Il mondo è in una fase “diluviale”.
Il Diluvio Universale, in particolare nella tradizione biblica (Genesi 6-9), ma anche nelle sue innumerabili varianti mesopotamiche (Epopea di Gilgamesh, Atrahasis), greche (Deucalione e Pirra), indiane (Manu), mesoamericane e di decine di altre culture, non è solo un evento catastrofico: è il prototipo del mutamento epocale per eccellenza. Può essere inteso come il “reset” (azzeramento) cosmico che separa due ere dell’umanità, oppure come il passaggio da un assetto del mondo ad un altro assetto del mondo.
Il Diluvio è dunque modello di ogni “fine di un mondo”.
Stiamo vivendo una fase “diluviale” e dopo la tempesta niente sarà come prima e quando diciamo “dopo non sarà più come prima” stiamo pensando, senza saperlo, al Diluvio, ma anche all’Arca che contiene la Tradizione (tutto ciò che deve essere salvato e che ci viene dal passato) e il progetto, ossia quello che si deve pensare per costruire il futuro.
Anche la Massoneria sta vivendo una fase diluviale, in quanto, nel tempo, ha dimenticato i fondamenti per legarsi alle patenti, ai riconoscimenti profani, dettati da logiche geopolitiche e a esternazioni di potere anche nella sontuosità dei templi, che non sono più il fanum, il temenos, ma espressioni di vanagloria.
I Massoni sono, in questa fase diluviale, alla ricerca dell’Arca perduta che, senza disturbare fatti più recenti nella storia dell’umanità, possiamo ritrovare nelle costruzioni della Tarda Antichità e del Medio Evo.
Con il crollo dell’Impero romano, per circa 400 anni l’Europa è stata riconquistata dalle foreste.
Roma subì un declino demografico e urbanistico. Molti edifici pubblici decaddero, aree del Foro si trasformarono in zone agricole o artigianali. La popolazione scese drasticamente per epidemie, guerre e migrazioni. L’Urbe divenne il centro del cristianesimo occidentale. Templi pagani furono convertiti in chiese; emersero grandi basiliche.
Con la crisi del III secolo, il declino dell'Impero e il collasso dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.), seguito dalle migrazioni barbariche e da un calo demografico, l'attività umana diminuì drasticamente. Questo portò a un abbandono di terreni agricoli e insediamenti rurali, favorendo la rigenerazione naturale delle foreste.
Dati dendrocronologici indicano un calo netto negli abbattimenti nel IV-V secolo, con ricrescita di foreste mature.
In Europa nord-occidentale (es. Francia, Britannia), si osserva una "rinascita forestale" post-romana, con rigenerazione parziale in aree abbandonate. Il fenomeno fu è più marcato nelle aree ex-romane a nord delle Alpi e in Europa centrale.
Un fattore aggiuntivo fu il Late Antique Little Ice Age (circa 536-660 d.C.), un periodo di raffreddamento globale causato da eruzioni vulcaniche massive (535/536, 539/540, 547 d.C.), che potrebbe aver influenzato la vegetazione, favorendo indirettamente la rigenerazione forestale in un contesto di ridotta pressione antropica.
Una delle conseguenze fu la perdita delle vie di comunicazione in Europa durante la tarda antichità (circa III-VI secolo d.C.) e l'alto medioevo (VI-X secolo). Perdita che rappresenta uno dei fenomeni più significativi della transizione dal mondo romano a quello medievale.
La rete viaria romana, estesa per oltre 400.000 km (di cui circa 80.000 km lastricati), era un capolavoro di ingegneria che facilitava movimenti militari, commerci e comunicazioni, con strade diritte, ben drenate e spesso lastricate.
Il declino non fu improvviso, ma graduale, legato alla crisi dell'Impero romano d'Occidente (la cui caduta è nel 476 d.C.). Una delle cause fu la mancanza di manutenzione centralizzata. Con il collasso dell'amministrazione imperiale non esistevano più risorse statali per interventi sistematici. Le comunità locali o i regni barbarici non avevano né fondi né competenze per mantenere l'intero sistema.
