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Il meccanismo economico – finanziario del sistema Chuxin

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Meccanismo economico - finanziario del sistema Chuxin

Il petrolio iraniano diventa credito per la Cina, che lo trasforma in commesse per le proprie imprese

Chuxin, 初心, significa “intenzione originaria”. È una parola cinese che indica il proposito iniziale, la volontà primaria, ciò che muove un’azione prima ancora che essa diventi procedura, istituzione o forma.

Proprio per questo il nome è interessante. Perché il sistema costruito fra Cina e Iran, almeno per come è stato ricostruito dalle fonti disponibili, sembra voler tornare al nucleo più antico dello scambio: non denaro contro merce, ma valore contro valore.

L’Iran consegna petrolio. La Cina restituisce infrastrutture, macchinari, cantieri, forniture, presenza economica. La moneta non scompare davvero, perché il valore deve pur essere misurato; ma scompare dalla scena visibile.

Non viaggia più attraverso i canali ordinari, non passa per le banche occidentali, non viene regolata in dollari, non si espone allo stesso modo al sistema sanzionatorio americano.

Per capire perché questo sia importante, bisogna prima ricordare come funziona normalmente il commercio del petrolio.

Siamo spesso portati a immaginare una transazione semplice: un Paese vende greggio, un altro lo compra e paga.

In realtà, il petrolio non si muove così. Una petroliera non trasporta una merce qualunque, ma un carico di valore enorme, spesso esposto a rischi politici, militari, assicurativi e finanziari. Per questo il petrolio non è soltanto estratto, caricato e consegnato: deve essere finanziato, garantito, assicurato, documentato e regolato.

In una transazione normale, il compratore chiede alla propria banca di emettere una lettera di credito. La lettera di credito è una promessa bancaria: se il venditore carica il petrolio e presenta i documenti corretti, la banca paga. Questo è fondamentale, perché il venditore non deve più fidarsi soltanto dell’acquirente; si fida della banca dell’acquirente.

A sua volta, la banca si muove dentro un sistema di comunicazioni finanziarie, spesso attraverso SWIFT, che consente agli istituti di scambiarsi messaggi standardizzati e riconosciuti.

Il carico viene assicurato, la nave viene assicurata, il viaggio viene coperto contro incidenti, guerra, sequestro o interruzione. Infine, il pagamento, nella grande maggioranza dei casi, avviene in dollari.

Questa architettura ha un significato politico enorme. Il dollaro non è solo una valuta. SWIFT non è solo un sistema di messaggistica. Le assicurazioni marittime non sono solo un servizio tecnico. Le lettere di credito non sono solo moduli bancari.

Tutti questi elementi insieme costituiscono l’infrastruttura invisibile del commercio energetico mondiale. Se essi funzionano, il petrolio si muove. Se essi vengono negati, il petrolio resta fisicamente estraibile, ma diventa difficilmente commerciabile.

Gli interventi sanzionatori contro l’Iran agiscono precisamente qui. Non colpiscono soltanto il barile. Colpiscono la possibilità di trasformare quel barile in soldi. Una banca internazionale non apre facilmente una lettera di credito per petrolio iraniano, perché rischia sanzioni secondarie e l’esclusione dal sistema del dollaro.

Un assicuratore non copre volentieri una nave coinvolta in traffici iraniani, perché rischia conseguenze giuridiche e reputazionali. Un armatore non vuole che la propria flotta venga inserita in liste sanzionatorie.

Il risultato è che il commercio non viene sempre impedito fisicamente, ma viene reso tossico. il rischio diventa troppo alto, gli operatori si ritirano, la transazione normale diventa impraticabile.

È in questo spazio che nasce Chuxin.

Cina e Iran si trovano davanti a un problema simmetrico: l’Iran deve vendere petrolio per sopravvivere e la Cina deve comprare petrolio per alimentare il proprio apparato industriale.

