
L’astensione come scelta consapevole: il referendum del 8 e 9 giugno
“Anche l’astensione è una forma di partecipazione.” – Giorgio Gaber
Il 8 e 9 giugno 2025 si terranno cinque quesiti referendari, fortemente voluti dalla sinistra, che riguardano temi fondamentali come lavoro, cittadinanza e diritti. Sebbene il referendum sia un potente strumento di democrazia diretta, molte critiche sono emerse riguardo la reale utilità e i costi di queste consultazioni. In questo contesto, la posizione di Ignazio La Russa, presidente del Senato, che ha invitato i cittadini a astenersi dalla partecipazione, diventa un tema centrale di discussione. La sua affermazione si inserisce in una più ampia riflessione sulla natura dei quesiti proposti, sul loro impatto e sulla legittimità di invitare all’astensione come forma di dissenso contro una consultazione che molti considerano parziale e politicizzata.
I 5 quesiti referendari: proposte e criticità
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Cittadinanza e ius scholae
Il primo quesito riguarda l’introduzione dello ius scholae, che prevede la concessione della cittadinanza a chi ha frequentato almeno cinque anni di scuola in Italia. Se da un lato questo potrebbe sembrare un passo verso l’integrazione e l’inclusione, molti ritengono che tale proposta ignori le implicazioni più profonde e le difficoltà connesse a un’immigrazione incontrollata. Infatti, la cittadinanza rappresenta non solo un atto simbolico, ma una vera e propria concessione di diritti che, se non gestiti con attenzione, potrebbero minare la coesione sociale e sovraccaricare il sistema di welfare. Non sono pochi coloro che vedono nella proposta del ius scholae un passo affrettato e poco ponderato, che rischia di compromettere l’equilibrio sociale e economico dell’Italia. -
Licenziamenti e reintegro
Il secondo quesito riguarda il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevedeva il reintegro obbligatorio per i lavoratori licenziati senza giusta causa. L’abolizione di questa norma nel 2015 aveva rappresentato un passo verso una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, permettendo alle imprese di adattarsi più facilmente ai cambiamenti. La proposta di riportare questa legge in vigore potrebbe infatti avere l’effetto contrario: una protezione eccessiva dei lavoratori che, in un contesto economico in continuo mutamento, potrebbe minare la competitività delle aziende e impedire la creazione di nuovi posti di lavoro. La domanda che sorge spontanea è se la difesa del posto fisso, così come viene intesa da alcuni, sia compatibile con la necessità di un mercato del lavoro moderno e dinamico. -
Contratti a termine e precariato
Il terzo quesito propone di limitare l’uso dei contratti a termine, in un tentativo di combattere il precariato. Tuttavia, eliminare del tutto questa forma di contratto potrebbe risultare dannoso, soprattutto in un periodo di transizione economica globale. Le imprese, infatti, necessitano di flessibilità per affrontare le sfide del mercato. Una rigidità legislativa che limiti le possibilità di contrattare modalità di lavoro a breve termine potrebbe infatti ridurre la capacità di generare nuove opportunità, favorendo piuttosto il fenomeno della disoccupazione strutturale. Inoltre, rendere più difficili i contratti a termine potrebbe anche comportare una riduzione degli investimenti da parte delle imprese, spingendo molte di esse a rinunciare a creare nuovi posti di lavoro. -
Jobs Act
Il quarto quesito mira ad abrogare il Jobs Act, una serie di riforme introdotte nel 2015 per modernizzare il mercato del lavoro italiano, agevolando l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro e migliorando la flessibilità per le imprese. Nonostante alcune critiche, la riforma ha avuto un impatto positivo, riducendo il tasso di disoccupazione e favorendo la creazione di nuovi contratti di lavoro. L’abrogazione del Jobs Act potrebbe minare questi progressi, riportando indietro il paese e reintroducendo vincoli che potrebbero ridurre la competitività del mercato italiano. Insomma, l’abolizione del Jobs Act sembra andare contro la direzione di modernizzazione necessaria in un paese che ha bisogno di rimanere competitivo a livello globale. -
Riforma dei sindacati e della contrattazione collettiva
Il quinto quesito riguarda modifiche alla contrattazione collettiva e al ruolo dei sindacati, con l’intento di ridurre il potere di questi ultimi. Seppure le critiche ai sindacati siano comprensibili in un contesto di lentezza burocratica e di rigidità nelle trattative, occorre anche riconoscere che una certa protezione per i lavoratori è necessaria. Modificare la contrattazione collettiva potrebbe mettere a rischio i diritti di chi, nel settore pubblico e privato, si trova a dover affrontare condizioni di lavoro sempre più difficili. Abrogare il sistema attuale senza avere in mente un’alternativa chiara potrebbe risultare dannoso e creare incertezze.