Il calo della popolazione, epidemie (come la peste di Giustiniano nel VI secolo), carestie e riduzioni dei commerci portarono a un'economia più chiusa e autarchica (sistema curtense). Le merci viaggiavano meno, riducendo l'esigenza di grandi arterie.
Migrazioni barbariche, guerre e insicurezze resero le strade pericolose (briganti, ponti crollati). In alcune aree, come l'Italia, frane, alluvioni e malaria accelerarono l'abbandono.
Con l'incastellamento (trasferimento su colli fortificati) e la ruralizzazione, emersero nuovi percorsi locali, spesso paralleli alle vecchie vie romane, diretti verso curtes, monasteri o castelli.
L'Europa divenne più isolata, con viaggi lenti e pericolosi, preferenza per vie fluviali o marittime dove possibili. I carri divennero rari. Si viaggiava a piedi, a cavallo o con muli.
Non tutte le strade sparirono. Solo dall'XI secolo (Basso Medioevo), con la rinascita economica, urbana e commerciale, si assistette a una nuova cura delle strade (ponti in pietra, ospizi per viandanti) e alla nascita di vie di pellegrinaggio (esempio la Via Francigena).
In questo contesto emerge il fenomeno dei monasteri.
Il monachesimo cristiano emerge come un fenomeno religioso e sociale di grande rilievo nella Tarda Antichità (IV-VI secolo) e si consolida nell'Alto Medioevo (VI-X secolo), rappresentando una risposta ascetica alla progressiva cristianizzazione dell'Impero romano e alle trasformazioni seguite alla sua caduta in Occidente.
Il monachesimo nasce come reazione alla "svolta costantiniana" (Editto di Milano, 313), quando il cristianesimo diventa religione ufficiale: molti fedeli cercano una vita più radicale, lontana dai compromessi mondani, attraverso preghiera, digiuno, castità e povertà.
In Occidente il monachesimo si diffuse grazie a figure come Giovanni Cassiano (che porta tradizioni orientali in Gallia) e San Benedetto da Norcia (480-547), autore della Regola (circa 540), che bilancia preghiera (ora), lavoro manuale (labora) e lettura sacra (lectio divina). Questa regola diventa il modello dominante in Europa occidentale.
Con le invasioni barbariche e il crollo dell'Impero romano d'Occidente (476), i monasteri diventano oasi di stabilità, possiamo definirle arche, in un'Europa caotica.
Di grande rilievo il monachesimo irlandese (o celtico), con figure come San Colombano (540-615), che fonda abbazie in continente (Luxeuil, Bobbio) e promuove una disciplina rigorosa. Il monachesimo irlandese, con centro come Bangor, diventa un’arca che conserva e studia il lascito del passato classico.
Nell'VIII-IX secolo, sotto i Carolingi (Carlo Magno), la Regola benedettina si impone come standard, grazie a riformatori come Benedetto d'Aniane. I monasteri si moltiplicano: da poche decine nel VI secolo a centinaia nel X.
I monasteri fungono da centri multifunzionali. Sono luoghi di preghiera e ascesi, con la giornata scandita dall'Ufficio divino. Negli scriptoria, i monaci copiano manoscritti antichi (greci, latini, biblici), preservando il sapere classico (Virgilio, Cicerone, Aristotele) e patristico. Sono le principali biblioteche e scuole dell'epoca che trasmettono conoscenza in un periodo di declino urbano.
I monasteri sono centri di autosufficienza attraverso agricoltura, bonifiche (prosciugamento paludi, dissodamento boschi), allevamento e artigianato. Diventano "città in miniatura", attirando contadini e producendo surplus. Sono inoltre ospizi per viaggiatori, infermerie, assistenza ai poveri. Spesso sono anche luoghi di educazione (oblazione di bambini nobili) e sepoltura privilegiata.
Il fenomeno monastico contribuisce alla transizione dall'antichità al Medioevo: preserva la cultura romana in Occidente, facilita la cristianizzazione di popoli germanici e celtici e getta le basi per la rinascita carolingia (VIII-IX secolo).