Ma il sistema normale di pagamento è controllato dall’avversario strategico. Allora il pagamento viene trasformato: non si cerca più di far passare il denaro attraverso i canali ordinari; si costruisce un circuito chiuso nel quale il valore del petrolio viene trattenuto, registrato e poi utilizzato per acquistare beni e servizi cinesi.

Il flusso è più semplice di quanto sembri, ma molto più profondo nelle sue conseguenze. L’Iran esporta petrolio verso la Cina, con volumi che negli ultimi anni sono stati stimati nell’ordine di 1,3 – 1,5 milioni di barili al giorno.

Quel petrolio arriva in Cina attraverso una logistica opaca, spesso fondata su navi della cosiddetta flotta ombra, cambi di bandiera, trasbordi in mare, documentazioni ridisegnate e percorsi costruiti per rendere meno evidente l’origine del carico. Una volta arrivato, il greggio viene raffinato e genera valore reale nell’economia cinese.

A quel punto, però, non avviene il passaggio tradizionale. Non parte un pagamento libero in dollari verso Teheran. Il valore viene contabilizzato dentro un circuito chiuso. L’Iran accumula un credito, ma quel credito non è pienamente sovrano. Non è denaro liberamente spendibile, ma un valore vincolato.

E proprio questo è il cuore del meccanismo: il petrolio viene convertito in capacità di acquistare dalla Cina infrastrutture, macchinari, impianti, progetti energetici o industriali.

Il petrolio iraniano torna quindi in Iran sotto forma di presenza cinese. Non torna come sovranità economica e patrimoniale piena: torna come cantiere, come tecnologia, come fornitura, come dipendenza.

È qui che il sistema diventa strategicamente interessante. Chuxin non è solo un modo per aggirare le sanzioni: è il modo per trasformare una necessità iraniana e cinese in una leva solo cinese.

L’Iran ha bisogno di vendere, la Cina ha bisogno di comprare; ma la Cina, organizzando il pagamento, organizza la destinazione del valore. Il petrolio alimenta la Cina, ma il credito che nasce da quel petrolio ritorna alle imprese cinesi. Il circuito, in questo modo, chiude l’Iran dentro una relazione asimmetrica.

Per la Cina i vantaggi sono almeno tre.

Il primo è energetico. Pechino ottiene petrolio di cui ha bisogno. Non in astratto, ma concretamente, ogni giorno. La Cina è una potenza manifatturiera energivora, e nessuna retorica sull’autosufficienza cancella il fatto che il suo sistema produttivo continui a dipendere da grandi flussi di idrocarburi importati.

Il petrolio iraniano, proprio perché sanzionato, può essere acquistato in condizioni favorevoli. Esso fornisce continuità, margini e sicurezza relativa in un contesto nel quale l’approvvigionamento energetico è una variabile strategica.

Il secondo vantaggio è monetario. Ogni barile che non viene pagato in dollari riduce, anche solo marginalmente, la presa del sistema finanziario americano. Qui non bisogna immaginare una dedollarizzazione improvvisa. Non è così che funzionano i grandi sistemi monetari.

Essi non cadono per dichiarazione, ma si erodono per pratica. Se una quota crescente di scambi energetici può essere regolata fuori dal dollaro, attraverso compensazioni, crediti vincolati, renminbi o circuiti chiusi, allora si crea progressivamente uno spazio economico meno esposto alla sanzione americana.

Chuxin è dunque un laboratorio della dedollarizzazione, non perché abbatta il dollaro, ma perché mostra che, in alcune condizioni, si può costruire uno scambio energetico senza farlo passare integralmente per l’architettura occidentale.

Il terzo vantaggio è finanziario-industriale, ed è probabilmente il più importante, perché tocca un punto che la Cina conosce molto bene: la trasformazione di un sottostante fisico in leva finanziaria.

