
Elly Schlein parla di campagna generosa di Andrea Orlando, sul Pd che “ha dato il massimo” e vola nelle percentuali, chiama alla responsabilità gli alleati, ma non dice che questi ultimi sono stati fagocitati.
Se risucchi i tuoi alleati e li riduci al nulla, come è accaduto al M5S (l’unico vero possibile alleato), non hai fatto un passo in avanti; hai solo portato a casa la possibilità di eliminare i concorrenti interni ed esterni e ti sei trasformato in un fagocita, ossia in un soggetto che con movimenti ameboidi ingloba e digerisce microrganismi, corpi estranei, altre cellule dello stesso organismo destinate alla morte.
Sui movimenti ameboidi non c’è discussione. Capire quale sia la linea del Pd è facile se si entra nella logica dell’ameba: woke, lgbt, green, climat change e via discorrendo con un insieme di chiacchiere in grammelot della segretaria che, probabilmente, usa questo linguaggio per evitare una verifica di realtà.
Sull’opera di fagocitazione degli alleati la vicenda, ormai penosa, di Giuseppe Conte è lì a dimostrarla.
Sulla fagocitazione dei microrganismi interni il panorama è palmarmente evidente: gli ex comunisti sono stati mandati al massacro (Orlando) o sono stati promossi per toglierli di torno, vedi Bonaccini e Zingaretti o sono spariti per conto loro, vedi Fassino o Orfini, ex assistente di Massimo D’Alema.
I democristiani (vedi Dario Franceschini e Lorenzo Guerini) hanno perso la voce e la voglia di differenziarsi.
Ha abbassato le orecchie anche Michele Emiliano, che spera di non essere giubilato. Resiste sul fronte, solo e intemerato, Vincenzo De Luca.
E allora che cosa è il Pd? E’ un’ameba che con movimenti ameboidi assembla il wokismo con il papismo, ossia con quella corrente cattolica guidata da Matteo Zuppi, che si legittima nelle posizioni di Jorge Mario Bergoglio e che ha come core business il tema dei migranti.
Il Pd è un partito woke-papista, in perfetta linea con quella di un Vaticano asservito da tempo alle logiche di Davos, del globalismo finanziario e delle ideologie uscite dal pensatoio di Palo Alto.
I membri più accorti del Pd se ne rendono conto e sanno bene che in questo corpo ameboide per loro non c’è posto. E, infatti, parlano di centrismo liberale.
La consapevolezza è diffusa, ma, dicono gli osservatori, regge la ‘pax’ interna in vista del doppio appuntamento elettorale.
“Ora – riferiscono le agenzie – ci sono Emilia e Umbria, dopo tireremo le somme”, dice un big dell’area riformista Pd.
Schlein ha sentenziato: “Il Pd è al 28,5%. Abbiamo dato il massimo. Siamo consapevoli che non bastiamo, ma scontiamo anche le difficoltà degli altri”.
Il fatto è che il suo 28,5 è il risultato di una fagocitazione degli alleati e non di una crescita a svantaggio degli avversari.
Beppe Sala, sindaco di Milano, afferma che quello che “è palesemente deficitario nel centrosinistra è la forza centrale, quella moderata, pragmatica, capace di riforme, europeista. Una nuova componente liberal, che al momento ha una rappresentanza non definita”.
Proprio lui, che ha ridotto, per ideologia green, Milano in una zona ztl per ricchi ci viene a propinare la storia dei moderati centristi.
Ma dai!
Goffredo Bettini ricalca le orme di Sala: “Le lacerazioni della coalizione hanno pesato negativamente. Stabilizzarla e allargarla significa costruire un soggetto liberale e di centro, collocato nel campo democratico, che superi i residui e i conflitti del passato e guardi al futuro”.
Sembra una barzelletta. Un soggetto liberale e di centro che parla grammelot e ha un’ideologia woke-papista?
Ma dai!
“Il Movimento 5 Stelle – afferma il nobile Bettini – vive una fase di grandi difficoltà e di incerta transizione. Speriamo tutti che anch’esso chiuda la parte della sua storia ormai esaurita e abbia l’energia di costruirne una nuova”.
Come? Diventando fino in fondo una corrente democristiana di ispirazione gesuita?
Alessandro Alfieri, senatore riformista Dem sostiene che purtroppo sono prevalsi i veti e un errore politico: “Pensare che si dovesse scegliere tra il 6% di Conte e il 2% di Renzi che si leggevano nei sondaggi”.
Il fatto è che dietro i veti si agitano i fantasmi delle vendette tra Renzi e D’Alema. Vecchia ruggine.
Stefano Bonaccini fa il parroco di campagna con prediche buoniste: “Il risultato mancato per un soffio deve far riflettere (e agire) per fare un passo avanti risolutivo nella costruzione di un centrosinistra nuovo, capace di vincere”.
Jacques de Chabannes, signore di Lapalisse di fronte ad affermazioni del genere si sente un signor nessuno.
Comunque sia, l’ultima trovata è riscoprire il centro liberale, con il bagaglio wokista di Elly Schlein e la copertura ecclesiastica di Matteo Zuppi.
Un bel programma.
Totò direbbe: “Ma mi faccia il pacere”.





