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IL PROSSIMO PAPA SARA’ ITALIANO?

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di Paolo Raffone

Nella vulgata popolare romana “morto un papa, se ne fa un altro”. Era la regola aurea della centralità del papa regnante sull’Occidente, cioè sul mondo che per quasi l’80% era controllato dalle potenze coloniali e imperi europei, e guida di 1.4 miliardi di fedeli cattolici apostolici romani. In larghissima maggioranza, fino al 1978, i papi erano italiani. Negli ultimi 40 anni, la Chiesa ha avuto un brevissimo papa italiano, poi un papa polacco, un tedesco, e un argentino. Segno che il mondo era cambiato, e che la centralità dell’Italia “vertice” dell’Occidente non esisteva più. Priorità geopolitiche e logiche di potenza prevalsero sulla tradizione delle scelte papali, fino ad arrivare all’inedita decisione di un papa di dimettersi dal mandato dello Spirito Santo e all’elezione a papa di un cardinale che veniva dalla “fine del mondo”. Un sistema, quello della Chiesa cattolica, che difficilmente potrà seguire la semplicità della vulgata popolare.

Molti popoli “cristianizzati” nei secoli di espansione “civilizzatrice” occidentale, negli ultimi 40 anni hanno scelto di lasciare il cattolicesimo e aderire a una vasta gamma di chiese evangeliche di origine nordamericana, spesso sostenute finanziariamente dalla CIA. Una fede che in luogo dello Spirito Santo offriva un viatico di sopravvivenza materiale e di inserimento socioeconomico, un modello nel quale è l’individuo e la sua appartenenza alla setta comunitaria a poter aver “successo”. Su un totale di 2.5 miliardi di cristiani (cattolici e riformati) nel mondo, nel 2020, il 26% (660 milioni) erano evangelici. Il continente con il più alto numero di cristiani evangelici nel mondo è l’Asia con i suoi 215 milioni di cui, 66 milioni in Cina, 28 milioni in India, 16 milioni in Indonesia, 13 nelle Filippine e 9 in Corea del sud. Subito dopo viene l’Africa, con 185 milioni di evangelici, dove la Nigeria ne ha 58 milioni, il Kenya 20, l’Etiopia 18, la Repubblica Democratica del Congo 15 e il Sudafrica 15. Il Sud America ha, secondo le stime, 123 milioni di evangelici: 47 milioni in Brasile e 5 milioni in Argentina e 5 in Guatemala. Il Nord America ha 107 milioni di credenti evangelici: 93 negli Stati Uniti, 10 in Messico e 4 in Canada. Secondo le proiezioni, nel 2035 la Cina avrà la più grande comunità mondiale di evangelici[1].  