Non è la prima volta che Pechino usa un bene reale per costruire finanza. Lo ha già fatto, per decenni, con il comparto edilizio. La casa, in Cina, non è stata soltanto una casa. È stata collaterale, garanzia, base patrimoniale, strumento di finanziamento dei governi locali, materia prima della leva bancaria, promessa di ricchezza famigliare e, infine, fondamento della finanza moderna cinese.

Per anni, il fatto che le case venissero effettivamente abitate, e persino vendute al consumatore finale, è diventato progressivamente meno importante rispetto alla loro funzione finanziaria.

Ciò che contava era che esistesse un bene iscrivibile, valutabile, ipotecabile, finanziabile. Il mattone non serviva più soltanto a costruire città; serviva a costruire bilanci. La Cina aveva imparato a trasformare il cemento in finanza.

Nel sistema Chuxin il meccanismo è diverso, ma la logica è simile. Il sottostante non è più l’appartamento, il terreno edificabile, il complesso residenziale o il diritto d’uso del suolo. Il sottostante diventa il petrolio iraniano. Un bene fisico, necessario, misurabile, quotidiano. Un flusso di 1,3 – 1,5 milioni di barili al giorno che può essere trasformato in valore contabile, e quel valore contabile può essere trasformato in credito.

Ma qui si deve fare attenzione: non soltanto credito diretto, bensì anche credito indiretto.

Come abbiamo detto, il petrolio iraniano genera infatti un rapporto credito – debito originario tra Iran e sistema cinese: l’Iran consegna petrolio, la Cina lo importa anche attraverso operatori riconducibili a Zhuhai Zhenrong Company, trader petrolifero statale già sanzionato dagli Stati Uniti, e lo incorpora nel proprio metabolismo industriale.

In cambio, invece di trasferire necessariamente denaro libero a Teheran, il sistema cinese registra quel valore, lo trattiene e lo trasforma in capacità di pagamento.

Ma il sistema diventa molto più sofisticato quando quel credito non viene utilizzato soltanto per pagare una commessa cinese in Iran.

Non vi è infatti alcuna necessità logica che l’impresa cinese debba essere remunerata per costruire una strada, una raffineria o un porto sul territorio iraniano. Il credito può essere riallocato: può essere usato per sostenere una commessa cinese altrove: in Grecia, in Italia, nei Balcani, in Africa, in un porto mediterraneo, in una rete logistica europea, in un’infrastruttura formalmente estranea al rapporto Iran-Cina.

Qui nasce il credito indiretto. L’Iran, vendendo petrolio, diventa creditore della Cina. Invece di saldare quel credito pagando imprese cinesi impegnate in Iran, la Cina può usarlo, in accordo con l’Iran, per remunerare una propria impresa coinvolta in un progetto in un Paese terzo, magari in una giurisdizione molto più sicura dell’Iran.

A questo punto, l’Iran non è più soltanto fornitore di petrolio. Diventa, attraverso la mediazione cinese, generatore di credito per operazioni che possono avvenire altrove. In senso giuridico, l’Iran non diventa necessariamente creditore dell’Italia o della Grecia. Ma in senso economico e, soprattutto, in senso sistemico, il valore prodotto dal petrolio iraniano può trovarsi incorporato dentro opere, contratti e flussi collocati in Italia, in Grecia o in altri Paesi. L’Iran resta all’origine della catena; l’Europa può trovarsi alla sua estremità.

È qui che l’assicurazione pubblica assume una funzione decisiva, e il nome da fare è Sinosure, China Export & Credit Insurance Corporation, cioè l’agenzia statale cinese che assicura il credito all’esportazione. Una commessa in Iran – come è facile immaginare – è assicurabile a condizioni particolarmente onerose; una commessa in Italia, in Grecia o in altro Paese meno esposto al rischio sanzionatorio lo è molto di più.

