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IL MALE

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di Sergio Restelli
Come sottolineato  da Nietzsche, ‘Il male è ciò che crediamo che gli altri faranno’. Questa prospettiva ci conduce a riflettere su come ognuno di noi ragioni attraverso i propri canoni morali e psicologici. Quando una persona è incline a compiere azioni malvagie, è incline a credere che gli altri siano intrinsecamente simili a sé stessa. Questo atteggiamento può derivare da una mancanza di struttura morale o formazione etica sufficiente.
Ma come si diffonde e si perpetua il male?
Osserviamo intorno a noi stessi e già notiamo alcune dinamiche evidenti:
Un bambino che viene maltrattato dai genitori è più probabile che cresca diventando un adulto violento. Questo perché il bambino ha imparato che la violenza è un modo accettabile per risolvere i conflitti.
Un uomo che è stato vittima di un crimine è più probabile che agisca in modo criminoso lui stesso. Questo perché l’uomo ha perso la fiducia nelle istituzioni e nella società, e sente che l’unico modo per ottenere ciò che vuole è attraverso la violenza.
Un gruppo di persone che si sente minacciato da un altro gruppo è più probabile che si comporti in modo violento. Questo perché il gruppo sente che deve difendersi, anche se questo significa usare la violenza.
Chi abbraccia il male come parte del proprio agire, spesso proietta sugli altri la propria disposizione, assumendo che agirebbero in modo simile nelle stesse circostanze. Questa prospettiva è intrinsecamente limitata e priva di comprensione per l’asimmetria dei mezzi o la diversità di intenti presenti negli altri.
La prospettiva di “il male è ciò che pensiamo che gli altri faranno” ha avuto varie declinazioni nel tempo, a riprova che si tratta di un aspetto caratteristico dell’essenza umana.
Proviamo a ripercorrere ciò abbiamo vissuto ad esempio nel contesto della guerra fredda e alla corsa agli armamenti, sia quella che ebbe luogo tra il blocco occidentale e quello sovietico dal secondo dopoguerra sia le forme ibride che l’anno seguita.
Le caratteristiche sono sempre le stesse, dal banale litigio tra vicini di casa alla storia dei popoli, fino ai recenti sanguinosi conflitti che stiamo vivendo ora davanti ai nostri occhi.
Mancanza di fiducia reciproca: Entrambi i blocchi, ossia il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e il blocco orientale guidato dall’Unione Sovietica, manifestarono una profonda diffidenza reciproca. Questa mancanza di fiducia portò a un aumento delle spese militari e a una corsa agli armamenti in un tentativo di dissuadersi a vicenda dall’uso di armi nucleari o da un conflitto aperto.
Logica della deterrenza: La corsa agli armamenti nucleari durante la guerra fredda riflette la logica della deterrenza, in cui entrambe le superpotenze cercarono di acquisire un numero sufficiente di armi nucleari per scoraggiare l’attacco dell’altra parte. Questo atteggiamento si basava sulla convinzione che, sebbene il possesso di armi nucleari fosse intrinsecamente pericoloso, il rischio di una rappresaglia dissuaderebbe l’altro attore dallo scatenare una guerra nucleare.
Mispercezione delle intenzioni: Ogni parte poteva interpretare gli sforzi dell’altra come minacciosi, portando a una spirale di aumento delle armi. La mancanza di canali di comunicazione e di fiducia reciproca spesso alimentava la percezione errata delle intenzioni dell’altra parte, contribuendo ulteriormente alla corsa agli armamenti.
La corsa agli armamenti durante la guerra fredda è un esempio di come la mancanza di fiducia reciproca e la percezione distorsa delle intenzioni possano portare a un ciclo di escalation militare. La prospettiva di Nietzsche può offrire una lente utile per comprendere i motivi alla radice di questa corsa agli armamenti, mettendo in luce come le azioni di una parte possano essere influenzate dalle proprie percezioni e timori rispetto alle azioni dell’altra.
Cambiando completamente contesto, il modello di pensiero non cambia. Proviamo a pensare alla narrazione corrente sull’Intelligenza Artificiale.
L’analisi dell’atteggiamento descritto può essere estesa anche al rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale (IA), sebbene con alcune considerazioni aggiuntive.
Nel contesto delle interazioni tra individui e IA, si potrebbe argomentare che le persone proiettino le proprie aspettative e comprensioni sull’IA, attribuendo spesso all’intelligenza artificiale motivazioni, intenzioni o capacità che possono riflettere i pregiudizi, le attitudini o le intenzioni umane. Questo può accadere anche in assenza di una comprensione approfondita delle capacità effettive o dei limiti dell’IA.
Potendone trarre un insegnamento, chi commette azioni dannose spesso si sente motivato e spinto da una sorta di paranoia morale, immaginando che il mondo sia popolato da individui che condividono la sua stessa propensione al male. Tuttavia, spesso questa visione è distorta e manca di una comprensione profonda delle differenze etiche, delle motivazioni altrui e della misericordia che potrebbe essere estesa nei confronti di chi agisce male.
L’idea che il male sia ciò che crediamo che gli altri faranno evidenzia la necessità di una riflessione critica sulla propria condotta, oltre a sottolineare l’importanza della compassione e della comprensione reciproca nel contesto della moralità e delle relazioni umane.”
 

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  • Redazione

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