Archeologicamente, i monasteri altomedievali rivelano strutture complesse (chiese, chiostri, refettori), spesso in aree rurali o isolate.
Nel X secolo, abbazie come Cluny segnano l'apice dell'influenza monastica, preparando il terreno al Basso Medioevo.
In sintesi, i monasteri non sono solo rifugi ascetici, ma protagonisti della civiltà europea, ponte tra mondo antico e medievale.
La Massoneria si sviluppa, in questo periodo, come arca che conserva la Tradizione e come elemento progettuale in sintonia con l’elaborazione teologica che avviene nei monasteri che, quasi sempre, sono anche i committenti degli edifici sacri che i liberi muratori costruiscono.
Come ho scritto nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, il paradigma della Massoneria non è solo la corporazione, ma anche, e soprattutto, il cantiere.
La corporazione è un insieme di uguali, o quanto meno di simili, che affermano la loro uguaglianza o similitudine e ne normano le caratteristiche essenziali.
Il cantiere è un insieme di diversi, per quanto affini, che unendo e armonizzando le loro diversità collaborano ad un’opera comune.
Dopo il crollo dell’Impero romano e fino al XII secolo i centri culturali sono sostanzialmente concentrati, con qualche rara eccezione, nei monasteri, dove è forte l’influsso del monachesimo irlandese e anglosassone. “Nelle loro biblioteche, nei loro scriptori e nelle loro officine – scrive Arnold Hauser – si compie la parte più importante della produzione intellettuale”. [1] “Ancora nel tardo Medioevo, nell’etica borghese del lavoro, quale si esprime, ad esempio negli statuti delle corporazioni – aggiunge Hauser – riecheggia lo spirito della regola conventuale”. [2]
Nei conventi lavorano e imparano a lavorare miniatores (pittori), antiquarii (esperti in calligrafia), rubricatores (pittori di capolettere), ma anche altri artigiani, alcuni dei quali laici, che poi possono anche diventare ambulanti. I monasteri non sono solo scuole di arti e mestieri, ma anche luoghi di invenzioni, come, nella produzione del vetro, le vetrate dipinte a fuoco, o, nel campo della pittura, le misture di colori a olio.
Importante, fino alla fioritura delle città, il contributo dei monaci allo sviluppo dell’architettura sacra. I monaci sono quasi sempre a capo delle maggiori imprese architettoniche, anche se gli architetti sono laici, liberi nei loro movimenti. Di solito l’ecclesiastico è il committente o il fabbriciere, mentre all’architetto, uomo dotato della cultura e della competenza necessarie, è affidata la progettazione e la direzione dei lavori.
Le cattedrali romaniche sorgono accanto alle grandi abbazie, che hanno le ricchezze necessarie per finanziare le opere; sono opere imponenti e massicce, espressione di potenza.
Sono delle Arche che navigano nel cielo, come dimostrano le loro volte fatte a carena di nave.
Il rapporto sotteso alle cattedrali romaniche che sorgono accanto ai monasteri è quello fra una committenza ecclesiastica, che fornisce anche gran parte della manodopera artigianale, e un architetto, che progetta e dirige i lavori.
Tale rapporto cambia nell’ XI secolo, con la vita sociale che si sposta dalla campagna alla città e con il sorgere dei nuovi ceti professionali: artigiani e mercanti. L’artigiano urbano è indipendente, libero e si organizza in corporazioni di mestiere. Nasce la borghesia e, urbana e borghese è l’arte delle cattedrali gotiche, mentre la romanica era monastica e nobiliare.