Se il valore generato dal petrolio iraniano viene usato per sostenere un progetto in una giurisdizione più stabile, Sinosure può contribuire a trasformare quel rischio in un rischio più amministrabile, più bancabile e quindi più utile alla leva finanziaria delle imprese cinesi, migliorando la qualità assicurativa del proprio portafoglio e ampliando quindi la possibilità di movimentare finanza attraverso le proprie garanzie.

In questo passaggio il sistema compie la sua vera metamorfosi: il rischio iraniano viene trasformato in rischio europeo, dato che è il Paese destinatario a dover pagare la Cina, o l’assicurazione, e quindi l’Iran e gli utili che restano in Cina.

Tutto viene ripulito nella forma economica con un meccanismo sottile. Il sottostante è iraniano, il credito è quindi iraniano, ma la destinazione del pagamento in materia dello stesso diventa greca, italiana, mediterranea, europea.

Il petrolio sanzionato genera un credito opaco; quel credito opaco alimenta una commessa più visibile, più assicurabile, più compatibile con i circuiti finanziari ordinari. In questo modo la Cina non si limita a sottrarsi al dollaro. Usa un rapporto sanzionato per sostenere attività che possono apparire, almeno nella loro superficie giuridica e commerciale, perfettamente normali.

È questa la parte più delicata: il sistema non crea soltanto dipendenza dell’Iran dalla Cina. Crea anche interdipendenza indiretta tra Paesi che, formalmente, potrebbero non avere nulla a che fare con il petrolio iraniano. Un’infrastruttura europea può diventare il punto di atterraggio finanziario di un valore nato in un circuito sanzionato.

Una società cinese può apparire come normale appaltatore internazionale, mentre una parte della sua forza finanziaria deriva da una catena di compensazione collegata a risorse iraniane. Il rapporto proibito non appare più dove nasce. Compare altrove, trasfigurato.

Per questo Chuxin va letto come un esperimento di mondializzazione non liberale finanziaria cinese. Non una mondializzazione aperta, trasparente, regolata da mercati neutri. Piuttosto una mondializzazione politica, opaca, amministrata, nella quale la Cina si propone come camera di compensazione tra Paesi esclusi, imprese proprie e spazi infrastrutturali terzi. Anche perché è un meccanismo replicabile per ogni Paese cliente produttore di qualcosa che interessi la Cina e – forse – il mondo.

Dobbiamo quindi prendere atto, ancora una volta, che il Partito-Stato cinese, il PCC, non ragiona per transazioni, ma per sistemi.

Proprio qui tuttavia emerge il punto debole: ogni sistema di questo tipo ha bisogno di un sottostante reale. Nel caso Chuxin, quel sottostante è il petrolio iraniano.

Finché il petrolio continua a muoversi, il circuito può funzionare. Se il petrolio si interrompe, il circuito si svuota. La Cina può opacizzare il pagamento, spostare il credito, trasformare il rischio, assicurare la commessa, cambiare la geografia dell’operazione, ma non può eliminare il fatto originario: il barile deve uscire dall’Iran.

Il barile deve essere estratto.
Il barile deve essere caricato.
Il barile deve attraversare il mare.
Il barile deve arrivare.

Tutto il resto è finanza. Ma senza quel fatto fisico (e ipso facto bombardabile), la finanza resta senza fondamento.

Per questo distruggere o rendere insicuri i siti produttivi, i terminali, le infrastrutture di esportazione e i nodi logistici iraniani significa colpire il sottostante del sistema. Non si tratta soltanto di impedire all’Iran di incassare, ma si tratta di impedire alla Cina di trasformare l’Iran in finanza.

Si tratta di impedire che un barile iraniano possa diventare una ferrovia greca, un porto mediterraneo, un contratto africano, una garanzia bancaria, una leva per una società cinese.

Ecco perché la guerra contro l’Iran, letta in questa prospettiva, non è soltanto una guerra contro l’Iran: l’Iran è il teatro, il petrolio è il sottostante, Chuxin è il metodo.

Ma è la Cina il bersaglio strategico.

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