Home Opinioni IL REFERENDUM CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

IL REFERENDUM CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

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di Giuseppe Augieri

Il dibattito sul referendum contro la legge Calderoli sembra un po’ assopito. Forse, e fa bene a sottolinearlo il compagno Silvano Veronese, si pensa che aver raccolto un buon numero di firme per il referendum sia il segno di una grande partecipazioni alle ragioni del no alla legge. E non è così. Vi sono molte titubanze – e sono avvertite dal corpo elettorale – nello spiegare perché questa legge va respinta senza però ricordare che si tratta di una legge di attuazione delle modifiche costituzionali apportate al Titolo V nel 2001. Insomma si dimentica di dire che in quella modifica della Costituzione furono definite le materia di competenza esclusiva dello Stato Centrale e quelle di “legislazione concorrente”. Tutte le altre (sono 23) sono materia di autonomia regionale che è comunque bene non lasciare nel limbo: vanno regolamentate. Ma confermo che, essendo stato contrario alla modifica costituzionale, non trovo alcuna difficoltà a dire no a questa legge. A maggior ragione per alcuni suoi contenuti.
La gravità di quello che potrebbe accadere se questa legge non fosse bloccata è ben diversa materia per materia. In particolare il discorso sulla salute merita qualche riflessione in più.
Istituito il SSN nel 1978 (un deferente pensiero va a Tina Anselmi), la sanità pubblica si è progressivamente autodistrutta ed ora è agonizzante non solo nelle Regioni “povere”. Un adeguamento dei finanziamenti e degli organici mi sembra doveroso. Ma va fatto senza mettersi bavaglio alla bocca e mascherina sugli occhi. Fermarsi a solo questo fa correre il rischio di alimentare non la spinta ad una buona sanità ma sprechi, inefficienze, e soprattutto burocrazia. E soprattutto di lasciare inalterati gli errori fondamenti sui quali si poggiano queste inefficienze.
I medici di famiglia hanno denunciato che più del 40% del loro tempo serve per il disbrigo degli iter burocratici. Vanno perciò rimosse le procedure inutili, ed aggiornate quelle possibili. La digitalizzazione delle cartelle sanitarie personali viaggia ancora nel limbo del “vorrei ma non posso”. Basta attendere ancora: le scuse sulla “privacy” fanno solo ridere.
E poi c’è il ricorso a strutture convenzionate che è sempre più ampio: viene spontaneo domandarsi se utilizzarle fa realizzare un risparmio rispetto ad una assunzione diretta dell’attività medica, ospedaliera, di analisi, di esami di laboratorio. Se la risposta fosse sì, considerando che i privati ovviamente ci guadagnano, c’è qualche evidente problema di capacità organizzativa del ASL: perché farlo in casa costa in più?. Se la risposta fosse no, c’è una altrettanto evidente incongruenza e spreco di denaro pubblico: perché pagare di più se si può fare “in casa” risparmiando? Uno sguardo ai contenuti del d.lgs 117/2017, alla legge 265/1999 e alla legge 267/2000 non converrebbe darlo? Il punto di partenza è la “sussidiarietà orizzontale”, da verificare e forse modificare.
Il CENSIS e l’Osservatorio sulla sanità privata della Bocconi sottolineano la crescita dell’incidenza della sanità privata accreditata, e che «le aziende sanitarie private hanno visto una significativa modificazione del proprio ruolo che, da integrativo rispetto agli erogatori pubblici e regolato da convenzioni, è diventato più concorrenziale e governato dai sistemi regionali di accreditamento e di finanziamento. A seguito del processo di regionalizzazione, peraltro, il ruolo attuale e prospettico del privato accreditato risulta significativamente differente da regione a regione». Il Censis individua il motivo dell’avanzata della sanità privata nel «federalismo sanitario che ha favorito disuguaglianze territoriali sempre più marcate» .
Gli studi citati sono del 2020. Non c’era la destra al Governo e non c’era la legge Calderoli. Quel disastro si annunciava prevedendo un altro peggioramento.
Insomma affrontiamo seriamente la questione, se davvero vogliamo dare una risposta vera. E intanto prepariamoci a votare.

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  • Redazione

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