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Il ponte sullo Stretto è coloniale: l’ossessione del palestinismo

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Ponte sullo Stretto di Messina

La propaganda senza un parere informato

Sul ponte sullo Stretto, lo ammetto, avevo delle opinioni sbagliate.

Anche io, come moltissimi, pensavo che il ponte fosse una grande opera inutile, senza ricadute positive, un’ennesima cattedrale nel deserto, una spesa enorme per un’opera che non avrebbe risolto i problemi del Sud.

La mia era, soprattutto, una visione di parte, data dal mio legame con una certa parte politica – prima del 7 ottobre, prima che il mondo cambiasse e molte cose si chiarissero.

Poi ho ascoltato e letto, mi sono informato, ho cercato di andare oltre le chiacchiere da bar e le polemiche da social.

E mi sono reso conto che sul ponte, come sul nucleare, esiste tanta, tantissima disinformazione.

Invito, su questo, a guardare i video su YouTube dell’Avvocato dell’Atomo, che sbugiarda Bonelli con dati e argomenti, e che dimostra come gran parte delle critiche al ponte siano basate su luoghi comuni, non su analisi tecniche.

E, pur non essendo io adesso un esperto – lungi da me – mi sono reso conto che il ponte delle ricadute positive le avrebbe.

Già soltanto a livello ingegneristico, è un’opera che presenta soluzioni affascinanti, che potrebbe connettere definitivamente la Sicilia al continente e potrebbe accelerare i trasporti, ridurre i tempi e aumentare la competitività.

Non dico bisogni essere necessariamente d’accordo – il dibattito è legittimo, e ci sono argomenti validi per entrambe le parti – ma un parere informato sarebbe necessario. Perché la posta in gioco è troppo alta per lasciare che la discussione venga dominata dalla propaganda.

E poi ascolti i manifestanti di ieri contro il Ponte. Li senti dire che “il Ponte è coloniale”. E ripetere tutto il pacchetto completo della propaganda palestinista applicato a siciliani e lombardi. E ti cadono le braccia.

Perché ormai il palestinismo è come le locuste: arriva su un argomento e lo consuma, lo riduce a banalità, slogan e fideismo, rendendo impossibile ogni discussione seria.

Non importa che il ponte sia un’opera infrastrutturale, che abbia ricadute tecniche, economiche, sociali.

L’importante è applicare lo schema: Nord contro Sud, oppressori contro oppressi, colonizzatori contro colonizzati.

È un copione che hanno imparato a memoria, e che applicano a qualsiasi cosa, senza alcun rispetto per la complessità della realtà.

E così, una discussione che meriterebbe approfondimento, richiederebbe competenza e chiamerebbe in causa ingegneri, urbanisti e economisti, si trasforma in una recita, un rituale, un atto di fede.

Il ponte non è più un’opera pubblica: è un simbolo, un bersaglio, un pretesto. È diventato Gaza, conflitto, odio per l’Occidente. È diventato il suono delle mascelle di uno sciame di locuste.

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