Obiettivo delle femministe con i fischietti: demolire un simbolo
Se domani un terremoto vi abbattesse la casa. Se un’alluvione distruggesse tutto ciò che avete.
Chi arriverebbe a portarvi aiuto: le femministe con i fischietti, i centri sociali con i manifesti o gli alpini a scavare tra le macerie, salvare vite e donarvi una casetta in legno?
Eppure. A Genova, alla vigilia dell’Adunata che riporta le penne nere in città dopo venticinque anni, dei mestatori hanno scritto “ASSASSINI” sulla porta di una loro sede in piazza Soziglia. Hanno scritto con la vernice arancione “Attenzione, alpini molestatori in città” sulle pietre dei caruggi.
Hanno tappezzato i muri con centinaia di manifesti “- ALPINI + GATTINI”, corredati da un codice QR per segnalare le improbabili molestie sessuali, credibili solo per una testa bacata di sinistra.
Hanno tracciato sui muri “ALPINO MOLESTO STAI ATTENTO”. E la notte scorsa, in via di San Bernardo, hanno lanciato barattoli di vetro da un palazzo su sei penne nere sedute ai tavolini di un locale.
Il clima in cui si sono inseriti gli anonimi mestatori non nasce dal nulla. Lo ha costruito un cartello di sigle transfemministe che ogni anno, con la puntualità della TARI e la consistenza intellettuale del fischietto che distribuiscono, trasforma l’adunata degli alpini in un’emergenza nazionale.
Il copione è brevettato e non prevede alcuna variazione creativa. Rete di donne per la politica, Non una di Meno Genova, Udi e centro antiviolenza Mascherona: settimane prima dell’evento hanno lanciato l’allarme molestie.
Hanno distribuito un vademecum, quello genovese si intitola – con involontaria confessione di intenti – “Adda passà ‘a adunata”. Hanno consigliato fischietti come “deterrente”.
Hanno attivato un form anonimo per raccogliere “testimonianze” – scritto con le “3” al posto delle “e”, perché l’inclusività ortografica è evidentemente più urgente della verità, destinate non a un tribunale ma ai social.
Il form di Genova era operativo dal 7 maggio. Un giorno prima che un solo alpino mettesse piede in città. Il reato precede il fatto. La condanna anticipa il processo. La colpevolezza è ontologica: basta portare la penna nera.
E qui arrivano i numeri, che sono l’unica cosa che il transfemminismo militante teme più dei maschi.
Rimini 2022. L’adunata precedente trasformata in psicodramma collettivo. Centinaia di segnalazioni raccolte dalle femministe con fragore mediatico. Assistenza legale gratuita offerta alle presunte vittime. Interrogazione parlamentare del pirotecnico Riccardo Magi. Risultato: una sola denuncia formalizzata. Archiviata per mancanza di elementi probatori.
Il tenore delle “violenze”? Una donna segnalò che un alpino, vedendola con il passeggino, le aveva detto “tutti dovrebbero avere una mamma così”. Una cameriera denunciò che le avevano chiesto il numero di telefono. Una receptionist riferì che qualcuno aveva proposto di fare la doccia insieme.
Per questo si mobilitò il Parlamento della Repubblica. Dopo Rimini, le raccolte delle “testimonianze” sono proseguite a ogni adunata successiva. Nessuna denuncia è mai stata formalizzata. Mai. Zero.
Il meccanismo va chiamato con il suo nome: diffamazione preventiva di massa. Si costruisce un archivio di farneticanti accuse anonime, ben sapendo che non reggeranno alcun vaglio giudiziario, ma con la certezza che produrranno la tanto agognata visibilità, grazie al circo mediatico che fiancheggia la sinistra.
L’obiettivo non è proteggere alcuna donna. Se lo fosse, le femministe di Non una di Meno avrebbero distribuito da anni i fischietti nei caruggi del centro storico genovese, dove le molestie non hanno bisogno di un modulo anonimo perché finiscono dritte nelle cronache giudiziarie. Ma non lo hanno mai fatto.
L’obiettivo è demolire un simbolo. L’alpino è il bersaglio perfetto perché incarna tutto ciò che questo mondo vuole cancellare: mascolinità vissuta senza vergogna, amor di patria praticato con i fatti, servizio alla comunità senza tornaconto ideologico.
Le promotrici lo confessano senza pudore: “La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata”.
Quattrocentomila persone in festa equiparate a un esercito invasore da un pugno di attiviste che non ha mai montato una tenda, spalato un metro cubo di fango né cucinato un pasto caldo per uno sfollato.
Lo stesso cartello che vede mascolinità tossica nelle penne nere sfilava con lo striscione “Migranti non lasciateci da sol* con i fascisti”, in italiano approssimativo.
L’alpino bianco ed eterosessuale è colpevole per categoria; per chiunque altro, generalizzare è razzismo. Il doppio standard non è un difetto del ragionamento: è il ragionamento.
Ma c’è un dettaglio che rende questa vicenda non soltanto grottesca. La rende ignobile.
Terremoto del Friuli, 1976: gli alpini accorsero a migliaia, gestirono dieci cantieri, e quando il governo americano affidò all’ANA cinquanta miliardi di lire per la ricostruzione, non una sola lira andò dispersa.
Terremoto de L’Aquila, 2009: costruirono a Fossa trentatré case con piazza, chiesa, farmacia e parco giochi. Quel villaggio è ancora lì dopo diciassette anni, in piedi, funzionante, e rende centomila euro l’anno al Comune.
Alluvione di Genova, 2014: arrivarono prima dell’alba con le motopompe e spalarono il fango di Marassi, Brignole e la Foce finché l’ultimo scantinato non fu svuotato.
Crollo del ponte Morandi, 2018, quarantatré morti: il sindaco Bucci alzò il telefono e chiamò il presidente dell’ANA. Le penne nere risposero come rispondono sempre. Presenti.
Ieri, proprio ieri, hanno deposto una corona al Memoriale delle vittime. Perché se Genova è stata scelta per la 97esima Adunata, è per quel legame stretto nel momento più buio. Lo ha detto la stessa sindaca Salis: gli alpini furono i primi ad accorrere, silenziosi e instancabili.
Sui muri di quella Genova ripulita e ricostruita con le loro mani, oggi si legge “ASSASSINI”.
Dai manifesti alle scritte. Dalle scritte al vetro lanciato di notte. Quando si etichetta un intero corpo come branco di predatori sessuali, quando si costruisce un apparato di denuncia anonima fondato sulla presunzione di colpevolezza, si prepara il terreno alla violenza.
E qualcuno, puntualmente, lo occupa. Solo che i violenti non portano la penna nera.
Alla prossima alluvione, le promotrici del vademecum non porteranno le motopompe. Porteranno i fischietti. Il fango, come sempre, lo spaleranno gli alpini.