Un quadro della geopolitica della fede che a Bergoglio era già chiarissimo al momento della sua nomina (lo conosceva bene già dall’Argentina). Preso atto che l’Europa secolarizzata non poteva più essere il perno del cattolicesimo, e avendo contezza dell’ostilità dimostrata dagli episcopati nordamericani in materia finanziaria (IOR e gestione degli asset del Vaticano) e sulla condotta indecente del clero (pedofilia, omosessualità, contiguità a bande criminali e di assassini di Stato), il magistero di Bergoglio si è voluto “rivoluzionario”. Papa Francesco ha da subito invertito la prospettiva tradizionale, promuovendo lo sguardo di fede dalla periferia al centro. Il contrario esatto di quanto fino a quel momento aveva fatto la Chiesa, con più coraggio, dettato anche dalla necessità, rispetto ai suoi predecessori italiani e stranieri. Il suo pontificato, fino agli ultimi giorni, è stato coerente con questa impostazione. Non va dimenticato che Bergoglio era un gesuita latino-americano, cioè un uomo capace di essere un “conservatore rivoluzionario”[2]. Proprio questa sua caratteristica culturale gli ha permesso di avere comportamenti inusuali, fuori dai protocolli papali, e di scrivere fondamentali lettere encicliche che hanno rivoluzionato il linguaggio e la sintassi della Chiesa. La più celebrata è stata, senza dubbio, l’enciclica “Laudato Si”. Un magistero bergogliano che ha aborrito la “chiesa del silenzio” (tipica di papa Woytila). Un papato “geopolitico” di Bergoglio che ha puntato a incardinare la Chiesa cattolica in America Latina, Africa e Asia, potenziali grandi serbatoi di soft power per il futuro, assecondando in pieno la dinamica multipolare di un mondo da sottrarre alle vecchie egemonie (euro-occidentali). Un papa, Bergoglio, che è stato in continuità con il predecessore dimissionario e co-papa, Ratzinger, per recuperare il senso e l’essenza della cristianità cattolica delle origini. Un papa che ha avuto il coraggio di privilegiare una Chiesa federativa di patriarcati locali/regionali contro i privilegiati principi della curia romana. Un gesuita, per definizione portatore di gerarchia e potere, che sceglie Francesco, ribelle e pauperista, ma che ha avuto sue guide spirituali, come Ratzinger, in Agostino d’Ippona e in Tommaso d’Aquino (tradizione cristiane delle origini e Scolastica). Un conservatore della fede cattolica che si esprimeva in modo comprensibile da tutti, utilizzando lemmi e sintassi progressiste per difendere e conservare la tradizione. La denuncia esplicita dell’emarginazione (i danni sociali del neoliberismo) e il rifiuto dell’uso della forza (nessun perdono per le guerre, soprattutto in Ucraina e in Palestina) sono state caratteristiche politiche centrali di papa Francesco. Un papa che le sinistre, orfane di pensiero e ideologia, hanno scelto come bandiera culturale e d’azione, perché parlava il loro linguaggio e usava i loro slogan (inclusione, sostenibilità, equità, tutela degli emarginati, protezione dei deboli e degli esclusi, sostegno ai migranti).

È scomparso un papa campione delle transizioni e delle connesse ambiguità culturali e teologiche. Un papa che ha lasciato tutto nella penombra senza riuscire ad incidere davvero sui fondamentali che governano il mondo. Dal “capitalismo inclusivo” alla cura dell’ambiente naturale e delle persone, nonché su questioni più ampie del rapporto tra Dio, gli esseri umani e la Terra, la “cura della nostra casa comune”, dall’etica dell’Intelligenza Artificiale alla salute, sono tutti progetti incompiuti, affascinanti ma non realizzati.

Come sappiamo papa Francesco ha nominato un gran numero di cardinali che, al netto dell’intercessione dello Spirito Santo, saranno gli elettori del suo successore. Dei 135 cardinali elettori, 71 elettori sono provenienti dall’Occidente (Europa e Nord America) e 69 dal Sud del mondo (America Latina, Asia, Africa, Oceania)[3].

Foto uno

Difficile sapere che cosa ispirerà lo Spirito Santo. Tuttavia, è già chiaro che la Chiesa nordamericana ha marcato il terreno. La visita del vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, che ha avuto un lungo colloquio con il segretario di Stato, il gesuita italiano e papabile cardinale Parolin, indica che “il nuovo grande Occidente”, evocato dalla Meloni nel colloquio con Trump, passa necessariamente dalle mura leonine che dovranno allinearsi alla “restaurazione” ideologica, morale, culturale ed economica trumpiana. Un messaggio che ha portato un ramoscello d’ulivo – negoziato sul nucleare iraniano in contrasto con Netanyahu, e progressi di pace con la Russia già indicati da quella “bandiera bianca” suggerita da Bergoglio a Zelensky – che dovrebbe ispirare la nomina del prossimo papa. L’ipotesi della partecipazione di Trump alle esequie di Bergoglio sottolinea l’interesse degli Stati Uniti su quanto accade nelle mura leonine e di riflesso in Italia rispetto al resto d’Europa.

 

[1] https://alleanzaevangelica.org/index.php/news/13-attualita-esteri/890-660-milioni-di-cristiani-evangelici-nel-mondo#:~:text=Secondo%20la%20sua%20ricerca%2C%20si,miliardi%20di%20cristiani%20nel%20mondo.

[2] Vale la pena ricordare che si definivano conservatori rivoluzionari anche Benedetto Croce ed Enrico Berlinguer.

[3] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/documentation/cardinali—statistiche/elenco_per_eta.html

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  • Redazione

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