con tutti gli altri come capacità di immedesimarsi negli altri senza con essi confondersi.
L’Awen come ispirazione bardica.
L’Awen, come “flusso” dell’Infinita Informazione assume anche il carattere di ispirazione poetica.
“Nel linguaggio dei bardi – sostiene Pictet -, awen designa più particolarmente il genio poetico, la musa, il flusso dell’immaginazione. Il poeta è chiamato awenydd, awenwr, colui che è dotato dell’awen; questa parola si incontra frequentemente nei poemi più antichi con un significato più o meno generico, e le triadi bardiche ci ritornano più di una volta per definirlo. Owen, nel suo dizionario, cita una di queste triadi che lo racchiude tutto un sistema di estetica: “Tre condizioni necessarie dell’awen: un occhio che sappia vedere la natura, un cuore che sappia sentire la natura, uno spirito che osi seguire la natura”.[iv]
Eliminare il rumore e ascoltare la voce di silenzio sottile
In questo mondo morente nel quale abitiamo, per tornare ad essere non solo humus, ma esseri umani completi, è necessario eliminare il rumore disarmonico, eliminare le ideologie, eliminare l’ossessiva presenza della propaganda e riaprire l’attenzione all’ascolto della “voce di silenzio sottile” con l’intuizione e con l’apertura all’ispirazione.
In questa fase nella quale il vecchio mondo sta morendo, le forze del rumore disarmonico, gli adepti alle ideologie, gli scherani delle forze che intendono condurre l’insieme degli esseri umani ad essere solo materia manipolabile a piacere, devono essere combattuti attivando il silenzio nei confronti della loro propaganda, della loro comunicazione, delle loro invasioni.
Silenziare il rumore, nelle sue varie espressioni, è necessità imprescindibile per uscire dal tunnel nel quale l’umanità è entrata da qualche tempo.
Che il 2026 sia l’anno di svolta nel quale, sin dall’inizio, chiudiamo ogni nostra attenzione al rumore disarmonico, alla propaganda transumanista, ad ogni sollecitazione di chi intende l’essere umano materia manipolabile a piacimento.
Che il 2026 sia l’anno nel quale gli esseri umani siano capaci di uscire dai condizionamenti delle follie eugenetiche, malthusiane e transumaniste per recuperare pienamente il senso della vita.
Che il 2026 sia l’anno nel quale ogni essere umano decida di rimettersi in ascolto della voce di silenzio sottile.
[i] Eraclito, dell’Origine, Introduzione di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[ii] Adolphe Pictet, Il mistero dei bardi dell’isola britannica o la dottrina dei bardi gallesi del Medioevo su Dio, la vita futura e la trasmigrazione delle anime, Ginevra, Joel Cherbuliez, libreria editrice, 1856.
[iii] Adolphe Pictet, Il mistero dei bardi dell’isola britannica o la dottrina dei bardi gallesi del Medioevo su Dio, la vita futura e la trasmigrazione delle anime, Ginevra, Joel Cherbuliez, libreria editrice, 1856.
[iv] Adolphe Pictet, Il mistero dei bardi dell’isola britannica o la dottrina dei bardi gallesi del Medioevo su Dio, la vita futura e la trasmigrazione delle anime, Ginevra, Joel Cherbuliez, libreria editrice, 1856.







