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I negazionisti italiani e i professionisti del dubbio

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Perché l’Italia ha scelto di non ricordare

Mani legate dietro la schiena. Un colpo alla nuca. Il prossimo. A Bucha i soldati russi ammazzavano i civili così. In fila. Orrore vero.

Avveniva quattro anni fa. Non quaranta. Quattro. E l’Italia ha già dimenticato.
Anzi, per essere precisi, c’è stato chi non ci ha creduto e da allora tace sulla vicenda, speriamo schiacciato da una vergogna postuma.
L’elenco dei miscredenti è lungo.

Toni Capuozzo, il 4 aprile 2022 a Quarta Repubblica: “Anche gli ucraini potrebbero essere in grado di mettere in piedi questa messinscena”. Obiettivo della montatura, secondo il celebre inviato: farsi mandare i carri armati. Quando Capezzone gli contestò la parola in diretta, negò di averla usata. Le registrazioni lo smentiscono.

Messinscena, disse Capuozzo. Mentre Anastasia, sette anni, era già morta. Fuggiva in macchina con otto bambini. Un cecchino russo sparò dal bosco. Anna Mishenko, quindici anni, era già bruciata viva nell’auto insieme alla madre.

La Tass, agenzia di stampa del Cremlino, lo ringraziò pubblicamente: “Uno dei pochi che ha cercato di scoprire frodi e falsi, compresi quelli su Bucha”. Un attestato di merito da Mosca. Nessuno in Italia lo trovò imbarazzante.

Il negazionismo italiano trovò albergo anche a Bruxelles. Francesca Donato, eurodeputata, il 6 aprile al Parlamento europeo dichiarò che sulla veridicità di Bucha “ci sono già molti dubbi”. La vicepresidente Picierno la fulminò: “Il massacro è sotto gli occhi di tutti. Se ne faccia una ragione”.

Sotto gli occhi di tutti, infatti. Yura Nechyporenko, quattordici anni, andava in bicicletta con il padre. Un soldato con il passamontagna aprì il fuoco. Il padre morì sul colpo. Il ragazzo rimase steso sull’asfalto, una pallottola nel gomito, immobile accanto al corpo, in attesa del colpo di grazia che non arrivò. Per la Donato, dubbi.

Bianca Laura Granato, senatrice, fece di meglio: condivise su Facebook il comunicato integrale del Ministero della Difesa russo. Bucha “provocazione”, “finto massacro”. Copiato. Incollato.

Giorgio Bianchi, fotoreporter, rilanciò su Telegram: “messa in scena del regime di Kiev”. Andrea Lucidi, giornalista nel Donbass, ancora nel luglio 2023: “Ritengo che Bucha sia una montatura”. Facile affermarlo sui social.

Avrebbe dovuto dirlo in faccia al prete della chiesa di Sant’Andrea che aveva scavato una fossa comune nel cortile il 10 marzo, con la città ancora sotto occupazione. L’aveva riempita con un intero camion di cadaveri e qualche preghiera frettolosa, mentre i cecchini bersagliavano le strade. Per Lucidi, Bianchi, Granato era tutto una montatura.

Poi la categoria più velenosa. Non i negazionisti dichiarati, ma i professionisti del dubbio. Quelli che non negano ma seminano.

Marco Tarquinio – oggi eurodeputato del PD e all’epoca direttore di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani – il giorno dopo la scoperta dei cadaveri, anziché indignarsi scelse di ammonire su La7 a diffidare dell'”uso propagandistico delle immagini”.

Barbara Spinelli, il cui articolo sulle responsabilità occidentali era stato rilanciato dall’Ambasciata russa con la dicitura ‘Un’analisi delle ragioni del conflitto. Da leggere’, scrisse sul Fatto: “Verrà forse il giorno in cui sapremo qualcosa di meno impreciso su quel che è successo a Bucha”.

Michele Santoro aveva “molti dubbi”. Franco Cardini sentenziò che “per Bucha abbiamo accettato come oro colato la versione ucraina” e si mise a dissertare sulle macchie di sangue.