“Il secolo XI – scrive Hauser – è un’epoca d’oro per l’architettura sacra, mentre fiorisce la filosofia scolastica e, in Francia, l’epopea d’ispirazione ecclesiastica. Questo rigoglio intellettuale, e specialmente il fiorire dell’architettura, sarebbe inconcepibile senza l’enorme incremento del patrimonio ecclesiastico”. [3]
“Nei secoli XII e XIII – scrive ancora Hauser – il cantiere era la comunità degli artisti e degli artigiani addetti alla costruzione di una grande chiesa, perlopiù di una cattedrale, sotto una direzione artistica e amministrativa imposta o approvata dai fabbricieri”.[4]
“L’«operaio» (magister operis), a cui toccava provvedere i materiali e le maestranze, e l’architetto (magister lapidum) responsabile del lavoro artistico, della distribuzione dei compiti e della coordinazione delle singole attività – aggiunge Hauser -, furono certo, in molti casi, una persona sola; ma di regola tali funzioni toccavano a due individui distinti […]. Una parte degli operai costituiva il personale stabile del cantiere e rimaneva fedele all’architetto anche dopo l’esecuzione di un incarico; una parte si avvicendava nel corso stesso dei lavori. Si sa – sottolinea Hauser – che gli artigiani costituivano gruppi di lavoro già presso gli Egizi; i Greci e Romani arruolavano nelle maggiori imprese intere corporazioni di lapidei; ma nessuna di queste associazioni aveva il carattere edile conchiuso in sé e con amministrazione propria”. [5]
Questo esempio dimostra come la Massoneria sia stata capace di conservare e di innovare. Lo ha fatto perché anzitutto sapeva collegarsi alla Tradizione e, sulla base delle radici, sapeva progettare.
La Massoneria nella Tarda Antichità e nel Medioevo ha saputo essere Arca e Avanguardia.
L’avanguardia gioca un ruolo importante nel De Bello Gallico di Giulio Cesare, il quale usa spesso cavalieri galli, germani o ausiliari (soprattutto eduani) per esplorare il terreno, i guadi, i movimenti nemici. L’avanguardia impedisce imboscate, garantisce che il grosso dell’esercito possa marciare in sicurezza e spesso è l’avanguardia la prima a scontrarsi.
Cesare ripete più volte che l’errore più grave è marciare senza un’avanguardia adeguata o senza esploratori.
L’avanguardia nell’arte rappresenta uno dei momenti più rivoluzionari e fecondi.
Il passaggio dal romanico al gotico è avanguardia. Per giungere a tempi a noi più vicini, la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America è avanguardia.
L’avanguardia è sperimentazione, capacità progettuale.
Cosa c’è, oggi, di avanguardia nella Massoneria ingessata nella stanca riproposizione della quadreria di famiglia? A fronte della sfida transumanista che cosa ha da dire una Massoneria che passa da un’elezione ad un’altra e da una richiesta di legittimazione ad un’altra?
L’opera, quando la Massoneria era Tradizione e avanguardia, non era la sontuosità della Loggia, ma la bellezza della cattedrale che, come libro di pietra, trasmetteva sapere.
Oggi si preferisce la sontuosità della Loggia alla cura della Tradizione e alla trasmissione del sapere. Si alimenta l’estetizzante esteriorità a scapito dei contenuti.
L’attuale crisi della Massoneria, ben visibile all’esterno, è dovuta alla sua trasformazione da eteria iniziatica, da officina tradizionale di pensiero e di realizzazione, a club di sedicenti aristos.
Il fenomeno è iniziato con la pretesa inglese degli Hannover di essere il centro certificante della cosiddetta regolarità e con la rincorsa di borghesi ai titoli nobiliari (anche finti) e dei nobili decaduti alla pecunia borghese.
Oggi, in altri termini, il giochino trasformista è rimasto in gran parte lo stesso, con la Massoneria trasformata in una sorta di club di lusso con profumo esoterico.
È pertanto lecito chiedersi: chi oggi può essere Ziusudra, Atra-hasis Noè, Deucalione, Utnapishtim, Manu. Chi è l’Avanguardia Noachita?




Il soffitto a carena di nave (o a carena rovesciata) è una copertura tipica gotica e romanica in cui la volta ricorda lo scafo capovolto di un'imbarcazione.
Da sinistra: Chartres, San Fermo a Verona, Santo Stefano a Venezia e lo schema della volta a carena di nave.
[1] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi
[2] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi
[3] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi
[4] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi
[5] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi







