La via silente
Oggi, chi volesse attraversare l’intero territorio del Cilento potrebbe usufruire di agevoli percorsi, per mare e per terra, lungo fiumi e sentieri divenuti ospitali; come dimostra la mappa dei percorsi, qui di seguito, accessibili e prenotabili su Internet al sito https://laviasilente.it/content/.

Una situazione, questa, direi inimmaginabile fino a più di mezzo secolo fa, e cioè prima che iniziasse la costruzione delle due arterie a scorrimento veloce, la variante SS18 (da Agropoli a Policastro Bussentino e viceversa, completata nel 2006) e la variante SS517 (da Padula a Policastro Bussentino e viceversa, la cui fine lavori è prevista per il 2026).
E, quindi, considerato che, allora, l’unica strada di collegamento che attraversava l’intero territorio ovvero il tratto della SS18 compreso tra la foce del Sele e la città di Sapri, si snodava – e si snoda tuttora – lungo un percorso tortuoso di 106,72 Km[1].
L’ampliamento delle reti, stradali e turistiche, è stato effetto innanzitutto della decisione, maturata nel 1998, d’inserire il Cilento nel Patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO, a motivo principalmente della presenza nel territorio dei siti archeologici di Paestum, Velia, il Vallo di Diano e la certosa di Padula.
Inoltre, l’area del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni nel 2010 è stato inserito nella rete europea dei geoparchi.
Quanto al numero di abitanti, al 1° gennaio 2023 la popolazione totale dell’area denominata “Cilento”, di circa 2400 kmq, era di 265.332 residenti: circa 110 abitanti per kmq, secondo i parametri dell’Ue una densità abitativa “medio-alta“, direi secondo un motto per cui credere sarebbe meglio che vedere, ma non è così.
Allora, come detto: il moto esclude l’eterno e viceversa.
E allora i digitalisti potrebbero oggi dare corso a un nuovo modo di vedere le cose, anche se non si tratterebbe affatto della prima volta.
In proposito, ha scritto Roberto Calasso che “homo saecularis è inevitabilmente turista. Non soltanto quando viaggia. Zapping e link formano una vasta parte della sua vita mentale. Sono operazioni persistenti, che un giorno hanno assunto la configurazione indicata da quei due termini (N.d.r.: che ora diremo)… I secolaristi sono molto più disponibili e flessibili, rispetto ai nativi. Oltre che pronti a passare, senza transizione, a visitare altri nativi, ancora più remoti. Ma ciò che vedono non è mai la cosa (N.d.r.: primo termine) che i nativi vedono – e potrebbe essere (chi può dirlo?) la cosa ultima (N.d.r.: secondo termine)[2]“.
A differenza dei digitalisti, “fra i secolaristi, e sempre esigui per numero, sussistono gli analogisti. Considerano gli altri secolaristi come divisi in sette, che ben conoscono, ma non ne sono attirati. Gli analogisti ci sono sempre stati. Cercavano le signaturae rerum (…) Non predicavano, non convertivano. Ma parlavano e scrivevano. Contavano sul puro potere della parola, sulla sua capacità di rivolgere il cuore di chiunque verso un nuovo Oriente. Era impossibile deluderli, perché non si aspettavano nulla dal mondo. Li appagava soltanto la loro indagine, che non si concludeva mai”[3].
Tutto questo ha a che fare con la storia del Cilento, quella essenziale[4] del mito che qui abbiamo cercato di dis-velare. Ma, a tal fine, occorre aggiungere un altro elemento caratterizzante, naturalmente essenziale, che prende il nome di Dieta mediterranea, e in ordine alla quale la vita dei cilentani avrebbe assunto nel corso del tempo una durata ultracentenaria.
In proposito, la storia del mito della Genesi biblica ci fornisce un’interessantissima chiave di lettura. Ha scritto Israel Knohl: “Dopo che i due (Adamo e Eva) mangiano il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, Dio è preoccupato:
Poi il Signore Dio disse: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!” (Gn, 3, 22).
In questo passo si dice che l’uomo già somiglia a Dio quanto alla conoscenza del bene e del male, e che l’unica cosa che ancora lo distingue da Dio è la mortalità. Se avesse steso la mano per mangiare il frutto dell’albero della vita, avrebbe ottenuto la vita eterna e non vi sarebbe stata più alcuna differenza fra lui e Dio. Questa è la ragione per cui Dio cacciò l’uomo dall’Eden e al suo ingresso pose i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante ‘per custodire la via all’albero della vita’ (Gn, 3, 24)”[5].
E allora occorrerebbe piuttosto sviluppare una prima riflessione, che è questa, e interrogarci se la nuova età che si prospetta rappresenti davvero una nuova età dell’oro o invece, come sembra apparire di seguito, un’età diversa e di più bassa lega: “Il Cilento degli anni Cinquanta e Sessanta era profondamente diverso da quello attuale. L’alimentazione era basata su legumi, cereali integrali, ortaggi stagionali, olio extravergine di oliva e quantità limitate di prodotti animali. La vita quotidiana comportava un elevato dispendio energetico. L’automobile era poco diffusa, gran parte degli spostamenti avveniva a piedi e il lavoro richiedeva un importante impegno fisico. Oggi il contesto è cambiato radicalmente. La disponibilità continua di alimenti ad alta densità calorica, la sedentarietà, la diffusione degli alimenti ultra-processati e il progressivo abbandono delle tradizioni alimentari hanno modificato profondamente il comportamento delle nuove generazioni”[6].
Ma la via dell’immortalità non va confusa con la via dell’eterno.
Quanto alla ricerca dell’immortalità, secondo la tradizione greco-romana il tentativo vano è stato quello di Fetonte, Figlio del Dio-Sole Apollo, lungo il percorso celeste della Via Lattea. Così come vano è stato il tentativo, secondo la tradizione egizia-giudaica-cristiana, lungo il percorso analogico e quindi terrestre del Nilo, di Amon-Ra, di Mosè e infine del Nazareno. Ma, senz’altro prima di costoro, il medesimo tentativo vano è di Gilgamesh. E suppongo anche di tantissimi altri, ignoti, prima di Gilgamesh, lungo il corso del Gaṅgā.
Gaṅgā è il fiume Gange, che, negli scritti vedici, nasce dalla Via Lattea e rappresenta quindi l’intera Galassia[7].
Quanto all’origine dei tempi, non c’è più alcun dubbio che occorra cercare piuttosto nei testi vedici. Valgano di seguito due soli esempi o tracce del cammino dell’uomo.
In un passo del Bhāgavata Purāṇa:
“Il fiume scorreva sopra l’alluce del piede sinistro di Viṣṇu che precedentemente, nel sollevarlo, aveva fatto una crepa nel guscio dell’Uovo del Mondo, dando così adito alla celeste corrente”[8].
E ancora, in un altro passo del Viṣṇu Purāṇa:
“Le sue sorgenti sono nell’unghia dall’alluce del piede sinistro di Viṣṇu, quindi ella (N.d.r.: Gaṅgā, divinità femminile) viene accolta da Dhruva (la Polare) che la sostiene notte e giorno devotamente sul suo capo; e da lì i sette Ṛṣi praticano l’esercizio dell’ascesi nelle sue acque, cingendosi con le sue onde le chiome intrecciate. Il globo lunare, avvolto nella sua corrente accumulata, da questo contatto deriva un maggiore splendore. Cadendo dall’alto, a mano a mano che esce dalla luna, ella scende sulla vetta del Meru (la Montagna del Mondo posta a nord) e da lì scorre verso i quattro punti cardinali della terra per purificarla … Il luogo donde procede questa corrente, per la purificazione dei tre mondi, è la terza divisione delle regioni celesti, la sede di Viṣṇu” (II, 8; traduzione Wilson, 1961, p. 188)[9].
Potrà sembrare strano alla mente di noi moderni, ma è di scienza che stiamo trattando e cioè di un pensiero scientifico secondo cui si credeva che Ishtar fosse “colei che sommuove l’apsû davanti a Ea” ovvero che le acque inferne, come anche il fuoco o le acque superne, sorgessero dal profondo del “mare”.
Ma, in vero, non è così: è il cielo che si muove.
Così che il gorgo nella maggioranza dei miti o pensieri scientifici rappresenta l’ingresso nelle acque di sotto; ma, in vero, il gorgo si trova in fondo al cielo, al margine della Via Lattea (A. Maass, 1924-1925, p. 388): “La geografia è sin dall’inizio derivata dall’uranografia (N.d.r.: sicut in caelo et in terra), e a ciascun luogo ‘sopra’ ne corrisponde uno ‘sotto’”[10].
Che fine invece ha fatto la ricerca dell’eterno?
L’eterno c’è sempre[11], e gli analogisti lo sanno benissimo. Nonostante il mito della Genesi biblica sembra ancora racconti il contrario. In proposito, lo stesso Knohl annota:
“Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta. Allora il Signore disse: ‘Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni (Gn, 6, 1-3)
(…) E qui, nell’unione tra i figli di Dio e le figlie degli uomini, vi era un’altra possibilità di vita eterna. Forse la progenie di queste unioni sarebbe consistita in esseri umani dotati della vita eterna dei loro progenitori celesti? Questo era esattamente ciò che Dio voleva evitare, e perciò decise:
Il mio spirito non resterà (yadon) per sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni (Gn, 6, 3)”[12].
E allora prima che questo spirito di eterno possa cadere nel più profondo oblio, vale la pena ancora ascoltare la voce e il consiglio del Poeta:
Il tutto dell’ente è divenuto l’unico oggetto di un’unica volontà di conquista (…) C’è qualche salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è (ist). Il pericolo è se l’essere stesso va all’estremo e capovolge l’oblio che proviene dall’essere stesso. Ma se l’essere, nella sua stessa essenza, man-tenesse l’essenza dell’uomo? E se l’essenza dell’uomo riposasse nel pensare la verità dell’essere?
Allora il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere.[13]
Così che, ritornando a Parmenide, la conclusione è: l’essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia.
Per ora, la nostra ricerca finisce qui, ma certamente non finisce la voce o il respiro (sanscrito son) del Cilento, antica terra di giganti, a cui oggi diamo i seguenti nomi:
Nel senso più largo del toponimo, per ragioni geografiche i comuni del Cilento vengono tradizionalmente ripartiti in 6 differenti aree:
Alto Cilento è il territorio posto a nord rispetto la foce del fiume Alento e i monti Cervati e Gelbison; comprende i bacini idrografici dello stesso fiume Alento e del Calore Lucano, oltre che il massiccio del monte Stella e l’area costiera nei dintorni di Punta Licosa, riguardando i comuni di Agropoli, Castellabate, Cicerale, Laureana Cilento, Lustra, Montecorice, Ogliastro Cilento, Prignano Cilento, Perdifumo, Rutino, Serramezzana, Sessa Cilento, Torchiara, Ascea, Cannalonga, Casal Velino, Castelnuovo Cilento, Ceraso, Gioi, Moio della Civitella, Novi Velia, Omignano, Orria, Perito, Pollica, Salento, San Mauro Cilento, Stella Cilento, Vallo della Lucania, Aquara, Bellosguardo, Campora, Capaccio, Castel San Lorenzo, Felitto, Giungano, Laurino, Magliano Vetere, Monteforte Cilento, Piaggine, Roccadaspide, Roscigno, Sacco, Stio, Trentinara e Valle dell’Angelo.
Basso Cilento è il territorio posto a sud dalla foce del fiume Alento e dei monti Cervati e Gelbison; comprende i bacini idrografici dei fiumi Bussento, Lambro e Mingardo, oltre che il massiccio del Monte Bulgheria e la parte più settentrionale del Golfo di Policastro; l’area del Basso Cilento comprende i Comuni di Alfano, Camerota, Casaletto Spartano, Caselle in Pittari, Celle di Bulgheria, Centola, Cuccaro Vetere, Futani, Ispani, Laurito, Montano Antilia, Morigerati, Pisciotta, Roccagloriosa, Rofrano, San Giovanni a Piro, San Mauro La Bruca, Santa Marina, Sapri, Sanza, Torraca, Torre Orsaia, Tortorella e Vibonati.
Vallo di Diano è un vasto altopiano attraversato dal fiume Tanagro e delimitato tra il massiccio del Monte Cervati a sud e i monti della Maddalena a nord; il territorio comprende i Comuni di Atena Lucana, Auletta, Buonabitacolo, Caggiano, Casalbuono, Monte San Giacomo, Montesano sulla Marcellana, Padula, Pertosa, Polla, Sala Consilina, San Pietro al Tanagro, San Rufo, Sant’Arsenio, Sanza, Sassano e Teggiano.
Monti Alburni, massiccio montuoso posto tra quello del Cilento e la valle del Tanagro; comprende i comuni di Castelcivita, Controne, Corleto Monforte, Ottati, Petina, Postiglione, Sant’Angelo a Fasanella e Sicignano degli Alburni.
Monti Eremita-Marzano, massiccio montuoso ubicato tra la valle del Tanagro, la valle del Sele e il Vallo di Diano; i centri abitati compresi sono Buccino,Palomonte, Contursi Terme, Ricigliano, Romagnano al Monte, Salvitelle e San Gregorio Magno.
Piana del Sele meridionale, ossia l’area pianeggiante compresa a sud della foce del Sele, a ovest dei monti Alburni e a nord del Cilento; i comuni all’interno sono Albanella, Altavilla Silentina, Serre e l’area settentrionale del comune di Capaccio Paestum (il cui municipio è nell’area montuosa dell’Alto Cilento) [14].
Per chi ha interesse a rileggere l’intero saggio può trovarlo al seguente indirizzo:
https://www.academia.edu/172398925/IL_CILENTO_TERRA_DI_GIGANTI
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Strada_statale_18_Tirrena_Inferiore#Variante_Cilentana URL consultato il 20/08/2026.
[2] R. Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi 2017, p. 61 s.
[3] Ibidem, p. 63 s.
[4] Il termine va inteso nel significato che gli riconosce e gli attribuisce Martin Heidegger.
[5] I. Knohl, La disputa messianica, Adelphi 2025, p. 93 s. Il corsivo è mio.
[6] https://www.gennarooricchio.it/i-centenari-del-cilento/ url consultato il 21/08/2026.
[7] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., pp. 285-293.
[8] Traduzione Wilson 1961, p. 138, nota 11; Ibidem, p. 306.
[9] Ibidem, p. 305.
[10] Ibidem, p. 376.
[11] Parmenide: Allora di via resta soltanto una parola che è.
[12] I. Knohl, op. cit., pp. 92-94.
[13] M. Heidegger, Sentieri interrotti, trad. di Pietro Chiodi, La Nuova Italia 1968, p. 348.
[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Cilento/Comuni url consultato il 21/08/2026.


Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.