Alessandro Di Battista, a DiMartedì, davanti alle immagini di Bucha dichiarò che la sua opinione sulla guerra non cambiava e che tutte le guerre producono crimini: citò Srebrenica e Falluja come se annegare l’orrore nel generico lo rendesse meno orribile.
Poi avvertì che inviare armi avrebbe ‘incattivito’ i russi: la colpa delle prossime stragi, in sostanza, sarebbe stata di chi aiutava l’Ucraina a difendersi. Sotto i post di Capuozzo che mettevano in dubbio Bucha commentò: ‘Domande lecite’.

Non poteva mancare poi l’ANPI, che condannò il massacro ma nel primo comunicato evitò di indicare la Russia, rifugiandosi nella richiesta di un’inchiesta internazionale.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Il dubbio non cerca la verità. Congela la reazione. “Aspettiamo un’inchiesta indipendente” blocca le sanzioni e guadagna tempo all’aggressore. Quando l’inchiesta arriva, il mondo si è già girato dall’altra parte.

Le prove arrivarono. Le immagini satellitari del New York Times mostrarono i corpi nelle strade quando Bucha era ancora sotto occupazione russa. Poi arrivarono le inchieste: video di sorveglianza, droni, telefoni, testimonianze, documenti lasciati dai reparti in ritirata.

L’OHCHR documentò 73 uccisioni di civili nella sola Bucha. Nel rapporto complessivo sulle regioni occupate del nord dell’Ucraina classificò 57 dei 100 casi esaminati come esecuzioni sommarie. Vittime con le mani legate e un foro alla testa. Inchieste giornalistiche e documenti recuperati sul posto identificarono i reparti presenti: 64ª Brigata Fucilieri Motorizzati, 104° e 234° Reggimento Aviotrasportato, reparti kadyroviti ceceni.

Quattrocentocinquantotto cadaveri. Un muro commemorativo con 501 nomi. La vittima più giovane aveva due anni. La più anziana novantanove. Ogni cadavere un nome. Ogni esecuzione un reparto. Ogni dubbio una risposta.

Chi aveva seminato quei dubbi sparì. Nessuno disse “avevo torto”. Nessun talk show fece il processo al processo. Il Foglio lo scrisse già il 31 dicembre 2022: non si capisce perché chi ha dedicato ore alla tesi della messinscena non si occupi di Bucha ora che si conoscono i nomi delle vittime e degli aguzzini. Era il 2022. Siamo nel 2026. Il silenzio è definitivo.

Ma la guerra no. La guerra non tace. Il 2025 è stato l’anno più letale per i civili ucraini dal 2022: 2.514 morti, 12.142 feriti. Solo nel febbraio 2026, almeno 188 uccisi. A Ternopil un singolo missile ha ammazzato 38 persone, otto bambini. Il novanta per cento della generazione termoelettrica ucraina è distrutto. Le amputazioni legate alla guerra hanno superato quota centomila. Ogni notte partono missili e droni. Ogni mattina si contano i morti.

In Italia, niente. Silenzio. Come se quella guerra fosse finita. Non è finita. Semplicemente, non conviene parlarne.
Non conviene soprattutto a una certa sinistra.

La CGIL e il suo universo possiedono una bussola morale che funziona a senso unico. Per Gaza, sciopero generale in ottanta piazze: centomila a Milano, quarantamila a Palermo, Landini in testa ai cortei, la FIOM che rivendica il primato mondiale dello sciopero per la Palestina, tangenziali bloccate, studenti sui binari. Per la Flotilla, mobilitazione permanente. Per Maduro, silenzi complici e vecchie simpatie che nessuno rinnega.

Per Bucha, niente. Per i 501 nomi sul muro, niente. Per i 2.514 civili del 2025, niente. Per gli otto bambini di Ternopil, niente. Per le oltre centomila amputazioni, niente. Nemmeno un comunicato. Nemmeno un sit-in. Nemmeno un minuto di silenzio.

Si piange per i morti giusti. Si cancellano quelli scomodi. Si marcia quando il nemico è l’alleato americano. Si tace quando l’aggressore è il vecchio compagno di Mosca.

I 501 nomi sul muro di Bucha non hanno diritto alla memoria di questo Paese. Non perché l’Italia abbia dimenticato. Perché ha scelto di non ricordare.

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